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Recensione: The Star Pillow, “Fattore Ambientale” (2012)

Mi guardo intorno e scopro che oggi come oggi parecchi musicisti ruotano intorno ai suoni ambientali, ai “laghi di suono”, ambient, new age, post rock, psichedelia più o meno volontaria, assai più gente di quanto pensassi non si è mai affacciata ai generi del flusso principale, la sacra triade pop-rock-FiglidiEmma, per suonare lunghe suites costellate di suoni dove si sciolgono melodie come tritati di ametista ficiniani nelle pozioni alchemiche, alla ricerca della simpatia degli dei.

C’è una ricerca anche spirituale che prova a superare la forma-canzone, ormai sfiduciata dai più e disinvestita della sua importante funzione di narrazione della sua contemporaneità; in passato abbiamo capito la rivoluzione, il riflusso, la crisi della modernità e l’avvento del postmoderno ascoltando motivi che potevano finire anche in classifica e fare il botto: ad esempio, “Rock’n’Roll Robot” (1981) di Alberto Camerini, col suo fare birichino di canzoncina disimpegnata, ci rendeva noto che nella Post-Modernità cultura “alta” e “bassa” coesistevano tranquillamente, così come stavano fianco a fianco il costume da Arlecchino alla Goldoni e le tastierine che univano musica elettronica e twist, il punk che veniva fagocitato in una melassa divertente e scanzonata e superato a sinistra dallo sberleffo del geniale performer. Una canzone ci spiegava tutto meglio di tanti mediocri trattati sociologici.

Un altro motivo della secessione dei musicisti post rock dal flusso principale è anche una questione di mera sopravvivenza. Battiato ricorda con stupore che uno dei suoi primi singoli vendette centomila copie, cifre oggi astronomiche, ma che allora erano nulla: un bel singolo di successo , infatti, veleggiava intorno al milione. Oggi pare inutile lottare contro i FiglidiEmma che perpetuano se stessi duplicandosi come per scissione molecolare e occupano tutti gli spazi; molto meglio svernare nelle nicchie della ricerca, meglio coltivare il suono che la melodia, assicurandosi in tal modo indipendenza artistica e qualche rara soddisfazione di pubblico.

I vantaggi non si riducono a questo e il disco dei “The Star Pillow” (altro nome “cosmico” dopo gli Architecture of the Universe, e non è un caso) lo dimostra.
In primis, i maestri con cui confrontarsi sono pochi (tranne il moloch Eno non vedo altri giganti) e i margini di manovra sono ampi; inoltre, si possono saccheggiare i territori dell’avanguardia (il minimalismo di Philip Glass, persino l’elettronica sdoganata da Jean Michel Jarre) e i “cuscini stellari” lo fanno per sette lunghe tracce in un dolcissimo trip sonoro, per sconfinare nel latin-jazz di “Problem Solving” e in percorsi sonori anche più inquietanti e metafisici nelle ultime due tracce. Si può svariare in territori e traiettorie impercettibili e vaghe, alla ricerca di qualcosa che trascenda i confini sonori degli anni Dieci, ormai puro filo spinato oltre il quale c’è un cartello che recita “hic sunt leones”.

Lode a questi ricercatori, che inseguono nuovi spazi liberi attraverso un disco gradevole e ben suonato e che accompagna lo studio, le letture, le passeggiate come pochi dischi finora.

Sito Ufficiale: http://www.thestarpillow.blogspot.it/

Facebook: https://www.facebook.com/thestarpillow

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