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Betty Poison Japan Tour (1) – La partenza, la Gibson e le Aidoru

I grandi Betty Poison hanno appena ultimato il tour dei sogni nella terra del Sol Levante. Lucia Rehab ci invia un diario di viaggio pieno di sensazioni, persone, brulichio geometrico di cose e odori: lo pubblichiamo centellinandolo come il vino buono. Enjoy ^^

Betty Poison Japan Tour (1) – La partenza, la Gibson e le Aidoru

di Lucia Rehab

Tra Roma e Parigi, dove facciamo scalo prima di partire per Tokyo, abbiamo la conferma definitiva dell’endorsement del tour da parte della Gibson. Brindiamo con champagne e dolcetti al limone mentre voliamo verso il Sol Levante e in effetti non si fa mai notte, è un continuo procedere verso est. Superiamo San Pietroburgo e Samarcanda, guardiamo film, ascoltiamo musica, io leggo qualche pagina di “The death of Bunny Munro”, l’ultimo romanzo di Nick Cave, una ragazza giapponese, accanto a me, ricama su un telaio tondo un romantico motivo floreale, mentre noi andiamo su di giri per via dello champagne. Nunzio si ripassa il trucco costantemente, guarda cartoni animati francesi e dorme con una mascherina azzurra. All’arrivo un gruppo di americani è messo immediatamente in quarantena per motivi ignoti, noi invece sbrighiamo le prime formalità e incontriamo Roman, batterista dei Pandora’s Bliss ed eccezionalmente, per questo tour, anche dei Betty. Arriva dritto da Amsterdam, mentre Annika e Mia, i restanti due terzi della falange “belgotedesca” con cui divideremo il palco, arrivano da Abu Dhabi. A quel punto siamo pronti a farci sedurre dal Giappone, dalla sua bellezza, dai suoi ritmi e dalla sua conturbante diversità e ci tuffiamo nella città di Tokyo.

Nonostante la vita brulichi ovunque le strade sono pulitissime, praticamente non ci sono secchi della spazzatura in giro perché nessuno butta niente, non si fuma per strada o all’aperto, ma solo in cabine di vetro piene di nebbia maleodorante (in compenso si fuma nei locali e negli appositi settori dei ristoranti), il volante, nelle auto, è a destra come in Inghilterra, il traffico scorre sempre, è vietato parlare al cellulare in treno o in metropolitana, i giapponesi non danno la mano ma fanno l’inchino, girano spesso con la mascherina sul viso, non si soffiano il naso perché lo trovano maleducato (si limitano a “tirare su”) e parlano pochissimo inglese. Ce ne accorgiamo quasi subito e ci rendiamo conto che dovremo dar fondo a tutte le nostre risorse per comunicare… il massimo lo raggiungo io imitando il verso del porco per far capire che voglio ordinare del maiale. Ad ogni modo sono anche gentilissimi e prendono molto seriamente le richieste di informazioni, un signore che va per la sua strada in giacca e cravatta e a cui chiediamo come arrivare a un internet point resta a studiarsi la mappa di Tokyo sotto la pioggia, immobile, quindi ci accompagna di corsa fino a destinazione, nella direzione opposta a quella in cui stava procedendo lui e la stessa cosa ci capita con un’altra persona, che ci scorta dai meandri della stazione fino al terminal degli autobus. Le cassiere raccolgono i soldi con i palmi aperti e sollevati verso l’alto e sorridono sempre moltissimo.
Più in generale ci imbattiamo in diverse categorie di donne, che tendono a riproporsi… quelle severe in outfit da business woman, quelle vestite di bianco e rosa e che sembrano bambole di porcellana, quelle eccentriche dalle scarpe altissime ed enormi e gli accessori improbabili, le studentesse in uniforme spesso cortissima (il nostro amico Koji dice che le giapponesi fanno vedere le gambe perché non hanno le tette, ma è una simpatica canaglia…).

Restiamo a Tokyo fino alle dieci di sera e facciamo in tempo a vedere il concerto di un gruppo di ragazze che per brani eseguiti, aspetto e movenze sono una versione incredibilmente filologica dell’”Incantevole Creamy” con le frequenze vocali di “Alvin superstar”. Non ci era mai capitato di sentire suoni simili in una voce umana e restiamo divertiti e stupiti in mezzo a gente in delirio che agita barrette fluo e scatta freneticamente foto. Intanto Shinjuku, che ci ricorda decisamente Times Square, è tutta un video e un trionfo di luci e moltissimi sono gli schermi in cui scorrono costantemente le immagini delle “aidoru”, le “japanese idols”, adolescenti tra i quindici e i vent’anni o appena più grandi che, per un periodo di tempo variabile e indeterminabile, diventano un vero e proprio oggetto di culto e sono idolatrate per mezzo di un’operazione culturale di massa che tende a costruire attorno a loro e attraverso il martellamento dei media un’immagine ideale, che evochi un mondo ammiccante e irraggiungibile, in una parola, il sogno. Di sicuro c’è qualcosa di inquietante in queste ragazze che, lanciate come pop star, modelle o semplici personaggi televisivi, sorridono, strizzano l’occhio e sgambettano costantemente sui grattacieli di Tokyo. Non sono loro, tuttavia, l’ultima immagine che mi colpisce, quanto piuttosto quella di una ragazza in uniforme scolastica che corre per le scale della metro tenendosi con le mani la gonna troppo corta, in un trionfo di cripto-erotismo nippovoyeur…

(continua)

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