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Reload: La critica letteraria al tempo dei “barbari”

di Flavia Guidi

Se fino a poco tempo fa sentivamo lamentele da parte delle autorità in campo culturale e non solo circa la rete e il materiale in esso reperibile, adesso anche loro hanno cominciato a utilizzarlo e a farsi conoscere tramite blog, siti internet o addirittura pagine Facebook (penso, ad esempio, a “Doreciakgulp” di Vincenzo Mollica).
Spulciando qua e là e aprendo la terza pagina del sito de “La Repubblica” trovo un articolo scritto da Paolo Mauri l’8 aprile 2010. Il giornalista e critico letterario presenta il libro di Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero “Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a Internet 1925-2009”, edito da Feltrinelli.
Mauri fa un excursus, mettendo in rilievo come sia cambiata la promozione e la critica letteraria: se prima si parlava di libri nelle cosiddette terze pagine dei quotidiani, dagli anni ’70 sono stati i programmi televisivi ad assumere questo compito. Chiedendosi se la Tv sia un mezzo idoneo alla diffusione dell’informazione letteraria, risponde presentando due casi agli antipodi: nel 1976-1977 programmi come “Bontà loro” di Maurizio Costanzo e “Domenica In” di Pippo Baudo portano sul piccolo schermo uno scrittore e “lanciano” un libro, a volte con risultati strepitosi; nel 1993, invece, Attilio Bertolucci legge “La camera da letto” in una trasmissione mattutina del terzo canale Rai, raccogliendo un indice di ascolto pari a zero.

Il libro di cui parla l’autore dell’articolo si propone al pubblico con una analisi documentata e obiettiva, ma al giornalista preme parlare della parte più critica. Dopo aver sottolineato, con dati alla mano, come il mercato librario si sia “massificato”, passando da 478 titoli pubblicati in un anno a 1469, Mauri si schiera dalla parte dei due autori. Negli anni ’90, ci dice, nascono la Tv commerciale e Internet, con il suo pubblico in crescita costante, i blog, e i siti degli editori. I blogger funzionano «come una redazione composta da milioni di persone praticamente ingestibile, ma certo fenomenale nel passaparola. La letteratura, ecco il punto, perde sacralità e la critica scompare, uccisa dalla promozione industriale mentre il valore letterario, retaggio di un umanesimo secolare, non conta più. Ma è proprio così? I conduttori televisivi in realtà sacralizzano gli scrittori ospiti: solo che li sacralizzano tutti. Sono dei pubblicitari. E i critici? Vivono in clandestinità e producono blog. Ma la Rete non è tutto: secondo Cavazzoni, per esempio, un romanzo in rete è come un annegato nel mare.»

Ma è possibile richiedere ed avere più qualità per un pubblico sempre più vasto? Che cosa è successo? Perché?

Chiamando questo ampliamento di orizzonte “imbarbarimento”, Alessandro Baricco, nel suo saggio “I barbari”, dedica ben tre capitoli al mondo dei libri. Anche lui sembra d’accordo sul fatto che da decenni l’industria editoriale abbia aumentato in modo costante il proprio volume di affari. Ci dice che risultati del genere sono effetto di una “mutazione genetica”: prima in libreria trovavamo il commesso che sapeva e leggeva, mentre adesso ci sono i megastore dove si trovano anche CD e film. La sobria comunicazione di un lavoro fatto è diventata pubblicità strabordante e aggressiva.

Questo potrebbe farci disprezzare i tempi che corrono, ma invece Baricco racconta che l’enfasi commerciale c’è sempre stata e spesso non uccideva il tratto più nobile dei gesti a cui era applicata: l’enfasi commerciale è un effetto, non una causa.

Nel Settecento chi scriveva aveva come pubblico di lettori una cerchia ristrettissima; poi, con il trionfo della borghesia, il panorama si è ampliato: molta più gente aveva la capacità, i soldi e il tempo per leggere. Quel momento, con la nascita del romanzo, ha visto l’operazione commerciale più grandiosa della storia recente. E lo scrittore afferma che il romanzo borghese fu percepito come una minaccia al tratto nobile del gesto di scrivere.

Questo è successo più volte fino ad oggi, dove di volta in volta il nuovo quadro sociale stimolava gli scrittori a raggiungere tutto il pubblico disponibile.

Ma per quanto riguarda la qualità? Baricco ci spiega che quest’ultima era l’espressione esatta dei bisogni della “comunità” di lettori a cui il prodotto era destinato. Tuttavia, invece di scegliere fra la qualità e il mercato, gli scrittori trovavano la qualità nel mercato.

L’idea più geniale di questi capitoli sulla realtà dei libri è quella dell’ “uovo al paletto”. Lo scrittore realizza una metafora culinaria per spiegarci “che concezione di qualità hanno imposto i barbari”: essi non hanno spazzato via la civiltà del libro. Quella che i vecchi chiamano “la letteratura di qualità” vende in realtà un po’ di più, alle volte molto di più, ma mai molto di meno. Questo significa che i megastore non sono riusciti a scalzarla. Sono cambiate, però, le proporzioni: Tabucchi ha aumentato discretamente le sue vendite, mentre la “letteratura non di qualità” ha aumentato il proprio campo di influenza smisuratamente.

Baricco paragona i libri di qualità al rosso del suo uovo e quelli non di qualità al bianco. La cosa interessante è cercare di capire il bianco, per lui formato da “libri che non sono libri”, cioè provenienti da un punto esterno come quelli da cui hanno tratto film, romanzi scritti da personaggi televisivi o comunque famosi. Per i barbari il libro fatto solo di “grammatica, storia e gusto è povero di senso poiché non inseribile in nessuna “sequenza trasversale” (1). Questo, però, è l’aspetto più “volgare”. Il caso più raffinato che ci racconta è quello dei libri venduti insieme ai quotidiani: per una serie di motivi come rapidità, basso costo e contesto in cui si trovavano, lettori che in libreria non avrebbero mai acquistato i “classici”, uscivano dall’edicola con Flaubert o Faulkner.
Chissà se è stata solo una “micidiale illusione”.

(1) Per “sequenza trasversale” Baricco intende il filo che lega la letteratura non di qualità alla realtà in cui è nata, esterna a quella dei libri. I barbari leggono soltanto ciò che ha istruzioni per l’uso fuori dal mondo dei libri.

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  1. giugno 17, 2012 alle 10:22 pm

    Però Baricco non fa mica il critico nel libro…E’ un saggio venuto fuori da puntate sul giornale.E’ più saggista che critico…

  2. Franciscus wm
    giugno 18, 2012 alle 12:48 pm

    beh il saggio di baricco è un saggio che coinvolge pesantemente il giudizio sui fenomeni letterari, pur non essendo un saggio di critica letteraria tout court

    anzi, non è nemmeno un saggio tout court; è un libro esso stesso barbaro che procede per disvelamenti e intuizioni, senza affondare il colpo, anche perché come ben dici, la struttura a puntate ne ha profondamente influenzato la forma

    vuole essere uno spartiacque fra epoche, una pietra miliare

    peccato che non spazzi via il sospetto che sia solo un insieme di intuizioni tenute insieme da uno stile ruffianissimo, che comunque fa sì che il libro vada letto fino in fondo (e questo è un valore che non va mai negato anche nei libri che non ti convincono)

    Riguardo al vero tema del tuo articolo, sono dubbioso

    mi pare che la seria critica letteraria ancora sia appannaggio di poche pagine culturali e che i blog, anche questo nostro blog, sia un confuso rimestamento di idee più utili a coloro che scrivono che ai lettori. Per disvelare, serve un bel saggio, che racconti, scavi, analizzi, proponga: non basta un post.

    Il blog fa il lavoro di allenarci a pensare: bene, male, in maniera confusa e contraddittoria, ma ci allena.

    Tuttavia la concretezza sta altrove.

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