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Out intervista… Massimo del Papa

Prima puntata di una intervista esclusiva allo scrittore, blogger e giornalista Massimo Del Papa.

La sfida di ricostruire dal nulla:
Claudia Amantini
e Laura Aiudi intervistano Massimo del Papa

(PRIMA PARTE)

Out. Partiamo dalla musica: cosa ascolti? Hai scritto anche libri musicali: per Meridiano Zero ti sei occupato di Renato Zero (Ti vivrò accanto – la favola di Renato Zero), Keith Richards (Happy- l’incredibile avventura di Keith Richards), Lucio Battisti (Lucio – ah. Le stagioni italiane nella musica di Lucio Battisti); quali sono i tuoi “idoli”?
Massimo del Papa. Idoli, ahimè, non ne ho più. Gli idoli cadono, insieme alle illusioni dell’età più fresca. Ma senza idoli, quando sei giovane, non costruisci niente, perché non sai dove andare a sognare. Poi restano le passioni, che però tengono conto della finitezza umana, dei suoi limiti, delle sue incoerenze. Per me perdere i miti ha significato trovare gli uomini, e capirli in quanto tali, al di là della loro prospettiva artistica. È un processo che la stessa scrittura ha agevolato: i miei libri sono uno, capitoli di una sola storia e allo stesso tempo restano momenti per rendere un tributo, umile, ma sentito, ai personaggi che hanno dirottato la mia speranza. A me capita, ogni tanto, di salire su un palco, da solo o con amici musicisti: non avrei trovato la motivazione senza ascoltare quelli che poi ho catturato in un libro, cercando di proporre la mia versione di questi avventurosi compagni di vita. Le mie fonti sono stati loro: pirati diversi, ma ai quali, in modo diverso, ho succhiato sogni e coraggio. A quelli già “scritti” aggiungo senz’altro Frank Zappa, per me il non plus ultra in assoluto – e, non a caso, soggetto di un ulteriore libro, tuttora inedito; poi… poi quelli che mi avete (mi hai, Claudia) sentito segnalare a Stereonotte, ospite di Barbara Tomasino: Chet Baker, Tom Waits. E Paolo Benvegnù, che rappresenta un caso speciale. Io lo considero un fratello, anche se… difficile a volte da intercettare. Con questo fratello, del quale so tanto, e che sa tanto di me, io ho dovuto faticare per liberarmi di una soggezione: Paolo è un poeta della vita, e la mia stima per lui unisce l’artista e l’uomo. Non so se sono riuscito compiutamente a ristabilire un rapporto di pura, semplice, sciolta amicizia: mi basta vederlo salire sul palco per ritrovarmi ancora irrimediabilmente distante da lui, piccolo piccolo davanti a un Grande.

O. Della musica attuale cosa pensi? Aldilà di Vasco, Ligabue e compagnia, l’Italia, però, è un Paese atipico anche per la musica, dato che sono in difficoltà pure locali che si occupano di live. La “crisi”, anche in musica, colpisce prima i “piccoli” dei “grandi”?
MdP. Sì, perché chi ha meno mezzi è condannato a restare nel guado, ad annaspare. A vivere male e io conosco artisti bravi, sensibili, che letteralmente tirano la vita coi denti. È ingiusto. I grandi, che io ridefinirei “grossi”, ormai vivono di rendita, amministrando se stessi. Non è solo colpa loro: effettivamente, i ricambi scarseggiano. Però anche nella musica, e non potrebbe essere diverso, si riflette la particolare situazione di questo fottuto Paese nel quale davvero ogni percezione di merito, di valore artistico, è estranea. Non che altrove non ci siano le caste, le rendite di posizione: ma spiragli ne restano, e infatti il giro cosiddetto indipendente altrove è più vivo, ha più ossigeno. Qui è una palude, gli spazi sono contingentati e bisogna pur sapere che questi grandi & grossi monopolizzano tutto, sono dappertutto. Come nell’editoria: uno pensa che un autore pubblichi con una certa casa editrice: e non sa che, nel contempo, fa l’editor per un’altra, il consulente per un’altra ancora, il segnalatore per una quarta… Alla faccia della concorrenza e dei conflitti d’interesse. Il risultato è che se litighi con tre persone, in Italia ti chiudi tremila porte. Sopravvivere facendo l’artista, con integrità e passione, è doloroso e quasi impossibile. Oltretutto, questi sono tempi orizzontali, che non consentono a un artista vero di sviluppare tutto il suo potenziale. Non è solo un discorso di contesto commerciale. Come mai in un colpo solo uscivano Stones, Beatles, Who e cento e mille altri? Forse perché erano ragazzi che uscivano dalla guerra, ben decisi a giocarsela: o la va o la spacca. Non avevano voglia di accomodarsi nei posti che la ricostruzione industriale borghese aveva scelto per loro, ed hanno preferito buttarsi: chi con una chitarra, chi con un pallone o un paio di guantoni. È così che sorgono i Muhammad Ali (altro libro pronto), gli Zappa, i Richards… Oggi proveniamo da 60 anni di relativa pace, da una implosione a tutti i livelli, quella fame di vita non c’è. E l’arte, se non è vita vera, non è niente.

O. Sanremo, tra chi lo evita e chi lo guarda, rimane comunque un fenomeno (da baraccone?) di cui occuparsi. Sul tuo blog (Babysnakes su massimodelpapa.blogspot.com) ti sei occupato del caso Celentano: show nello show?
MdP. No, pagliacciata, vaccata immonda. Mi spiace, ma è uno di quei casi in cui bisogna chiamare le cose col loro nome, nascondersi dietro gli eufemismi non sarebbe né onesto né democratico. Qui abbiamo visto un anziano artista, che ormai ha poco e niente da dire, prodursi in un doppio vaniloquio che avrebbe richiesto un’autoambulanza per chiunque altro. Celentano invece ha preteso carta bianca e 750mila euro, che sono un miliardo e mezzo di lire. In un momento in cui la gente si uccide perché non ha lavoro. E parlava di Dio?? Qui non c’è beneficenza che tenga, fra l’altro: per conto mio, quelli sono soldi rubati, da qualsiasi fonte vengano e dovesiasi vadano a finire. Perché non si giustificano in alcun modo, perché non sono meritati. Chiaro che, da osservatore, nel mio infimo, non potevo star zitto. Aggiungiamo che Sanremo è come il campionato di calcio: tutta una pastetta, lo sappiamo tutti, lo vediamo chi vince, per quali strade, per conto di chi. Lo sapevate che Celentano e Morandi sono artisti nell’alone dell’impresario Mazzi, che è quello che li ha voluti insieme al manager Presta (al quale hanno appena sequestrato lo yacht dove l’anno scorso si riposava la pupilla Belen, valletta di Sanremo)? Che gli stessi Mazzi e Presta sono in rapporti con Maria de Filippi, che è la vera vincitrice di un programma trasmesso sulla rete concorrente? Che Mazzi è passato dall’essere un impresario di provincia (Verona) al numero uno dopo l’amicizia coi postfascisti La Russa e Gasparri? Che nella sua beneficenza, Celentano ha prescelto una famiglia di Verona, dietro sollecitazione del sindaco Tosi, legato a Mazzi? Che Rai e Celentano fingono di litigare ma la sua casa di produzione di fiction, intestata alla moglie-agente, ha in corso con le reti di Stato progetti per 5 milioni di euro? Ecco, questa è Sanremo e questi sono i suoi santi.

O. Ti abbiamo conosciuto per gli articoli che hai scritto sul Mucchio Selvaggio: ricordiamo anche che ti sei occupato di Antonio Caponnetto, anzi la tua è stata l’ultima intervista che gli è stata fatta. Qual è l’immagine che più ti è rimasta impressa di lui?
MdP. Quella di un uomo malato, sofferente ma di integrità indomita. Anche un’altra cosa: si divertì a giocare con me, non rispondeva alle mie domande, mi maltrattava amabilmente con mille linguaggi fisici impercettibili: la sicilitudine. Poi, quando ha voluto, mi ha regalato forse la più bella intervista della mia vita. E alla fine ha abbracciato mia moglie, e mi ha compromesso: “Quello che fai è importante”. Voleva dire, ma l’ho capito solo molto tempo dopo: rendi importante quello che fai, perché sei qui per qualcosa, non per prendere in giro la gente. Un grande.

(CONTINUA)

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