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Recensione: Venus in Furs, “B.R.A.” (2013)

Venus in Furs - BRA! COVERUn ritratto molto, molto cattivo, dei nostri tempi. Un ritratto schizzato per rapide pennellate perché il rock ‘n’ roll non si sofferma, brucia subito il bruciabile.

Tornano i Venus in Furs, ma non vi tragga in inganno il nome, perché di John Cale e soci qui c’è poco, niente morbida psichedelia; il nome non viene certo dalla celeberrima canzone dei Velvet Underground, ma dalle “Veneri in Pelliccia” di Von Masoch, dalla sensualità di malacarne di cui il rock dei Venus è impastato e che serve loro a vivere di fegato le situazioni, a sbattere in faccia le storture e le ipocrisie della “gggente”, quando prendono di mira non tanto la normalità borghese ma gli indie, i punk, gli alternativi, coloro che potrebbero essere un bacino di pubblico per la loro musica tagliente.
Una necessaria zappa sui piedi: “Leggins” e “Braccia Rubate all’Agricoltura” dipingono uno stuolo di hipsters e punk che campano conl borsellino di mammà (come l’Americano di Carosone), che ostentano i simboli della loro identità universalmente individuale per poi adeguarsi ai vizi di chi in teoria contesterebbero, sorte di atei devoti di questa società degli Anni Zero, dalle macchine fotografiche esclusive ma per tutti (tutti armati di “cannoni” per foto che ci costringeranno a guardare con viso finto-estasiato), fino al panino del trash food che tutti schifano ma poi si comprano al McDrive quando nessuno li vedrà con la loro magliettina di Che Guevara (riposi in pace, ma come farà mai a riposare?). I bamboccioni de “In nome del padre” completano il quadro e vi pemettono di attaccarlo in salotto, sempre che riusciate a sostenerne lo sguardo.
Venus in Furs FOTO“Sotto Stress” prova poi ad indagare il senso di inadeguatezza e la distanza dei nostri desideri e della nostra rabbia che forse richiederebbe la fuga, perché la meritocrazia non ha funzionato, tanto valeva tenersi l’oligarchia… la critica post-democratica (chessò, di un Luciano Canfora) mi sa che è arrivata pure nel rock: se vi piace sta canzone, consiglio anche la letture di “Democrazia, storia di un’ideologia”, ma temo vi incazzereste il doppio ad ascoltare le rasoiate dei Venus con un libro altrettanto bruciante. Conclude il tutto amaro di “Via del Cappello”, crepuscolare, buia, perché solo al buio, quando tutti i gatti sono bigi, ci si può amare quell’attimo che rende sopportabile l’esistenza.

Bel disco questo dei Venus in Furs, in cui ci eravamo già imbattuti ma che ci toccherà guardare con molta più attenzione da qui in avanti. Certo, non tutto è perfetto: i ritratti sono efficaci, ma il “cattivismo”  non funziona sempre , ha i suoi limiti e pare maniera in più punti, esercizio di stile; inoltre, i ritratti invecchiano (già la strofa su Papa Razzo è storia e non più contemporaneità); bello il robusto rock chitarristico arricchito da tocchi di violino, poco sfruttato in verità; curiosa la distribuzione, in una card di memoria personalizzata davvero carina (che sia il futuro assieme al freddo download?).

Venus in Furs - Key Play

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