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Reload: Le parole sono importanti

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di Flavia Guidi

Le parole sono importanti!” gridava Michele Apicella, personaggio interpretato da Nanni Moretti nel suo film “Palombella rossa”.

Queste sono spesso sintomo e indizio di realtà concrete e a volte sono addirittura in grado di modificare ciò che ci circonda. Così il linguaggio può finire per condizionare il suo “creatore”, come se celasse al suo interno una verità ontologica che porta inevitabilmente con sé. Tuttavia, l’attenzione all’utilizzo di un linguaggio “giusto”, non deve portare ad assumere posizioni estreme, che possono generare usi linguistici fuorvianti.

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L’articolo è stato ripubblicato in questo volume

Il semiologo Umberto Eco scrisse un articolo, poi apparso su “La Repubblica” nell’ottobre 2004, sul politically correct dove, con lucida ironia, mostrava le numerose contraddizioni a cui certe “deviazioni linguistiche” avevano portato. Così, per ovviare a ingiuste discriminazioni o per evitare offese, il “politicamente corretto” ha tentato di trovare termini sostitutivi eufemistici come “diversamente abile” per “disabile” o “operatore ecologico” per “spazzino”. Eco, però, dice che in questo modo “si è ipocritamente rimossa la parola, ma non il problema. Questo spiega perché una categoria richiede il cambio del nome e dopo un poco, restate intatte alcune condizioni di partenza, esige una nuova denominazione, in una fuga in avanti che potrebbe non finire più se, oltre al nome, non cambia anche la cosa”. Si rischia di scivolare, quindi, da un problema di diritti di una certa categoria di persone, a quello puramente e aridamente linguistico. Inoltre, egli sostiene che, prima di emendare un termine, sarebbe giusto chiedersi se davvero la parola va a ledere la sensibilità altrui: “Il problema non è decidere “noi” (che stiamo parlando) come chiamare gli “altri”, ma di lasciar decidere agli altri come vogliono essere chiamati.

A volte le parole non sono “solo parole”.

Quello che mi interessa non è parlare della “potenza” del linguaggio in termini generali, ma di un caso particolare in cui si è verificato tutto questo.

Il Femminismo si è battuto spessissimo per i pari diritti delle donne in campo sessuale, e forse noi donne di oggi siamo il frutto delle conquiste ottenute da questo movimento. Non approfondendo l’ampio e complesso discorso che riguarda poi quanta libertà stia realmente dietro certi atteggiamenti che vedono la donna “libera” e “padrona della propria vita sessuale”, vorrei far notare come già certi termini ed espressioni comuni celino un discrimen a monte.

Sarà magari banale dirlo ancora, ma una donna che vive in modo aperto la propria sessualità è soggetta a critiche e a giudizi negativi; l’uomo cacciatore gode della stima di chi lo circonda. Fioccano così gli appellativi di “puttana” e via dicendo (ma non esiste un corrispettivo maschile, pur non mancando i “prostituti”). La soluzione più semplice potrebbe essere il ricondurre certi termini, ora connotati spregiativamente, al loro significato originale, utilizzandoli quindi solo in certi contesti, a loro appropriati. Sarebbe bello se ripulissimo il vocabolario dalle parole che non amiamo sentirci dire: “zoccola” al bando, “prostituta” resti come termine tecnico. D’altra parte mi piacerebbe, quasi per legge del taglione o per spirito democratico e par condicio, che venissero coniati termini tutti al maschile che, slittando semanticamente, assumessero un’accezione negativa, cosicché possano diventare frecce al nostro arco, magari da scoccare soltanto quando siamo noi ad essere offese per prime come ai “vecchi tempi”.

Come diceva Giorgio Gaber: “Secondo me un uomo che dice di una donna: ‘Quella lì la dà via’ meriterebbe che a lui le donne non gliela dessero proprio mai.”

Gaber-day Guidi,

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