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Recensione: Betty Poison, “Beauty is Over” (2011)

Intanto, sia ben chiaro, questo non è un vero write-up, ma solo un diario di ascolto di un disco che attendevo da tempo arrivasse nella mia cassetta delle lettere. Questo diario lo scrive uno che ama poco i critici, men che mai i critici musicali, a meno che non si chiamino Max Prestia, Francesca o Clà (queste ultime le nostre ‘firme di punta’ su BlogDiOut).  La migliore presentazione possibile del disco, inoltre, l’ha già fatta Lucia Rehab stessa nella Playlist 11 sul podcast: a noi tocca solo una pallida esegesi…

LA BELLEZZA È FINITA?


Si narra che Einstein ricevesse un giovane turbato dall’avvento del nazismo e dai venti di guerra che spiravano sempre più forti. Einstein si limitò, almeno così si narra, a suggerire al ragazzo di non leggere giornali, di chiudere le tende e leggere Shakespeare: quel grande uomo aveva come unico antidoto all’orrore della Storia, ovverosia la Bellezza.
Ora arrivano questi tre rocker italiani a dirci che nell’orrore della Crisi (non parlo di finanza, ma della crisi dei sogni, della cultura, delle scienze, umanistiche e non) la bellezza è finita, morta, kaputt.
Ma come? L’ultimo rifugio… ma questi qua come si permettono? Dico io… signora mia, che scandalo, che tempi… Vien voglia di spegnere lo stereo, comprarsi un bel giornale per benpensanti e cementificare la Val di Susa.
Ma la nuvola si rivela passeggera, quindi premiamo play con voluttà.

Bad Boy Snuff Toy e What about you ci proiettano nella dimensione giusta, quella dell’amore che consuma la malacarne sudata, un desiderio estremo di possesso che precede parole che si sbracciano ad allontanare e respingere, per poi richiamare a sé con furia violenta in So Raw.
Dopo la trilogia dell’amore difficile, segue una sorta di ode (July) dagli echi pixiesiani che ti si attacca alle orecchie senza remore, che dimostra senza ombra di dubbio come i Poison possano scrivere pezzi lenti e al limite del pop puro; segue The Golden Boy, che sarebbe uno splendido anthem da concerto adolescenziale se non avesse il testo amaro come la cicuta di Socrate e acido come il vetriolo (tutti gli assassini furono golden boy per chi li amava, prima).
Da brividi l’attacco di I’m still a slut dove la lead singer abbassa i ritmi e i toni cantando un atto di dolore sommesso, con una voce che si rivela più ricca di sfumature di quanto immaginassi, ma che poi riesplode di rabbia nel refrain, mentre a successiva I do pare ritrovare forza e orgoglio, che risalgono il pozzo della melanconia.
Il singolo Time è una lunga ballata dai toni lisergici, bellissima, racchiusa in un loop che ci imprigiona per sempre il tempo con fare ipnotico e serpentino, come un cobra che prima di colpirti a morte decida di danzare per te, pura preghiera d’amore.
Ci risvegliamo con Set it on fire, forse il pezzo meno accattivante dell’album, ma basta il successivo Lie Forever a darci un colpo sull’epigastro con una melodia minimale e la parola “menzogna” che riecheggia per l’ennesima volta in questo disco, quasi fosse essa il killer della bellezza: strano, visto che era stato questo pezzo a dirmi che questo è un disco che brilla di luce propria, oltre ogni possibile maestro.
E qui mi si ribalta tutto, con Blackout la memoria ritorna a quel disco delle Babes in Toyland che tanto ho penato per poter comprare raschiando il barile della paghetta da universitario, mentre la successiva You pare una traccia strappata ai Portishead, ma a leggerla bene è la chiave di volta di tutto: la voce della Rehab ci ricorda che l’amore non è purezza incorrotta e incorruttibile, ma continuo lavoro di distruzione, rinascita e attesa.

Forse è proprio così: mentre scorrono le ultime due tracce, mi convinco che se la bellezza è finita, sommersa dal kipple di dickiana memoria, forse è la disillusione di fronte alla corruzione, l’attesa vigile, l’urlo che richiama le energie ctonie sottese alle cose, dando vita a un nuovo barbaro codice di segni, e che esso si chiami “bellezza” poco importa.
Ma intanto i Betty, per dirla finita si confrontano con l’assenza di bellezza avendola ben presente, confenzionando un disco incantevole, armonico e struggente, quindi nulla mi impedisce di aprire il mio Shakespeare (o chi per lui) cullato dalle note di “Beauty is Over”.

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