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La querelle du matriarcat (prima parte)

Pubblichiamo in due parti un lungo articolo sul matriarcato inviatoci da Luisa Vicinelli, tratto da Moderni Studi Matriarcali (Atti degli incontri 2009 – Roma-Bologna-Milano; Titolo incontro di Bologna: Matriarcato: utopia o eutopia? Dal non luogo al buon luogo)

La querelle1 du matriarcat – di Luisa Vicinelli

Non si erano ancora del tutto spenti gli echi della querelle des femmes1, che già se n’era aperta un’altra: quella sul matriarcato. Agli inizi dell’800, giuristi, sociologi, antropologi hanno iniziato a interrogarsi sulla formazione delle società e ad analizzare l’applicazione del potere al loro interno. I nomi legati a questo argomento sono tanti e tutti di uomini: Spencer, Morgan, Maine, Marx, Engels, Mc Lennan, eccetera. Scriveva Ginevra Conti Odorisio: partendo dalla teoria di Bachofen “ripresa e contestata in seguito da molti studiosi, la “querelle” è diventata, in fondo, il pretesto per una discussione in cui il tema di fondo non era il ruolo della donna nella società primitiva, ma quello, ben più importante della sua effettiva capacità e possibilità nella società contemporanea.”2 Siamo nel pieno di quella che è stata chiamata la seconda ondata del femminismo3 e l’autrice andava subito al punto politico della questione: la piena cittadinanza femminile all’interno della società contemporanea. E continuava: “Basare le aspirazioni femministe attuali sull’uso del potere in passato, significa rafforzare le pretese maschili, basate sull’uso costante, continuo e sulla detenzione stessa del potere.”4

Se affermare l’esistenza di un matriarcato primitivo aveva permesso agli studiosi (maschi) di esaltarne gli aspetti esotici di culture altre per legare ancor più il femminile allo stato di natura, da superare per legge evolutiva, alle femministe non rimaneva altro da fare che negarne l’esistenza, come ha fatto la Conti Odorisio, per non tornare a quella definizione naturale della donna dalla quale ci si stava faticosamente emancipando.

Io appartengo alla generazione dopo, quella che i “diritti” se li è ritrovati. Come moltissime mie coetanee ho potuto studiare senza essere veramente consapevole che solo poche generazioni prima le uniche scuole che le donne frequentavano erano quelle che insegnavano a essere brave mogli e madri di famiglia o che permettevano al massimo un impiego in un asilo. Sebbene abbia goduto di un pieno diritto all’istruzione, quello che mi veniva insegnato, mano a mano che crescevo, mi convinceva sempre meno. Perché ho iniziato ben presto a non trovare un senso nella storia cosiddetta ufficiale che studiavo a scuola, agita da condottieri che ripetevano gli stessi errori dei loro predecessori, imperi che nascevano e morivano in modi più o meno simili e nonostante l’incommensurabile spreco di vita, benessere e felicità umana, gli avvenimenti erano salutati in ogni capitolo del libro di storia come tappe del cammino verso la civiltà. Le conquiste della civiltà poi non mi convincevano del tutto e, benché notevolmente esaltate dalla narrazione, mi pareva si traducessero in ben poca cosa data la premessa della superiorità dell’intelligenza umana. Mi ricordo, del periodo del liceo, lo stupore nello scoprire che la gente continuava a lavorare 8/10 ore al giorno, nonostante ci fosse stata la rivoluzione industriale, che grazie al genio maschile ricco di inventiva razionale, aveva pressoché azzerato i tempi di produzione di tutte le cose. E che dire dei codici scritti che permettevano a chi compiva le più efferate nefandezze, di sottrarsi allo sdegno e all’ira della comunità e di entrare nella legge, che raramente significa giustizia?

Ho scoperto poi con le femministe che questo sistema è patriarcale e che i meccanismi su cui si basa rispondono a logiche e a priorità che non sono quelle delle donne, e anche che Antigone, sebbene relegata nel mito, chiamava “nuova” la legge del tiranno5, in contrapposizione al senso della giustizia precedente, che non voleva tradire.

(1- CONTINUA)

NOTE

1 Convenzione letteraria inoffensiva, in cui si dibatte a distanza su di un argomento.  Dalla definizione che ne dà Gisela Bock ne “Le donne nella storia europea. Dal Medioevo ai nostri giorni : “La storia europea è ricca di testimonianze di quanto diversamente possano venir recepiti e interpretati i due sessi, le loro peculiarità e i loro rapporti. Nella querelle des sexes si discusse per secoli, spesso in forma di lamento e di accusa (querelle), su cosa e come siano, debbano e possano essere le donne e gli uomini. Le prese di posizione su questo argomento si moltiplicarono nel primo Rinascimento, soprattutto in Italia, in Francia, in Spagna e ben presto anche negli altri paesi europei. Alla loro diffusione contribuì la crescente importanza della parola scritta e della forma scritta acquisita dalle lingue volgari europee, nonché la stampa, la riproduzione di immagini e gli innumerevoli fogli volanti. Alla querelle parteciparono sia scrittori che scrittrici: gli autori scrissero sia opere ostili alle donne (invettive contro le donne, disprezzo delle donne, misoginia) sia opere a favore delle donne (difesa delle donne, lode delle donne, filoginia); i testi conservati scritti da donne sono per lo più a loro favore o contro le donne dipendeva, di volta in volta dal contesto. Fra le voci della querelle che sono giunte fino a noi, quelle femminili sono in minoranza, ma costituiscono una notevole percentuale di tutti gli scritti di donne di quell’epoca. La disputa ebbe origine nel Medioevo, si sviluppò nel Rinascimento, sotto l’influsso dell’Umanesimo e della riforma religiosa, e proseguì fino all’Illuminismo.”

2 in Matriarcato e potere delle donne a cura di Ida Magli, Feltrinelli, 1978.

3 dal 1968 al 1980.

4 Op.cit.

5 Maria Zambrano, La tomba di Antigone/Diotima di Mantinea, La Tartaruga Edizioni, 1995; Judith Butler, La rivendicazione di Antigone. La parentela fra la vita e la morte, Bollati Boringhieri, 2003; Adriana Cavarero, Corpo in figure. Filosofia e politica della corporeità, Feltrinelli, 2000.

  1. clà
    novembre 2, 2010 alle 3:09 pm

    Anch’io appartengo alla generazione che i “diritti” se li è ritrovati. Rimango però dell’opinione, assolutamente mia, che le peggiori “nemiche” delle donne siano le donne stesse…

  2. Luisa Vicinelli
    novembre 2, 2010 alle 5:46 pm

    Quello che dici è vero.
    La diaspora femminile per noi occidentali (bacino mediterraneo) ha inizio nel medioevo ellenico: la caduta di troia segna la sconfitta definitiva del precedente ordine matriarcale. La cultura greca divide la storia della ribellione e la storia aulica: da quel momento la tragedia racconterà delle furie delle erinni di Orfeo, in un luogo psichico/drammatico che non uscirà più dall’arte. L’isolamento domestico delle donne greche, il diritto paterno dello stato romano convivevano però con ambiti di potere che ancora la società tutta considerava “delle femmine” (A Roma lo stato non uccideva le donne , le murava vive perchè levare la vita a chi dà la vita portava sfiga e lasciava l’incombenza al pater familiae che in ambito privato non sappiamo poi cosa faceva). Con la chiesa e la nascita dello stato moderno il discorso cambia. Si iniziano a voler controllare anche quei luoghi lontani dalla storia (le montagne, i paesini , i boschi, le campagne ) che continuavano a vedere il proliferare del vecchio ordine matriarcale – i riti della natura – le curatrici – le donne sole che potevano vivere da sole senza uomini eccetera. Con i roghi si è lanciato un grossissimo attacco a tutto questo e insieme alla solidarietà femminile, e alla compattezza delle piccole comunità. 200 anni di processi torture denuncie ci hanno lasciato un segno difficile da cancellare. E ancora ci bruciano le denuncie delle altre fatte per salvarsi la vita o le nostre per far finire la tortura. Se ci aggiungi le posteriori divisioni in sane isteriche, sante puttane, madri zoccole (condizioni in cui ti giocavi una vita passabile) capirai bene che gli ambiti in cui ci era permesso di muoverci era la furbizia e il sotterfugio, non certo la legge che non è fatta per dar giustizia e comunque le donne non potevano ricorrervi perchè era lo strumento dei loro nemici. Guarda solo oggi quando una donna denuncia la violenza cosa deve passare e ancora c’è il coro delle donne dello stupratore che lo difende, Poi a vai a vedere e scopri che picchiava anche loro. Comunque se ti rubano il portafoglio nessuno ti chiede se lo avevi esibito davanti a un poveraccio, mentre alle donne chiedono della minigonna, del perchè non si sono fatte uccidere piuttosto e cosa ci facevano fuori a quell’ora. E’ una vergogna e un senso di impotenza che ci viene sempre ributtato addosso (come a dirci che siamo da meno, non siamo lgittime) e quando ci guardiamo e siamo stronze fra noi è da quella vergogna femminile che vorremmo scappare e i nostri geni hanno imparato con l’odore del fuoco che ti salvi solo se non sei solidale con un’altra donna
    Credo che ci siano discorsi come questo anche per gli ebrei dopo i lager.(io ho letto un romanzo tanti anni fa) Il principio è il medesimo.

  3. novembre 2, 2010 alle 6:01 pm

    Commento a Matriarcato di Luisa Vicinelli

    L’antica civiltà matrilineare dei tempi della Dea Madre mi sembra un tema importante, su cui indagare, se non altro in quanto pacifica e di pari opportunità ‘Lei-Lui’.
    Un’eutopia? Ci vogliono anche i sogni a sostenere ed accompagnare una difficile realtà. Dobbiamo tenere desta l’attenzione sulle idee femminili in un momento di rovina totale, sembra un punto di non-ritorno: l’economia in crisi, massimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e delle risorse del globo a vantaggio di pochi, restano invece le crisi e l’inquinamento da dividere fra tutti. Ed ancora le solite vecchie guerre con armi nuove sempre più ‘stupide’.
    Dobbiamo criticare il potere maschile, che ha costruito una montagna di nefandezze, la nostra storia, come dice Luisa, raccontata come percorso di civiltà, scritta col sangue delle sopraffazioni, delle violenze, delle schiavitù. E nell’ultimo periodo l’evoluzione industriale ha preso pieghe preoccupanti con l’avvelenamento delle terre, delle acque e dell’aria, ci stiamo autodistruggendo giorno per giorno, un egoismo che neanche si ferma a pensare al futuro dei nostri figli.
    Noi donne non possiamo e non dobbiamo tacere. La crisi economica ci costringe a pause di riflessione: non si può sperare che la ripresa ci permetta di ritornare a comportarci come prima, bisogna rivedere tutto e predicare il rispetto della terra, come primo passo e principio assoluto, bisogna elaborare nuove idee per un progresso che possa veramente essere tale e bisogna avere il potere politico di portarle avanti.
    Al momento non vedo per niente orizzonti di matriarcato, quando la violenza dei maschi sulle donne è tutti i giorni nei fatti di cronaca nera, c’è poco da sperare.
    Però forse è un momento propizio per pretendere un 50 e 50 politico effettivo: nello stato, nelle regioni, nelle province, nei comuni. E passare al potere sia pure con una legge di favore: non è il caso di stare a chiedersi, se è giusto o non è giusto. Mettiamo da parte i ‘se’ e sosteniamo che è giusto, perché al momento bisogna cambiare il modo di governare, la parte migliore dei maschi penso si renda conto di avere un mare di colpe sulle proprie coscienze, abbiamo toccato il fondo, annaspiamo nella palude, le donne non potranno fare di peggio.
    Senza tirare fuori la questione morale: le donne sono sempre state più affidabili.
    Ancora è giusto che l’amministrazione dello stato, che si regge sulla coppia Lei-Lui, affidi il governo ad entrambe: tanti uomini ed altrettante donne, si può fare con una piccola modifica elettorale.
    Ho tagliato in un senso più realistico ed attuale.

  4. WebmasterMascherato
    novembre 2, 2010 alle 6:59 pm

    @Luisa
    solo una nota, un ricordo. Ricordo di come Franca Rame, in un programma di raitre una ventina di anni fa, si fece promotrice per cambiare la legge sulla violenza sessuale, perché non era considerata un reato contro la persona, ma contro la società (la societa? assurdo…). Sembra quasi una notizia di storia antica e invece e dell’altroieri…

    @Graziella
    Un intervento in larga parte condivisibile, ma c’è una cosa che non capisco:
    “la parte migliore dei maschi penso si renda conto di avere un mare di colpe sulle proprie coscienze”
    frase che mi fa riflettere. Butto giù lì il pensiero in progress, senza pretese di completezza.

    Ognuno ha la propria responsabilità personale. dei propri atti, dei propri pensieri: se un uomo compie atti lesivi sulle donne, spinto dall’esempio di un altro uomo, ha piena responsabilità morale e materiale delle sue azioni, e chi condivide il pensiero e l’azione di costui ne è partecipe e complice almeno morale. Ma chi non compie o progetta o prende in considerazione l’atto di ledere un altro essere umano (e ce ne sono di queste persone, maschi) perché si deve sentire compartecipe della stessa storia?
    Se quello che scrivi è che ogni uomo si deve sentire in colpa per colpe di genere, trovo sia una generalizzazione che lascia il tempo che trova e non la condivido affatto.

    E se anche fosse che 99 su 100 condividono il profilo culturale dello stupratore, quell’1 non vedo perché debba provare senso di colpa. Come chiedere a un tedesco nato oggi di sentirsi in colpa per il nonno nazista. “Nonno era nonno e basta”, ti risponderebbero, e avrebbero ragione da vendere: poi altro discorso è che costui si vada a informare e documentare sulla storia del nazismo per scegliere con intelligenza le proprie idee. I sensi di colpa lasciamoli alla chiesa cattolica e al senso del peccato.

  5. rox
    novembre 2, 2010 alle 8:14 pm

    Leggo da giorni, ma è una valanga di roba, tutta molto interessante. Su alcune cose concordo in pieno ( gli articoli della Vicinelli sono davvero molto interessanti e condivisibili ed anche questo ultimo post della Poluzzi ). Personalmente credo che si dovrebbe andare oltre il concetto di ” genere” , come si deve andare oltre il concetto di ” razza ” in quanto ne esiste solo una : quella umana. Su questo presupposto , ossia rispetto e dignità dell’essere umano in quanto tale e non in quanto uomo/donna, dovrebbero essere cresciute le generazioni future.
    Per il momento siamo ancora spaventosamente lontani.

    • Luisa Vicinelli
      novembre 2, 2010 alle 10:40 pm

      per Rox
      Il concetto di essere umano c’è già. La carta dei diritti dell’uomo, (quando Olympe De Gouge ha provato a scrivere i diritti della donna è finita sulla ghigliottina- ed era una rivoluzionaria, non una nobile),il dio che non ha un sesso ma lo si chiama dio, non dea, sono solo due esempi di come eliminare le differenze senza prima averle riconosciute è stato uno dei mezzi del patriarcato per poter cancellare la differenza femminile, prima e poi tutte le altre a seguire (i popoli colonizzati sono stati definiti primitivi, quindi legati alla natura, quindi come la donna necessitavano di una forza maschile per essere civilizzati). L’egalité, la fraternité e la liberté (senza differenza di razza, il genere non veniva nemmeno nominato) riempivano la bocca dei trafficanti di schiavi.
      Nelle società matriarcali le differenze vengono riconosciute, nominate e valorizzate: a tutte viene riconosciuta una pari dignità e non sto parlano solo di umani.
      Per crescere le generazioni future nel rispetto della dignità di ogni persona ci vuole un’altra storia, un altro senso del sacro, un altro sistema di parentela e una guida femminile, che dà e nutre la vita.
      Gli uomini sono gregari in questo sistema, in moltissime società matriarcali non ereditano, non ricoprono il ruolo di padre eppure non esistono i bordelli per le donne, nè i velini, nè vengono stuprati.
      Viene ammirata la loro forza fisica, la bellezza, e la loro intelligenza più sintetica ne fa degli ottimi ambasciatori.
      La differenza fa paura solo al potere, per queso l’unica cosa che concedono, quando la concedono, sono le quote rosa, una sorta di rimedio. E come dice Graziella le quote ci servono solo per arginare la situazione e per avere una possibilità in più di operare un cambiamento.
      E ribadisco anche che gli uomini non sono il nostro problema, ci seguiranno se noi cambiamo, e non si faranno nemmeno tante domande, come pare non se le stiano facendo neanche adesso.

      • rox
        novembre 3, 2010 alle 1:40 am

        La De Gouge, grandissima figura della storia del XVIII secolo, finì sulla ghigliottina per la sua ferma opposizione alla politica di Robespierre e non per aver scritto la carta dei diritti delle donne.

        Andare oltre il concetto di genere per me non significa non riconoscere e non valorizzare le differenze. Io pensavo a qualcosa di più evoluto sia da un punto di vista storico che sociale ed anche politico.
        Hai pienamente ragione quando dici che le differenze fanno paura al potere, ne abbiamo esempi quotidiani. Sono meno d’accordo quando fai di tutta l’erba un fascio . Ci sono uomini diversi da quelli che hanno tracciato la storia del patriarcato; non riconoscere questo mi sembra una posizione di una certa rigidità mentale.
        Per concludere: spero che le generazioni future, sulle quali da ottimista quale sono ripongo tutta la mia fiducia, si pongano più spesso il beneficio del dubbio di quanto abbiamo fatto e continuiamo a fare noi ora.

  6. WebmasterMascherato
    novembre 2, 2010 alle 8:29 pm

    al solito, quoto rox col sangue

    ormai lo posso dare per scontato😉

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