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Rosario, cavallo solitario

Lo vedo da alcuni mesi che pascola in un campo pieno di plastica e ferrovecchi lasciati lì ad arrugginire. Lo chiamo Rosario, nome doloroso che richiama le litanie delle vecchiette dell’orapronobis, quelle che guardavo da bambino e per un po’ mi divertivo anche io, tranne poi constatare che era sempre la solita lagna orapronobis questo e quello.
Apro una parentesi. Le litanie del cortile di fronte mi tornarono in mente prepotenti quando un tizio mi portò a sentire una celebrazione buddista, altrettanto lagnosa ma col vantaggio che di quelle robe in sanscrito non si capiva un emerito tubo. Gelo totale quando davanti al capo bonzo il tizio (poi doverosamente depennato dall’agendina telefonica) mi chiese quando avrei cominciato a frequentare anch’io, e io a chiedermi che caspita ci trovano a fare “namarenghekiò” tra fumi di incenso, avvertendo una forte nostalgia per le ghigliottine dei giacobini e il laicismo in punta di forcone.

Ma torniamo al cavallo, lento, a mangiare erba ammuffita e malsana su una collina passaggio obbligato per tornare alla mia casa provvisoria da lavoro. Rosario non sta con gli altri cavalli del maneggio, quelli tipo Furia affittati per farsi un giro solle colline, ma ha una luce triste negli occhi quando lo chiamo ogni mattina abbassando il finestrino e mormorando tra me e me “Rosariooo triste e solitarioooo” che sembro mia nonna che faceva la pasta la domenica.
Rosario è solo, resta lì tutto il giorno, poi lo mettono nella stalla la sera, ma prima, come un eremita sulla montagna, osserva tutti con dolce saggezza senza discernere il bene e il male (è un cavallo diamine…), come un occhio sul mondo che si squaderna nelle valli sotto stanti e fra i tetti del paese. E sta lì. E basta.
Così per mesi, unica figura che mi tiene un po’ di compagnia e pare starmi ad ascoltare laddove colleghi e soprattutto alunni farebbero tranquillamente a meno di me e del lavoro quotidiano che io rappresento, ormai degradato da persona a insegnante e nient’altro.

Sapendo che me ne andrò in un luogo che mi sia veramente casa (forse, chissà, prima o poi), sentivo il bisogno di fare una foto al mio amico immaginario, necessario supporto alla memoria che svanirà con l’avanzare degli anni. Tempo di estrarre dalla custodia il telefono/fotocamera ed ecco la sorpresa: un puledrino, bellissimo, con gli occhi grandi e le gambette malferme, e la certezza che Rosario in realtà è Rosaria.

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