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Beatles 10. A Hard Day’s Night (1964)

AHD'sN_UKAmami, pigliami, lovvami: pur non sapendo una beata sillaba di inglese, al primo ascolto di A Hard Days Night mi si rizzò il rado malpelo ed intuii la natura zuccherosa ed adolescenziale di un disco che avrebbe potuto anche mettere la parola fine del mio rapporto con i quattro di Liverpool.
Insopportabile anche il film di cui è colonna sonora, pieno di babbione urlanti che sovrastano la musica, animato da quattro tizi vestiti uguale, pettinati uguale, con le facce uguali (tranne Ringo, il cui naso che fa provincia lo salva dall’omologazione e lo rende un brutto interessante: lodi a Ringo).
L’orecchio non allenato non distingueva le melodie dei Quattro dalla musica per ascensori e supermercati: il disco mi pareva assai piatto rispetto a Sgt Pepper e Revolver e non capivo come avessero fatto gli Scarafaggi a scrivere solo dopo pochi anni “Across the Universe” o “Eleanor Rigby”, gli stessi che muovevano le frangette per i sogni rosa delle inglesine senza riuscire ad ascoltare la musica che usciva dai propri strumenti perché coperti da ultrasuoni pre e post puberali.

Immaginate il mio terrore nel riascoltare decenni dopo un disco che ho comprato solo perché sennò restava il buco nel cofanetto dell’edizione da edicola. Vabè, mi son detto, in fondo rinuncio a qualche caffè e a un cornetto. Scarto quindi la confezione.
L’impatto è terrificante, con “A hard day’s night” che pare un inno di tarantolati (e, a leggere le cronache, lo erano, imbottiti di droghe sintetiche per essere sempre “allegri”), ma lo so che sono gli incubi infantili a parlare, non sto ascoltando il disco che sto sentendo. Stop. Respiro, Rewind. Play.

So come si inganna la paura… bisogna attaccare l’Xbox e farsi una partita a Fifa 13 (o simili), rilassandosi con la musica di sottofondo: ritrovo così una bella ballata come “I should have known better”, mi metto a canticchiare l’ironica “Can’t buy me love” e mi godo l’onesto rock’n’roll di “You can’t do that”. La qualità strumentale e compositiva, le splendide voci di Lennon e McCartney, molti semi delle future composizioni: il disco ha vari punti forti, è solido, quadrato, suonato benissimo, americano il giusto, tra Beach Boys e certa Motown.
Poi, certo, doveva piacere alle ragazzine: ma se oso paragonarlo al pop adolescenziale moderno, qui siamo anni, anni luce lontanissimi, proiettati sui cieli di un Empireo che i Quattro dimostrano di meritare ad ogni ascolto.

Grazie di essere esistiti. Mannaggia a voi.

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