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Le lacrime del Secchione

“Non mi aspettavo che fosse uno spettacolo per gli altri… la mia sofferenza”. Allora a chi credevi di esserti dato in pasto, sciocchino? Sono lì in migliaia a spartirsi le tue emozioni come le iene la carne frolla di un cadavere.

L’articolo che racconta ‘sta storia avvenuta ne “La pupa e il secchione” lo intercetto per caso, dato che ormai la tv sta diventando quasi terra incognita per me, da accendere solo se c’è un buon film.
A quanto pare, caro lei, è troppo affascinante non lottare e arrendersi a ignoranza e rassegnazione. senza futuro.
Ecco: il futuroormai è solo un tempo verbale, fa troppa paura. Neanche tanti anni fa tutti noi ci dicevamo: “farò il medico”, “andrò a fare l’operaio” o come minimo “io mi sposerò con un uomo bello/donna bella”. Non avevamo il problema di una vita senza senso, perché lo costruivamo mattone dopo mattone, chi più chi meno, nel frattempo imparavamo l’ABC e a fare i calcoli, leggevamo storie, sognavamo non poco.
Ora ti accontenti di sogni miseri, come se fare il tronista fra subumani fosse un sogno vero: ti sfruttano come un cane e, dopo poco tempo, invecchi e non hai fatto niente della tua esistenza.

Ho rivisto Costantino una delle rare volte che ho messo su Italia Uno prima dell’Europa League: sembrava avere 20 anni di più, con gli occhi spenti e una strana umiltà, quasi come se si fosse ingobbito per qualche disgrazia: per entrare di nuovo in TV ora che è fuori moda chissà quanti piedi avrà leccato. Parlava a scatti, chissà se era lucido. E lui era uno di quelli forti e tosti (dicevano), uno che dominava la scena dalla Maria.

E tu stai lì e dici di non aver capito nulla? E ci prendi per stupidi caro secchione, messo lì a scimmiottare l’intelligenza? È la gogna che ti meriti.

PS. e leggendo del tuo sfogo, pensavo che ‘sta canzone ti sta proprio a pennello… (When you wanna be with me, then we will see / Who’s fuckin’ with my head).

  1. maggio 12, 2010 alle 2:13 pm

    Se me lo avessero raccontato, se mi avessero descritto un mondo così, dove il massimo della tensione ideale è rappresentato dalla discesa verso il basso più basso, avrei forse pensato ad un racconto russo, ad uno di quei mirabili esempi di letteratura della pochezza e della meschinità umana, popolato di impiegatucci alla Gogol, in attesa del riscatto sociale che non verrà e per la cui ricerca pagheranno per intero il prezzo della dignità personale.
    Ma, in realtà, mi rendo conto che questo paragone non calza, proprio perché il presupposto di partenza, la tensione ideale, punta basso, bassissimo, e limitatissimo anche.
    E non calza anche perché, mentre gli eroi della narrativa russa si misuravano con ambienti e personaggi molto al disopra e al di là delle loro possibilità, qui, in questo frullatore di grettezze e mediocrità, ognuno se la prende e sfida solo chi gli somiglia, tragicamente somiglia.
    Allora mi sorge un dubbio doloroso: perché provo tanta voglia di menare legnate a destra e a manca?

  2. WebmasterMascherato
    maggio 12, 2010 alle 5:16 pm

    L’indignazione è segno di una resistenza interiore forte, quindi trattala come un tesoro, Tereza. Riguardo alle tue parole, che dire… mi trovo indignatamente d’accordo.
    Eppure la cosa che mi ha colpito di più in questa vicenda non è la subumanità in cerca di riscatto, come se la tv fosse un “altrove” che garantisce una sorta di super-esistenza. Mi duole il dente su un altro fatto: la parodia della persona di intelletto interpretata da ignoranti con la montatura pesante, tragica caricatura di coloro i quali, uomini e donne, invece provano ad avere un progresso intellettuale lavorando con sudore e tenacia (e non pochi sacrifici).
    Sulle pupe, pure bambole gonfiabili col disco rotto che suona a comando (cacca, soldi, potere), c’è poco da dire: fossi una donna, andrei dagli autori del programma con un nervo di maiale a far loro sentire le gioie dell’intelletto sul popò… oddio l’idea è buona, me lo faccio prestare da babbo, trovo l’indirizzo di Minchiaset e ci penso io.

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