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Beatles 2. Abbey Road (1969)

Va a finire sempre che i piromani muoiono pompieri. Lo so, è un luogo comune degno dei nonni di Villa Arzilla, ma a mettere le mani su “Abbey Road” mi ritorna in mente come il ritornello di “Come Together”, insistente e inoffensivo. Meglio la finta psichedelia di “Something” col moog morbido e avvolgente che è l’unica nota “eversiva” dell’album, un album che ha sbancato le classifiche mi sa più per le splendide foto dei quattro sulle strisce, con Lennon che ci ha una faccia emaciata alla “Yoko Ono è il mio destino” (purtroppo i suoi problemi non si limitavano a Yoko Ono) e ha già smesso di essere genio e si appresta a diventare icona. E poi dicevano che era il Macca quello scarso…

Accade un miracolo: dopo secoli capiamo perché vent’anni dopo sono nati Blur e Oasis e perché ce l’hanno menata per anni con le loro origini beatlesiane. Mi limito ad elencare solo qualche esempio, comunque pesante come macigno: “Maxwell’s Silver Hammer” e “Mean Mr. Mustard/Polythene Pam” anticipano il fun pop di “Parklife” e i suoi coretti finto giovani, mentre l’energia di “Carry that weight/The End” ci rimandano a “Be Here Now” dei fratelli Gallagher. Stessa spocchia, stessa piacioneria che altrove non avevo mai notato… mah…
Canzoni brevissime, piccole spruzzate di pop senza nerbo le canzoni dell’ultimo album in studio dei Fab Four, come veder giocare Maradona sovrappeso nelle partite di beneficenza: scampoli di classe e generale pesantezza dell’essere. Un disco fiacco che non perdonerei ad alcuna band emergente, una tracklist buona per tirar fuori singoli danarosi e innocui: la rivoluzione è finita, meglio prepararsi per una panchina ai giardinetti (si saran detti questo). Non capisco perché si sia gridato al capolavoro, al momento mi sfugge.

E alla fine la cosa migliore sono i ventisei secondi finali di fingerpicking di “Her Majesty”, la ghost track, finita lì per sbaglio per l’errore di un tecnico del suono.

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