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6. Beatles, “Rubber Soul” (1965)

https://i1.wp.com/1.bp.blogspot.com/-q_5rpzQhPPk/UIBnB-YRt1I/AAAAAAAAASQ/iKMjWfUpos8/s1600/Rubber+Soul+cover.jpeg“Rubber Soul” contiene tutto quello che mi ha fatto avvicinare alla musica dei Beatles e anche tutto quello che ha contribuito a che me ne allontanassi, e per un bel pezzo per giunta. Non c’è un disco suonato male, non fosse altro che nella loro discografia beatlesiana non c’è nulla, ma proprio nulla che vada sotto la sufficienza, ma certe pagine sono meno felici di altre per noi che guardiamo 50 anni dopo alla loro musica decontestualizzata, in playlist digitali che vanno da Mozart fino all’ultimo dei neomelodici (parlo di me? Può darsi).

Nel 1965 i ragazzi di Liverpool devono decidere cosa faranno da grandi, ma nel frattempo si guardano intorno e aprono gli occhi sul bene e sul male, sul mondo e le sue storture, poiché scelgono temi più adulti, infilano riferimenti a droghe, tradimenti, sesso e carnazza in canzoni apparentemente candide e di un’innocenza melodica tale da non scandalizzare le mamme dell’epoca, che evidentemente non capivano le metafore: “baby, you can drive my car”, ritornello irresistibile, una vera pietra miliare seconda solo a “Vengo a prenderti stasera sulla mia Torpedo Blu” (popi popi!) della piacioneria internescional. (1); “ci ho i mobili di legno norvegese” è invece una variante di “Vieni a vedere la mia collezione di farfalle a casa mia”. Insomma, Lennon e Macca ormai son grandi e si possono permettere ai miei occhi la sdolcinata ma bella “Michelle” e la noiosissima “In my life”, i coretti del tardo beat e le ultime rime per fanciulline british, ma si vede che qualcosa sta cambiando: Harrison comincia a suonare il sitar e a creare germi di world music, si intravedono strutture blues, tempi dispari, una cura del suono più intrigante ed elaborata, accenni di psichedelia.

Non un disco indimenticabile, ma nemmeno disdicevole, e farebbe certamente la fortuna di qualsiasi altra band, ma sfigura solo perché dopo ci sono stati altri cinque anni di musica davvero immensa.

Next stop, “Revolver”.

(1) ps. Mi sono colpevolmente dimenticato di “me la dài, me la dài, me la dài la tua pensée”

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