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Out intervista… Mezzafemmina

Gianluca Conte (aka Mezzafemmina) è un cantautore che stiamo cominciando ad apprezzare ed abbiamo ospitato già nella prima puntata di Sotterranei. Ora l’intervista, cuoce e conduce la nostra FraP.

Scrivere di cose tristi non è un tabù
intervista a Mezzafemmina by Francesca Paolini

Out. “Mezzafemmina” è il soprannome che hai ereditato da tuo nonno e che più ti rappresenta. Raccontaci la motivazione di questa scelta.
Mezzafemmina. Quando ho cominciato a pensare a questo mio nuovo progetto solista la prima cosa a cui ho pensato è stato, prima ancora del genere e di tutto il resto, il nome. Non volevo usare il mio nome e cognome ed immediatamente mi è venuto in mente il nome “Mezzafemmina” che è il soprannome della mia famiglia, a Rocchetta Sant’Antonio, un paesino ai confini tra Puglia e Campania. Questo nome era stato dato al mio bisnonno perché aiutava nelle faccende domestiche e ai tempi del fascismo ciò non era sicuramente ben visto. Ho pensato che questo soprannome fosse quello che mi rappresenta più di qualunque altro affibiatomi in vita: ha in sé una certa sorridente critica al fascismo, una sensibilità femminile che non nego di avere, e quel sapore di sud e di storie da paese molto presenti nella mia musica.

O. Con il pezzo “Le prigioni del 2000”, riguardante la tematica del lavoro, ti sei aggiudicato il Premio Supersound 2011. Quanto è importante continuare a denunciare la precarietà del lavoro e le morti bianche?
M. “Le prigioni del 2000” e “Articolo 1” sono le prime canzoni su cui ho puntato. Anche se forse non lo sono state cronologicamente le considero le prime due vere canzoni di Mezzafemmina. Ho deciso di trattare per primi proprio questi temi, perché penso che non se ne parli mai troppo. E ho voluto parlarne in maniera semplice, diretta, anche un po’ nazional-popolare, se vogliamo, ma proprio perché son temi che non riguardano la destra o la sinistra, sono pure questioni di buon senso e non si capisce per quale motivo non se ne parli mai in maniera accurata.
La cosa che più mi spaventa della precarietà del lavoro non è tanto la precarietà economica ma la precarietà da un punto di vista dell’identità dei nuovi giovani. Se un ragazzo continua a fare, magari di malavoglia, numerosi lavori, magari per pochi mesi, lavori che non lo soddisfano, che non riescono a dargli una continuità economica e professionale, rischia seriamente di non riuscire a crearsi mai un’identità personale e lavorativa. Così si rischia di avere una generazione davvero insoddisfatta, nell’accezione più negativa del termine, con tutto ciò che può conseguirne, da un punto di vista sociale, politico e anche artistico.

O. Come è stato cimentarsi nella carriera solista dopo un lungo periodo come voce e autore dei Melanie Efrem?
M. All’inizio, lo ammetto, non è stato facile. Dopo essermi abituato per anni ed anni a fare qualsiasi cosa in 4-5 l’impatto non è stato subito semplice. Era un po’ strano trovarmi da solo in sala prove a suonare e cantare. Però ero talmente carico e convinto di quello che stavo iniziando a fare che ho cercato da subito di sublimare i primi impacci in maggior grinta e voglia di buttarmi subito con entusiasmo ed anche un po’ di sana ingenuità in un mondo del tutto nuovo per me.

O. Quali sono le tue influenze musicali?
M. Le mie influenze musicali sono variegate e apparentemente poco collegate a ciò che poi faccio. Sicuramente nella scelta di intraprendere un percorso maggiormente cantautorale ha inciso una certa riscoperta negli ultimi anni di cantautori che avevo in passato un po’ snobbato, in particolare Paolo Conte e Giorgio Gaber, ma a parte questo continuo ad essere molto affascinato dalle sonorità più disparate, che vanno dall’elettronica alla musica popolare, dal rock “sudato” alla musica classica. La mia più grande ambizione è proprio quella di riuscire ad unire un giorno in modo coerente tutti questi stimoli musicali nella mia musica.

O. “Storie a bassa audience” ha significato tour in tutta Italia, premi e soddisfazioni artistiche. Il 2011 si è concluso in maniera decisamente positiva. Cosa ti aspetti dal 2012, quali sono i tuoi progetti futuri?
M. Il 2012 è iniziato molto bene, con la presentazione del video documentario di “Articolo 1” e la partecipazione al Premio Buscaglione. Nei prossimi mesi gli obiettivi più urgenti sono la presentazione del video di “Insanity show”, una canzone a cui tengo particolarmente ma soprattutto nei miei piani vorrei far uscire il mio secondo album già a fine di quest’anno. Ci sto lavorando insieme ai miei musicisti (che ci tengo a nominare: Andrea Ghiotti alla batteria, Rocco Panetta alla chitarra, Emanuele Pavone al basso e Andrea Nejrotti alle tastiere) e sono molto curioso di come potrebbe essere il risultato finale di questo cd, che prevede alcune novità.

O. Come sono nate le collaborazioni con gli artisti all’interno dell’album?
M. Prima di tutti vorrei citare Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione. Nel momento in cui ho deciso di registrare questo album non ho avuto dubbi su chi scegliere come produttori artistici e il risultato ottenuto ha assolutamente accontentato le mie aspettative. Grazie a loro poi ho potuto contare sulla collaborazione di Elena Diana, sempre dei Perturbazione, al violoncello, un piccolo sogno che avevo nel cassetto, perché lo ritengo il violoncello più dolce d’Italia. Così come per Robertina, che ha una voce che mi ha sempre incantato; in “Brace” ci vedevo benissimo una sorta di dialogo tra una voce maschile e una femminile: semplicemente le ho mandato una mail chiedendole se le andava di partecipare e lei con grande entusiasmo e disponibilità ha accettato. Tutte le altre sono commoventi collaborazioni di amici che hanno deciso di partecipare e darmi una mano nella stesura del disco prima ancora di sentire cosa stessi facendo: in particolare Andrea Ghiotti, tuttora mio batterista, la bravissima Jolanda, cantautrice che ormai ha esportato la sua musica anche e soprattutto all’estero, Giorgio Codias, chitarrista dei Verlaine, gruppo indie torinese che io adoro da sempre, Eros Giuggia, sassofonista dei Merce Vivo, altro gruppo molto apprezzato nel torinese, e Marco Fratta. A loro va un ringraziamento particolare perché forse senza di loro questo cd non sarebbe potuto nemmeno esistere.

O. Quanto è importante l’aspetto del live? Suoni sempre accompagnato dalla band o anche semplicemente “voce e chitarra”?
M. Sto cercando di rendere il mio progetto il più modulare possibile. Mi esibisco in alcune situazioni voce e chitarra, in altre in duo o in trio (due chitarre e tastiera o due chitarre+batteria+ipad), anche se ammetto che la formula che preferisco è quella della band al completo, sia perché vengo dal mondo del rock e mi sento più a mio agio, sia perché ritengo che il live con la band al completo dia l’immagine più completa di cosa sia il progetto Mezzafemmina, musicalmente e non solo.

O. Ti senti più cantautore o poeta “metropolitano”?
Sinceramente non saprei come definirmi e non ci ho nemmeno mai pensato. Ovviamente tutti mi definiscono un cantautore, anche se io non mi sento propriamente un “cantautore”. Alcuni mi hanno anche definito un poeta, in effetti, ed anche invitato a qualche “poetry slam”, molto in voga ultimamente nel torinese.
Ripeto, non saprei come definirmi. So che mi piace tanto leggere e scrivere e non nego che mi piacerebbe scrivere qualcosa anche al di fuori della forma canzone, che per ora ho sempre adottato. Forse sono solamente uno scrittore, che per ora ha trovato la sua miglior espressione nella canzone.

O. Luigi Tenco diceva” scrivo solo cose tristi perchè quando sono felice esco”. Raccontare e denunciare certe quotidianità condendole con l’ ironia e qualcosa che consente di raggiungere lo scopo, toccare il nervo scoperto, suscitare una presa di coscienza?
M. Io spesso dico che nella società odierna “scrivere di cose tristi” è diventato un tabù. Pare che trattare certi argomenti sia segno di rigidità o addirittura di pessimismo, mentre, a mio parere, è esattamente il contrario. Una volta prima di un concerto dissi una frase simile a quella di Tenco; ironicamente dissi “faccio canzoni tristi perché sono una persona felice e me lo posso permettere”.
Una volta una ragazza mi disse che le mie non erano da “canzoni da sabato sera”, come se fosse scritto da qualche parte che il sabato sia vietato dare degli spunti di riflessione. Perché secondo me è questa la funzione di una canzone. Dare uno spunto di riflessione, non spiegare, e nemmeno dare soluzioni. Per quello ci sono i saggi, i politici, i filosofi o i fisici. Il “cantautore” può e deve soltanto lanciare un sasso, a volte con ironia, a volte con intimismo, a volte con critica dura, senza fare politica o dire ai suoi “seguaci” cosa è giusto fare e cosa no. Questa è la vera presa di coscienza.

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