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Recensione: Palkosceniko al Neon, “Lucas”

LA RIVOLUZIONE DI “LUCAS”
Ultimogenito nella famiglia dei Palkosceniko al Neon.

di Francesca Paolini

Rise , rebel, resist!” (alzati, ribellati, resisti) canta Otep al di là dell’oceano. A Guidonia invece ci pensano i Palkosceniko al neon ad urlare e sollecitare alla rivoluzione sociale.

Stanchi, stufi e incazzati con il sistema, con la casta che beata se ne frega di tutto e di tutti, mentre il “volgo” è oppresso continuamente come in un romanzo ottocentesco. La voce del popolo però non è soffocata, la gente grida, si dispera, si incazza, appunto. È da rivalutare l’incazzatura. Ha sempre quel quid di produttivo che porta all’esplosione di una rabbia atavica e proficua.

Ecco. La voce di questa rabbia sono i Palkosceniko al Neon.

Dopo aver girato in lungo e in largo la Penisola e dopo aver aperto i live di gruppi come Il Teatro degli Orrori, gli Zu e Bologna Violenta, a distanza di solamente un anno da “Disordine Nuovo”, sul finire del 2010 registrano e mixano presso il Db Recording Studio di Tivoli Terme, il loro nuovo album: “Lucas”.

Lucas” nasce ufficialmente il 7 maggio 2011 e viene subito accolto con grande entusiasmo, ma sin dai primi vagiti si dimostra un bambino molto “difficile”. Crescendo diventa un adolescente ribelle, di quelli che non obbediscono mai, di quelli che non abbassano la testa di fronte ai rimproveri ingiusti, ed ora che è finalmente diventato un uomo, è uno di quelli per cui il quieto vivere non è che un compromesso mortale che fa morire l’anima e lascia in vita corpi vuoti dagli occhi persi che guardano orizzonti di marzapane, illusi che sia la loro realtà, prosciugati dei sogni e delle aspettative in nome di un dio senza ideali e folgorato sulla via del denaro. I genitori, i Palkosceniko al neon sono orgogliosi di lui, ovviamente: fotografano un Paese al collasso, inviano un messaggio forte e chiaro e puntano il dito contro una società malata e ferma, ma anche contro chi si adagia su sicurezze fallaci.

I riferimenti ai Linea 77 sono assolutamente palesi, ma ascoltando l’album ci si rende conto che oltre ad urlare, questi cinque ragazzi hanno una voglia maledetta di dire le cose come stanno, di sputare sui perbenisti e su quelli che si accontentano. È ora di cambiare, di farla questa benedetta/maledetta rivoluzione. Utopici sognatori? Forse. Di certo non lasciano indifferenti. Dieci pezzi inediti e due rivisitazioni: “Brucia di vita” degli storici Negazione e “Colpo di Stato” dell’indimenticabile Stefano Rosso.

La rabbia che esce fuori senza mezzi termini, chitarre distorte, hardcore potentissimo, è finito il tempo del silenzio, dell’incertezza e della passività. Rivalutare il risentimento costruttivo e combattere contro l’inciviltà mentale della società attuale (“Credo nell’eternità dell’odio/temo la stupidità di vincere nascosta in gesti solidi/la vita di ogni giorno” cantano in “Assetto da resa”). “Lucas” è un urlo profondo di un’Italia squarciata, che non ce la fa più e canalizza in quell’urlo il suo sfogo.

Parole disperate/che se ne sono andate/su un letto di fiori/maschere insanguinate” cantano in “Con un filo di voce” pezzo che trafigge e che inevitabilmente si aggrappa al cuore e alla voglia di rivolta.

  1. clà
    agosto 3, 2011 alle 12:43 am

    mi piace l’utopia, l’incazzatura avanza… come avanzano gli scritti di francesca, fotografie sempre più nitide…

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