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Out intervista… Massimo del Papa (seconda parte)

Continuiamo la chiacchierata col giornalista e blogger Massimo del Papa. (by Claudia Amantini e Laura Aiudi)

O. Secondo te si può parlare di informazione “indipendente” in Italia? Internet può dare una mano a questa “indipendenza”?
Massimo del Papa.
Assolutamente no. Il discorso sarebbe lungo, ma, come tento di trasmettere nelle scuole, non bisogna – e lo dico sapendo di suscitare reazioni controverse – considerare l’informazione una patente di libertà, ma una merce. Con tutte le conseguenze del caso. Non esiste, non è mai esistita né mai esisterà, testata che non abbia sponsor, amici, gente da coprire. Che non chiuda i suoi occhi quando è il caso, e non li tenga fin troppo spalancati altrimenti. Un giornale serve a fare soldi, anzitutto. Inoltre, il sistema dell’informazione va visto a struttura inanellata, come i cerchi delle olimpiadi. E i cerchi si chiamano finanza, industria, pubblicità, politica, informazione. Tutti interdipendenti. Un’altra cosa: i giornali non sono in guerra tra loro come si pensa, sono molto più simili tra loro e i giornalisti lo sanno, sanno di far parte di una casta, almeno a livelli alti, e si riconoscono come privilegiati. È assurdo incolpare uno perché ha avuto un ingaggio con una testata, magari controversa, ed ha accettato: che deve fare, crepare di fame? I giornali si somigliano, anche nello sfruttamento: tutti, hanno inventato un nuovo sistema per sopravvivere: fanno scrivere i lettori, i blogger: gli prosciugano i blogghettini, quelli lavorano gratis e sono pure contenti. Sotto, ci stanno i cinquantamila schiavi, che, per dirla con Stracquadanio, sono “sfigati” da 500 euro al mese (molti meno, in realtà). Domanda: come può un sistema che si regge al 99% su questa schiavitù erogare informazione libera? Ma per gli schiavi, fateci caso, non si scende mai in piazza: solo per i divi da 1 milione di euro in su. C’è molta confusione, si confonde comunicazione e giornalismo (apposta, ma è tragico), diritto di espressione con diritto di informare, censura con controllo sulle fonti, eccetera. Nessuno si interroga davvero su questi aspetti.

O. Passiamo alla politica: toccare o non toccare l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Ha senso l’equazione “meno diritti=ripresa economica” o non è opportuno percorrere questa strada?
MdP. E’ una domanda con poco senso per me. Da una parte c’è un governo che vuole eliminare ogni forma di tutela sociale in nome di un liberismo di Stato di stampo totalitario: via tutto a tutti, per rimpinguare uno Stato ideale, superburocratico, che non a caso nella percezione di questi qui diventa etico: pretendono di rendere virtuosi gli italiani punendoli, come a scuola, di raddrizzarli prima stroncandoli, vogliono decidere cosa sia morale mangiare, bere, arriveremo al vestire e al pensiero. Per me andiamo verso uno Stato totalitario bancario. Monti ha detto, dall’America: voglio cambiare la testa degli italiani. Stia attento, ci ha già provato un altro e non gli è andata troppo bene. Dall’altra parte ci sono sindacati che pretendono di ragionare come 50 anni fa senza voler rinunciare a niente, come se il Paese non facesse parte di un contesto internazionale e assai più interdipendente di prima. In questa incomunicabilità secondo me sta il dramma. Non si trova un giusto mezzo, un modo per accordarsi. Arroccarsi non ha senso, per una serie di questioni: e parlo non da privilegiato, ma al contrario da sottoprecario che non ha mai avuto un contratto in vita sua, ed è stato sempre sfruttato – penso di poterlo dire a testa alta – nell’indifferenza generale. Pensate: io ho mandato ai direttori di tutti i giornali una lettera aperta, con la mia storia quasi 25nnale di cronista senza garanzie di sorta. Non per me, ma in quanto rappresentativa di centinaia di migliaia di persone. Nessuno mi ha neppure risposto. Vedete bene che delle prospettive sull’art. 18 in realtà non interessa un cazzo a nessuno, è solo un altro tema per riempire i giornali. Io so che significa non avere tutele. Ma so anche che la mia condizione, mia e di migliaia come me, è servita finora a garantire quella di tanti privilegiati con troppe tutele. Sapete qual è la vera partita? L’intoccabilità del posto pubblico. Per questioni di elettorato partitico, prima di tutto. Abolire l’articolo 18 scardinerebbe anzitutto questo sistema clientelare. Ma non credo che Monti “che vuol cambiare l’Italia” la spunterà. Succederebbero cose in grado di travolgerlo, inclusa una certa risorgenza della sovversione orchestrata.

O. Abbiamo l’impressione di un distacco progressivo di noi cittadini dalla politica e da quei valori che un po’ di anni fa erano imprescindibili. Valori quali la tutela collettiva, il senso di appartenenza ad una società possono essere recuperati? E se sì, come?
MdP.
Ma non erano poi imprescindibili neanche allora! Si faceva molta retorica, questo sì, ma l’italiano ha sempre pensato prima al bene proprio, poi a quello familiar-familistico, e infine, se avanzava, anche per la collettività. Adesso quest’ultimo residuo è svanito, ed è una situazione da si salvi chi può. Ma io sono cresciuto nei cosiddetti anni di piombo (ci ho appena fatto un libro) e, a riguardarli ora, non è che fossero così diversi. Erano gli anni delle stragi nelle piazze, nei treni, delle inchieste che non approdavano a niente, dei processi insabbiati. C’era più vitalità, questo sì. C’era comunque un orizzonte, per quanto illusorio o, peggio, deformato dalle ideologie. Quell’orizzonte che, per tornare alla prima domanda, dischi come quelli (per esempio) di Lucio Battisti sapevano evocare alla perfezione: album credibili come documenti di coscienza collettiva. C’era, uno spazio per illudersi ancora: anche se Pasolini era giunto alla totale disperazione già allora. Oggi non c’è più niente, direi. Ecco, se per un attimo posso, indegnamente, affiancarmi a Pasolini, dirò che lui aveva “cancellato la parola speranza” (nel 1975, prima di morire). Io ho cancellato anche la disperazione.

O. Tuoi progetti attuali e futuri?
MdP. Sparire! Io non credo che continuerò a scrivere, perlomeno pubblicamente, perché non ci sono spazi, c’è troppa politica, troppa appartenenza e sono stanco. Ho sbagliato molte cose nella vita, e la prima è stata di alimentare le mie illusioni. La seconda di impormi una libertà, una verginità che non era plausibile, non stava sotto questo cielo. Io ho sempre sperato di raggiungere chi mi leggeva, chi veniva a sentirmi in un reading, e mi importava poco del resto. Davo tutto il valore al rapporto, allo scambio coi miei lettori, che ho sempre considerato parte integrante della mia vicenda e della mia vita. Dicevo: verrà anche la sopravvivenza, prima o poi. Invece io perdevo sempre più terreno. Ho cercato di difendere, sempre, una mia visione, un mio stile anche – perché se scrivi lo stile è importante, è lo specchio della tua anima e della tua onestà; è la prova della tua democrazia, farti capire e non nasconderti dietro le parole. E così ho finito per avere vita difficile in ogni posto dove ho lavorato. Ho cercato di mantenere la dignità, pur allo stremo: non sempre ci sono riuscito. Ho fatto quanto ho potuto. Oggi sono sconfitto. E non mi va più di fare lo slalom nei giornali, a questo punto. Io mi autoproduco fin che posso, ma anche questa strada, anche la rete, tradisce la solita dinamica perversa della televisione: non sei famoso se non ci vai, ma non ci vai se non sei famoso. Ormai sono completamente autonomo, ho il blog, la mia piccola rivista personale, Il Faro, e ho una serie di altri libri che, se usciranno, probabilmente usciranno ancora autoprodotti e in ebook. Quando smetterò, porterò con me migliaia di incontri, di facce, di vite di persone qualunque, come me, che per un attimo hanno raccolto le mie parole, affidandomi quelli che erano. In tutti ho trovato il dolore, ogni volto l’ho visto stravolto dalla sofferenza. Siamo meschini, tragicamente fragili, ogni tanto grandi per disperazione. Solo adesso, che divento vecchio, sto imparando a capirlo. Non ho più voglia di giudicare, ho solo troppe lacrime negli occhi. Le mie, quelle degli occhi che ho incrociato. Ho visto e raccontato tutto il peggio, mi sono imbattuto nella morte, nella violenza, nel sopruso, nell’ingiustizia, nella menzogna, nello squallore. Nella devastante tenerezza di chi soffre. La felicità in questo mestiere non l’ho mai incontrata.

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