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Out intervista… Giovanni Peli

Cantautore e poeta, Giovanni Peli conduce una personalissima ricerca artistica che lo porta sia sui sentieri della scrittura che in sala di registrazione, dove ha editato per Kandinsky Records uno dei migliori dischi di quest’anno solare, che abbiamo già recensito non molto tempo fa, “Tutto ciò che si poteva cantare”.
Gli abbiamo posto qualche domanda e lo ringraziamo per la gentile disponibilità.

Una strada di continuo mutamento,
intervista a Giovanni Peli – di Francesco Misiti

Out. Chi è Giovanni Peli? Hai a disposizione poche righe, o il post sul blog scoppia…
Giovanni Peli. Sono un artista: scrivo, canzoni e poesie soprattutto. Ho fatto importanti esperienze come scrittore di teatro e non escludo in futuro di dedicarmi al cinema.

O. “Gli uomini non dimandano nulla più dai poeti” (cit.); per un poeta ormai è necessario evolversi in musicista-cantautore per trovare un pubblico?
G.P. No, credo che l’artista debba essere completamente libero, non deve fare niente per trovare un pubblico, o meglio: ogni evoluzione deve dipendere dalle esigenze espressive, l’artista credo debba essere in continua formazione ed in continuo mutamento, perché in questo modo ci si avvicina ad esprimere una cosa vera ed essenziale, emozionante per tutti. Credo che il terreno della certezza, (della tranquillità intellettuale, del perbenismo, del conformismo) non faccia bene ad un percorso di ricerca artistica. Poi trovare il pubblico è una questione extraestetica… si spera che ci sia! Quindi: il cantautorato è un’arte a sé, non è l’evoluzione della poesia.

O. La notte, la necessità e l’ineluttabilità delle illusioni sono temi di tanta poesia moderna e contemporanea. Hai padri nobili, poeti e cantautori che ti hanno ispirato?
G.P. Metaforicamente vivo come un antieroe postmoderno in un labirinto-libreria… difficile dire chi mi ispira davvero, ogni risposta potrebbe essere falsante. Amo moltissimo tanti cantautori italiani e stranieri e mi piace seguire le novità. Ho l’impressione però che la canzone segua più una sua tradizione antiletteraria, slegata dal percorso della poesia, e questo non lo condivido. Seguo la poesia contemporanea da vicino, mi interesso molto a questo genere letterario e ho scritto una canzone, recentemente, con Mario Benedetti, è stato molto emozionante perché credo che sia il migliore poeta italiano contemporaneo. il titolo è “Accorgetevi”. Inoltre sono anche poeta e sto lavorando da anni ad una raccolta dal titolo “Il passato che non resta”.
O. Musicalmente sei abbastanza eterodosso rispetto a certo cantautorame, sia quello evergreen, sia quello caposseliano odierno. Traccia un tuo identikit musicale.
G.P. Mi piace creare dei collage, affrontare stili diversi sempre tenendo conto che devo “mettere in scena” il testo. Inoltre ci tengo molto a creare una scaletta varia, credo che il mondo sia complesso, vario, e che contenga dinamiche opposte apparentemente inconciliabili. Anche il mondo artistico lo concepisco così. Per dare un’unità a molteplici sollecitazioni diverse, dopo la scrittura dei brani ho fatto un attento lavoro di preproduzione e arrangiamento con un grande musicista, Silvio Uboldi e poi tutto è stato ulteriormente analizzato e organizzato dall’ottima produzione artistica di Stefano Castagna.
In effetti pur avendo fatto esperienze di quel tipo mi allontano molto da sonorità classicamente acustiche come da influenze jazz o folk, molto in voga nel cantautorato. Sono più interessato all’elettronica, e tra i suoni “immortali”, al blues.

O. Libro sul comodino e cd nello stereo.
G.P. Leggo e ascolto più cose contemporaneamente… così su due piedi ti dico lo “Zibaldone” di Leopardi e “Sleep dirt” di Frank Zappa.

SOUNDCLOUD: Tutto ciò che si poteva cantare (2012)

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