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Se ci lasci non vale…

‘Io sono la mente, il corpo faccia quello che vuole’‘ (cit.). Quando le parole hanno più effetto di una lama, quando la mente sa tracciare un arco di meraviglia che racchiude in poche parole il senso di una vita. Una vita segnata dall’intolleranza, dal sessismo, dall’antisemitismo degli avversari, dall’incomprensione di nemici che in vita loro non hanno mai letto nemmeno l’elenco telefonico. Le parole erano di Rita Levi Montalcini.

Il giorno dopo i coccodrilli piangono lacrime sul loro giornale, anche i nemici porgono finti omaggi inaspettati, perché non si santificano solo gli assassini, ma anche le persone che avrebbero preferito farsi ascoltare piuttosto che essere glorificate post mortem, quando ormai il corpo non è che una inutile appendice di una mente che ha smesso di farsi obbedire dal suo servo-padrone, quando ormai diventi buono solo per i poster nella cameretta e i wallpaper sul Mac, e non puoi più essere esempio vivente delle tue idee. Cosa resta del Che oltre le magliette? Cosa resterà di Rita Levi Montalcini?

Per ora, questa frase mi ha almeno  risvegliato dal sonno della ragione delle feste (che genera, si sa, mostri) e mi ha riportato al mio amato Platone, quando Socrate che sta per essere giustiziato non riesce a convincere i suoi amici che il corpo freddo che vedranno di lì a poco non è lui, che ciò che è vero di lui non saranno quelle membra gelide, ma la verità risiede solo in quello che i credenti chiamano “anima” e i laici “mente”, in quella forza che parole ed esempio lasciano come tracce indelebili anche in questo paese al collasso. Tuttavia il vuoto che rimane è un fatto incontestabile, che nessuna serenità filosofica riesce a smussare: siamo ora divisi tra la serenità di chi va e lo strazio di chi rimane, proprio come in quelle carceri ateniesi 2400 anni fa:

Non mi riesce, amici, di persuadere Critone che il vero Socrate sono proprio io, questo che, ora, vi sta parlando, che sta mettendo in buon ordine, per benino, i suoi pensieri; invece, egli crede che io sia già un altro, quello che tra poco vedrà cadavere e perciò mi chiede cosa fare per i miei funerali. (Plat. Fedone LXIV)”

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