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I Will Survive

A me che ho superato abbastanza indenne quegli anni, quelli in cui per essere devi aggregarti e dire sempre di sì a tutto (droghe, superalcolici, gesti eclatanti per dimostrare di essere uno di quelli “giusti”, come si diceva allora), certe notizie dovrebbero lasciare un retrogusto amaro.

La notizia è che alla Love Parade di Duisburg (un nome che porta decisamente bene), ci sono stati una ventina di morti, uccisi come nel peggiore film degli orrori in un tunnel, con poca aria e luce, schiacciati da una folla in preda al panico; una sorta di massacro con lo show che doveva continuare per non far andare fuori di testa una massa di un milione e mezzo di persone stipate in un parco a ballare certa musica che a volte non mi dispiace in autoradio senza nessuno che mi poghi addosso. Con qualcuno che vede morire più di una persona e poi se ne torna a ballare perché “doveva rilassarsi”.

La notizia mi lascia senza parole perché non me ne frega nulla.
Nessuna empatia per i morti, nessuna pietà per i feriti.
Come se i telegiornali mi avessero anestetizzato con la loro estetica da videogioco, con la loro pietà pelosa che va per categorie (qui ci sono i “poveri regàzzi, so’ regazzi”, ma potevano parlare di pinguini della Patagonia).

Se non me ne frega nulla, allora mi tocca riflettere sul perché.

La morte mi si rivela come evento di contorno dello spettacolo, diventando truce profezia che si autoavvera del messaggio di autodistruzione della Love Parade: dimentica te stesso e fluisci, fluisci fino a liquefarti, per sfuggire al pendolo fra noia e dolore in cui ci troviamo proiettati. Schizzi di sangue e crani pestati, anche se non in computergrafica, sono un puro tributo da dare agli spettatori che ora possono indignarsi contro i “gggiovani” col “quando c’era Lui altro che Love Parade”. E chi fa informazione gongola: non diceva forse Emilio Fede che “la guerra è come una scopata”?

La morte come evento “stupido”, ingiustificabile in tutti i sensi, senza finalità ne ragioni apparenti, diventa così infame teatrino mediatico e chiunque vi si immerge così ne è inconsapevole complice. Complice per aver fatto fallire ogni possibile ricerca di senso con una fine atroce e inattesa, che tronca nei più begli anni della vita un immenso patrimonio di giovani sogni. E alla fine mi arrabbio anche io.

  1. agosto 2, 2010 alle 10:40 am

    Perdere la vita in modo insulso appartiene quasi esclusivamente all’età giovanile, come se quella fosse l’età in cui ci si sente contemporaneamente onnipotenti rispetto al destino e nichilisti assoluti rispetto al futuro; e questo anche se il destino, così come il futuro di cui si dispone senza grande attenzione, è il proprio.
    E’ in quest’ottica ambivalente e contraddittoria che mi sento di inquadrare certi fenomeni di supina omologazione e scomparsa dell’individualità critica, quali si osservano in vicende come questa di Duisburg.
    Certo, toccherebbe compiere un’analisi sulla contestualità del fenomeno, come dire “spiegarne le origini riconnettendole alla contemporaneità”, ma servirebbe? Servirebbe a qualcosa di più che a trovare spunto per un sermone in stile Aristogitone? Non so, rimango a pensare senza trovare una via che mi soddisfi davvero.
    Hesse, in uno dei suoi libri meno conosciuti, “Gertrud”, traccia un ritratto/analisi del suicida giovane, ricostruendo il percorso e le motivazioni che fanno dell’età giovanile il terreno più adatto per sviluppare quel senso di cieca onnipotenza, di superficialità rinunciataria, di de-contestualizzazione del giudizio che porta a compiere scelte estreme, prive di motivazioni sostanziali e durature.
    C’è forse anche questo nella vicenda di Duisburg? Chissà, certo fa impressione, considerando che si trattava di una Love Parade…ma già il nome, Love Parade, non sa di ridicolo oltre ogni limite? La verità è che nell’assenza di senso non possono trovarsi vere risposte, solo commenti, magari contrassegnati da necessaria, intrinseca superficialità, come questo mio.
    E’ che l’argomento è grande e sfuggente e qualunque osservazione ne genera subito un’altra, ora affine, ora contraria: a dimostrazione di quanto sia difficile, impossibile o forse addirittura inutile ricostruire il senso di vicende così.

  2. WebmasterMascherato
    agosto 2, 2010 alle 5:06 pm

    Il tuo commento è degno di essere un post. Quoto pure le virgole (provo a vedere se scovo questo libello hessiano, grazie della dritta).

  3. agosto 2, 2010 alle 6:25 pm

    Grazie!
    Magari lo trasformo, lo postizzo a mani nude!

  4. ottobre 31, 2012 alle 3:39 pm

    Ti ricordi di questo post e dei commenti? Avevo manifestato l’intenzione di trasformare il mio intervento in un post sul mio blog…beh, l’ho fatto qualche giorno fa e sono tornata a ripescare questa pagina attraverso il web.
    Vieni a leggere da me? Mi piacerebbe un tuo parere.
    (http://quitereza.blogspot.it/2012/10/il-gusto-e-il-melodramma.html)
    Un abbraccio, paisà
    Tereza

    • Franciscus wm
      ottobre 31, 2012 alle 8:12 pm

      CIao Tereza, passo subito a leggere!
      Dato che sono un teoretico, bell’eufemismo per dire rincitrullito, tendo a vivere nel presente per dimenticare le castronerie scritte nel passato😛

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