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Bravo! Grazie!

C’è da andare alla cerimonia di un premio letterario. Con sano spirito alla Tafazzi.

vaaaa distruggi il male vaaaa

Arriviamo in quel posto dalle case di pietra, annunciato dai primi chiari segni della presenza dell’uomo civilizzato, cespugli pieni di bottiglie di plastica e buste del supermercato. Come tutti i paesini di queste latitudini, strade centimetriche ricoperte più di macchine che d’asfalto, e mi tocca parcheggiare ad minchiam sperando che di sabato sera i vigili siano in siesta (e naturalmente il primo essere umano in cui mi imbatto in compagnia della consorte ha la divisa blu e il fischietto: quando dice culo…).
Tante pietre che fanno tanto antico e muffito, l’effetto non è male per uno che ha un’estetica passatista, tranne che fanno un po’ specie le casette nuove (in cemento probabilmente depotenziato) costruite così per non stonare nel centro storico e che crolleranno prima di quei dignitosi ruderi tardobarocchi. Ultimo pugno nell’occhio un baretto in stile Edelweiss con le rifiniture in legno che fanno tanto calore umano e luogo a misura di piromane che mi sento tanto Nerone con la cetra.
Unica consolazione, c’è un paesaggio collinare da mozzare il fiato, e senza abusi edilizi (urca!). Finché dura, è una delle visioni più belle della mia vita: dura poco, perché siamo in ritardo visto che o guidavo lento o avrei vomitato a ogni tornante.

no, non era questo il puttino...

no, non era questo il puttino...

La sala coi puttini alle pareti e tanta gente sudata, me compreso che alzo la media delle traspirazioni, piena di gente insolitamente attenta, dato che lì non ci sono molte occasioni mondane per mettere una cravatta. L’impatto sul mio animo reduce dai conati non è buono; non aiuta essere l’unico in scarpe da tennis oltre al bambino che urla improperi poco più avanti, e improvvisamente comprendo come si senta Homer Simpson quando si sente fuori luogo solo perché è rimasto in mutande al centro commerciale.
Le poesie, tranne un paio di eccezioni, sono da scartavetrarsi le gonadi; quelle in vernacolo mi fanno stappare lo champagne per la futura morte dei dialetti, piene di scirocco e vecchietti, ricordi di quando si stava peggio ma si stava meglio e si potevano mangiare pure le fragole (ma non l’aveva detto già Vasco? e mo basta veramente però!).
Poi capisco il senso di questa sudata collettiva nella sala dei puttini: il professore Tizio ringrazia l’assessora Caia, il dottor Talaltro omaggia la Talaltra. Non conto le volte dei “ringrazio”, “presento”, “sono onorato”, “piacere”. il Tempio della Qultura rinforza e rende eterne le proprie pareti con la saliva dei “Bravo!”/”Grazie!”.

Insomma, nel deliquio ormai totale, con il cervello ridotto una poltiglia fangosa, il soffitto affrescato si apre e scende un vero poeta, Dante, che chiede vendetta per la morte della poesia. Ma non Dante Alighieri, ma il demonio Mao Dante di Go Nagai o il guerriero mistico di Dante’s Inferno che li spiezza a tutti in due con un raggio missile con circuiti di mille valvole e lasci dietro di sé solo macerie fumiganti e/o radioattive.

Tutto il resto è soia, altro non dirò.

  1. Tereza
    giugno 1, 2010 alle 6:29 pm

    Ci racconti di traspirazioni umane e di traspirazioni che vorrebbero definirsi letterarie, ma alle quali, se ho capito bene, servirebbe soltanto un deodorante o, ancora più appropriatamente, un diserbante per ascelle letterarie,diciamo così…
    A volte, l’eccesso di scrittura è come l’eccesso di traspirazione: dà problemi.

  2. Tereza
    giugno 1, 2010 alle 6:30 pm

    dà problemi e basta:
    questo volevo scrivere!

  3. Tereza
    giugno 1, 2010 alle 6:31 pm

    dà problemi e basta
    questo volevo scrivere in chiusura!

  4. WebmasterMascherato
    giugno 2, 2010 alle 9:14 am

    un deodorante tipo napalm…😄
    ciao Terè!

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