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Recensione: NUT, “Gravità inverse”

Dopo lo splendido report video dedicato alla band pisana, Francesca ci racconta il disco dei NUT: vai Frà!

“Gravità Inverse”, nuovo album dei NUT: Pisa rules!
by Francesca Paolini

Benedetto sia Facebook che solo pochi mesi fa mi ha fatto scoprire per puro caso, i NUT. Si legge come si scrive, proprio come la dea che mangiava il sole al tramonto per poi partorirlo al mattino. Tre ragazzi, tre “bimbi”, come si dice in Toscana, ma basta che ognuno si posizioni al proprio posto, con il proprio strumento per far nascere una magia e un’atmosfera incredibili. Una assai favorevole congiunzione astrale ha fatto sì che dovessi andare a Pisa per qualche giorno e quale migliore occasione per fare due chiacchiere con questi tre promettenti musicisti?
Ascolto il loro primo cd (“Gravità Inverse”) durante tutto il viaggio, per calarmi dentro le atmosfere e le sonorità: quando finalmente giungo a Pisa, li conosco di persona e, a parte le tante risate che mi fanno fare, conosco tre personcine “a modo”, determinate, tre musicisti che sanno quello che vogliono, che credono nel loro obiettivo e lo perseguono sempre e comunque.


Divento quindi l’ospite che si intromette in sala prove, la fan coccolata dal gruppo, l’ “amante platonica” (non me ne vogliano le fidanzate!) di tutti e tre.
Premetto che nel caso in cui foste alla ricerca di canzoncine allegre e spensierate, sarebbe meglio che non continuaste a leggere questa recensione. Se invece siete curiosi di sperimentare e pronti ad ascoltare, i NUT sono la band che fa al caso vostro. Armatevi di pazienza, tempo libero e concentrazione e poi mettete su “Gravità inverse”, il loro primo full lenght, fresco di pubblicazione, uscito il 30 settembre 2011, frutto della collaborazione tra loro di due giovanissime etichette, la PogoSelvaggio! Records e la Sinusite Records.

Nonostante sia un’opera prima ha già le idee chiarissime, è una dichiarazione d’intenti, evidente già dalla copertina dell’album (artwork curato da Alberto Becherini) che raffigura un albero le cui radici si estendono verso l’alto. Un albero, ma in realtà un uomo che ha voglia di ascoltarsi, di capirsi, di andare alla ricerca della propria essenza e delle proprie radici appunto, ovunque queste protendano. Un concept album, il racconto della presa di coscienza del proprio stato in sette tracce.
Si inizia con “Sagome” (seconda classificata nella mia playlist personale) che, come benvenuto, è disarmante: tra l’intro ipnotico e l’atmosfera che si dilata, tra la voce sinuosa e avvolgente all’inizio (“e allora cerco rimedio, un sollievo, da questa mia ipocrisia. Dubito di sapere placare le mie domande e accetterò così da buon proiettile di rimanere destinato a traiettorie fisse.”) che poi graffia e finalmente esplode (“chiediti se puoi coltivare il seme di un’idea che non è la tua”) provoca un crescendo di sensazioni esplosive che sfociano poi nella pacatezza di “Abiti” (la mia number one), la canzone che mi ha fatto amare veramente questo gruppo. Dura la bellezza di 7.52 minuti, ma è talmente varia che riesce a non stancare mai e a trattenere all’ascolto.
Riconoscibilissimo è lo zampino di Nicola Manzan (Bologna Violenta) che collabora suonando violino e viola sia in questo pezzo che ne “Il sarto”, quest’ultimo presente nella seconda parte dell’album, la parte della rinascita, quella in cui si capovolge la visione e si prende finalmente atto del proprio stato: “Ordirò per me fila diverse, taglierò tutte ad una ad una quelle che non ho tessuto io…ricomincerò dal nodo più contorto il groviglio che parte da me, con pazienza lo districherò, senza fretta, le mia dita non si stancano…ho trovato il capo di quel nodo.”
“Mosaico” è forse il pezzo più complesso; complice l’intro dagli effetti assolutamente eterei che cullano e rilassano, il brano determina uno stacco totale rispetto alla prima parte del disco: dopo primi tre pezzi si passa ad un’altra fase, quella in cui la consapevolezza cresce e diventa determinatezza. Non a caso la voce che accompagna questo brano è quella di una donna, Marina Mulopulos (Almamegretta, Malfunk, Tilak): come sempre è una donna che illumina e conduce alla coscienza del proprio stato. “Quanto ancora puoi simulare, vuoi rinunciare a chiederti perchè non sai infrangere il velo che uccide le tue certezze, illude le tue pretese, distorce senza piegare.”
Il primo singolo e video tratto dall’album è “Inchiostro sprecato”, regia, montaggio e soggetto by il “fedelissimo” Duilio Scalici (Sinusite Records), nel quale si toccano i cambiamenti, l’orizzonte è ormai vicinissimo, voltare pagina è il passo seguente (“riuscirò a uscire da questi scenari che mi dai”).

Un album difficile, complesso, non da metter su per tener compagnia, un disco impegnato, da ascoltare con attenzione. Per il semplice fatto che se non lo si facesse, non lo si capirebbe, lo si confonderebbe in un’amalgama di suoni ed effetti.
O li si ama o li si odia. Non sono certo un gruppo per tutti i gusti. I riferimenti sono chiari: Tool, Deftones e tutto quello che si definisce post-rock, cui si unisce un cantato figlio dei “mostri sacri” del rock (Robert Plant, Jeff Buckley), e i NUT riescono a sintetizzare il tutto in sette brani perfettamente costruiti e armonici.
I NUT insegnano: tutti dovremmo concentrarci sulle prospettive, su quanto in realtà stiamo vivendo o siamo vissuti. Recuperare le nostre radici, svegliarci e smetterla di sprecare tempo e vita.

  1. Anonimo
    ottobre 30, 2011 alle 2:11 pm

    bellissimo!!!

  2. clà
    ottobre 31, 2011 alle 2:25 am

    la fra ha la capacità di farti innamorare di ciò che racconta… questi Nut li aspetto al varco, magari ad un concerto

  1. ottobre 30, 2011 alle 1:53 pm

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