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Recensione: Tears of Hope, “Acoustic Meetings” (2012)

Pochette Acoustic meetings de Tears of hopeTears of Hope (nom de plume del cantautore francese Cédric Busque) ci invia un progetto in apparenza assai semplice in quanto a scelte e realizzazione: Cédric imbraccia la chitarra e raccoglie una serie di cantanti che lo accompagnano nella realizzazione di ballate e canzoni originali, cantando come si ci riunisse informalmente a suonare la “Canzone del sole” in salotto, in una dimensione musicale quasi domestica che non ritrovavo da un sacco di tempo in un disco (guardacaso in due dischi francesi, lo strabiliante “Acoustic” di Dan Ar Braz e “Journée à La Maison” di Alan Stivell).

Il disco è in inglese, senza blues, con pochi echi americani (forse solo il sofferto e nirvaniano urlo in “Somewhere along the way”) e swinganti (“I hope that will pass”).  Suona come qualcosa di diverso.
L’importanza di “Acoustic Meetings”non risiede solo in quel pugno di canzoni che gigioneggiano per un’oretta nello stereo; c’è il tentativo di risposta, parziale e in parte inefficacia, ad una vexata quaestio che tocca anche gli artisti italiani: è possibile per un non anglofono produrre musica che varchi i confini della madrepatria?

Clara Gruber (voce in "I have hope")

Clara Gruber (voce in “I have hope”)

Rock e pop moderni nascono nei paesi anglosassoni e non è facile adattare la metrica italiana e francese, lingue zeppe di parole polisillabiche e composte; se si riesce ad adattare la propria madrelingua al genere, essa diviene barriera linguistica per non anglofoni. Va da sé che l’inglese diviene scelta obbligata, ma i risultati non sempre si rivelano all’altezza delle intenzioni, perché spesso i “nostri” sembrano solo bravi scolaretti che hanno appreso diligentemente la lezione impartita loro per corrispondenza. Le eccezioni sono rare.

Marine Moreno (voce in "Poison me")

Marine Moreno (voce in “Poison me”)

Parentesi: anche uno “bravo” come Ben Harper che prova a rifare il reggae jamaicano cade apertamente nell’emulazione fallita, nel trash neanche tanto velato. Il rischio del trash è sempre dietro l’angolo se ci si muove sul terreno dell’imitazione: attenti al lupo…

Tears of Hope tenta l’elaborazione di un pop europeo che affondi nella semplicità delle melodie e in giri melodici essenziali la propria essenza (perdonate il parolone), un’operazione che era riuscita solo ai Beatles e solo in parte, dato che, specie negli ultimi album, la loro tecnica compositiva risente sempre più spesso delle influenze rock e blues di oltreoceano. Il risultato è gradevole, ma mi chiedo se una strada “europea” sarà mai tracciata e se questo disco rimarrà un esperimento isolato

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