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La Sindrome di Elvis – psicostoria dell’italiano a tavola (pt.1)

La sindrome di Elvis (1)

In queste ore in cui ricchi e poveri banchettano, cercando di dimenticare le miserie di un paese miserrimo, un po’ di psicostoria alimentare non farà male, qualche lampo per capire come siamo arrivati qui attraverso fame e digiuni, pane e cicoria, fino a giungere alla Sindrome di Elvis.


La terra, la guerra, una questione alimentare.

Cicoria. Totò, in una scena de “I due marescialli”, ambientato nel 1943 e girato qualche anno più tardi, si lamenta con l’attendente “questo caffè e una ciofeca”, lo sputa e se ne esce risentito. Pitigrilli stava sulle scatole ai gerarchi fascisti perché scriveva sul giornale che il caffè fatto con la cicoria faceva schifo (solo l’ammirazione di Mussolini lo salvò da una bella purga all’olio di ricino, se non da peggio). La guerra aveva distrutto un caposaldo dell’italianità, perché etica ed estetica della tazzina ricevono un colpo che avrebbe richiesto decenni per essere assorbito.

Fibre non-Kellogs. La guerra causa una scarsa varietà alimentare, anche se parlare un popolo di semianalfabeti sotto la soglia della miseria nera non ne aveva mai goduto, a ben pensarci.  La farina candida diventa un lusso anche per quelli che ce l’avevano prima, dato che l’industria delle armi e l’esercito tolgono braccia ai campi e spezzano il ciclo detta terra, specie la mietitura, così il pane diventa una focaccia povera, fatto con tutto ciò che si poteva tritare (nel migliore dei casi  granturco, altrimenti crusca ed erbe selvatiche).
Poi passa l’emergenza, torna il pane bianco a un costo relativamente basso e gli italiani pensano bene di ingozzarsene per 40/50 anni condannandoci tutti a intolleranze alimentari e alla celiachia. Cè stato il rifiuto generale di quei cibi poveri, ma ripieni di fibre alimentari che ci avevano sostenuto in passato.

Il bello (il brutto) è che ora come ora la pubblicità non fa altro che martellarci con la necessità di assumere certe sostanze per “riprendere la normale regolarità”, col risultato di arricchire gentaglia come Nestlè, mentre sarebbe bastato a questo popolo di stitici con la dermatite usare un po’ la testa. Ma la testa non l’abbiamo usata né in guerra né in pace, figurarsi a tavola.

  1. Tereza
    gennaio 10, 2011 alle 8:12 pm

    Cosa aggiungere alla costernazione? è tutto così vero da essere drammatico.
    p.s.: piccolo avviso, ho traslocato qui http://quitereza.blogspot.com/

    • WebmasterMascherato
      gennaio 15, 2011 alle 10:56 pm

      Ciao Tereza: ma non era meglio usare una piattaforma WordPress? Comunque ora aggiorno il link nel BlogRoll

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