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Music Report: Brunori Sas + Le Luci della Centrale Elettrica

“ADDIO, FOTTITI, MA ASPETTAMI” BRUNORI SAS E LLDCE, LE PRIME “SOLUZIONI SEMPLICI”.
di Francesca Paolini

Roma, 1 luglio 2011: Si sono dati appuntamento alla Casa del jazz, dalla Calabria con furore la Brunori Sas e da Ferrara, dopo aver attraversato un nubifragio, Le Luci della Centrale Elettrica.
Sono loro ad aprire il Festival Soluzioni Semplici (in collaborazione con il Circolo degli Artisti).

Il calcio d’inizio spetta al sud, scende in campo la Brunori Sas, capitanata da Dario Brunori che con la sua chitarra acustica, pantaloni di lino, una camicia da figlio dei fiori e gli immancabili occhiali con la montatura nera, ironizza su se stesso, sul pubblico e strappa risate, applausi in maniera naturale e spontanea. Melodie orecchiabili, da falò sulla spiaggia, storie popolari, parole semplici, fotografie della vita di provincia. Proprio nella genuinità dei suoi testi si nasconde la profondità della sue canzoni che mi hanno piacevolmente sorpresa e conquistata (ho consumato il nuovo cd “Poveri Cristi” durante il viaggio di ritorno a casa!). Frecciatine al cuore con la triste ironia di “Come stai”, ricordi d’infanzia con “Guardia 82”. Malinconicamente allegro e allegramente malinconico. Si burla di se stesso, scherza con il pubblico, regala uno spettacolo divertente e allo stesso tempo molto appassionante. La performance di “Rosa” è stata qualcosa di micidiale, a parte il testo che è un mini romanzo in prosa  che descrive l’aspettativa e poi lo strazio amoroso di un giovane emigrante di ritorno, l’arrangiamento è una scossa elettrica, brividi sulle braccia, come prendere uno schiaffo in piena faccia; il finale è sempre più veloce e quando la folla incita “bacio! Bacio! Bacio!” Delirio e boom! Un’esplosione che lascia il povero Dario con il fiatone, lui che non ha più “né il fisico né l’età per queste canzoni così rock”.
Rimanere seduti è stata quasi una tortura, proprio Dario ci ha invitato ad andare sotto il palco e noi non ce lo facciamo ripetere due volte. D’altra parte, la location è quella elitaria della casa del jazz, ma la fauna è quella del Circolo degli Artisti e si esige il contatto quasi fisico con il gruppo che suona!

Breve break: salutiamo Dario e la Brunori sas, per il secondo tempo è previsto lui, Vasco. Per me non avrebbe bisogno del cognome, ma onde evitare associazioni scorrette e degradanti preciso, Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica.
Avevo un sacco di aspettative e una duplice ansia prima del concerto: la voglia pazzesca di vederlo e sentirlo dal vivo, ma allo stesso tempo la paura per il mio cuore. Vasco è uno dei pochi che scava dentro, con i testi, con gli arpeggi della sua chitarra incerottata e avevo il terrore che potesse perforare la mia spessa corazza anche lì, davanti a un sacco di gente. Mi sono vaccinata, mi sono sparata a raffica i suoi due album per tutta la settimana per immunizzarmi, per buttare fuori tutte le lacrime e arrivare quindi preparata al concerto, secca, svuotata per lasciare che la sua musica colmasse quel vuoto.
Mi aspettavo che salisse sul palco con la sua chitarra, si sedesse su uno sgabello davanti a un microfono e iniziasse a declamare le sue poesie facendomi “arrugginire le guance” (“Quando tornerai dall’estero”) dalle lacrime. Invece la performance è stata in elettrico, con due chitarre elettriche e le percussioni che a mio parere hanno rubato l’ 80% dell’atmosfera. Chi conosce LLDCE sa che gli arpeggi della chitarra di Vasco e la sua voce sono una miscela esplosiva che fa rizzare i peli delle braccia, ma l’intrusione degli strumenti elettrici ha reso rock delle canzoni che sono rock come attitudine, ma che vanno ascoltate con attenzione, in tranquillità e senza scossoni. La batteria ha oscurato una parte di poesia vascobrondesca e le chitarre elettriche hanno sovrastato arpeggi acustici ammalianti, ipnotici e dolorosamente emozionanti.
Solo “La gigantesca scritta coop” è stata eseguita in acustico. Vasco, la chitarra, il microfono e il pubblico, ragazzi e ragazze che in fondo in quei testi ci si ritrovano, che hanno (abbiamo) cantato, a squarciagola vibrando con le sue corde.
Non voglio sembrare superba, ma in tutta sincerità, da Vasco mi aspettavo un concerto diverso. Provo davvero amore per la sua musica e per i suoi testi, ma ieri sera, non mi è “arrivato”. Troppa distorsione, troppo casino. Se volevo fare headbanging andavo a sentire un gruppo grunge, ma uno che è capace di scrivere “metteranno in vendita il colore dei tuoi occhi come dati statistici” (“Le petroliere”), avrei voluto che mi facesse esplodere il cuore, proprio come quando ho sentito per la prima volta “Canzoni da spiaggia deturpata”, che non ho tolto dallo stereo per due mesi di fila.
La serata si è conclusa con un inedito, questa volta senza amplificazione: tutte chitarre acustiche e percussioni, il pubblico in religioso silenzio ha ascoltato inebriato fino all’ultima nota.
E’ mezzanotte, siamo all’aperto, bisogna andare a casa, perché “il nostro ridere fa male al presidente” (“Una guerra fredda”). Me ne vado quasi arrabbiata. Forse delusa. E finalmente ho capito il senso della frase “ti lascio perchè ti amo troppo”.

  1. clà
    luglio 7, 2011 alle 2:36 pm

    ormai è indubbio: la fra è l’inviata dei concerti “out”!

  2. WebmasterMascherato
    luglio 14, 2011 alle 3:03 pm

    Concordo: la Fra fa dei report da brivido… ç_ç

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