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Parole in disuso: arcaico

limoni arcaici sulla linea del treno

Circola una storiella nel giro di professori che frequento: sì, un giro, una cricca, perché si sa che gli unici che sopportano la compagnia degli insegnanti sono altri insegnanti.

Insomma, si racconta di come la madre un uno stimato grecista, arcaico fino al midollo, ricevesse un’accorata telefonata proprio dal figlio che lamentava scarsa fame e ordinava per pranzo un’insalata “arcaica”. La madre si domandò di certo perché il pargolo, ormai stimato professore liceale, smerigliasse i cabasìsi più e più volte con questa storia che voleva gli stessi ingredienti dei greci, l’olio greco, le olive nere greche e il pecorino distribuito sulla verdura. Insalata arcaica doveva essere… o arcaica o nulla. Naturalmente era tutto frutto del collega bravissimo a imitare le voci, che a ogni pizzata viene richiesto di rifare la scenetta del proffo che vuole mangiare come Omero o Alceo.

Arcaico. Una parola che dischiude dolci pensieri: nell’accezione comune, quest’aggettivo si contrappone a “moderno”, il quale ci dipinge un mondo veloce e scintillante. Per noi che viviamo la velocità come barbarie, evoca l’odore dei mandaranci e dei legni con cui venivano fatti utensili di campagna sempre uguali per secoli; aldilà di quello che leggo nei libri (come l’immagine omerica del “mare color del vino”), “arcaico” mi rimanda a un diverso sentimento del tempo, con un solido rapporto fra le parole e le cose, disvelatosi in un tempo in cui non sapevamo ancora di appartenere a un universo smisurato di cui non siamo che infima parte. Ciò che era era arcaico e in sé aveva tutti i due significati greci di “arché”, cominciamento e comando, e ogni oggetto, ogni colle sulla linea dell’orizzonte parlava un linguaggio che migliaia di generazioni avevano capito.

Vivo in una città senza memoria, abbattuta periodicamente da terremoti che ne minano il profilo, in cui anche prima della crisi i luoghi cambiavano vorticosamente, le cose si spostano a un ritmo frenetico (non conto più in negozi “storici” che si sono trasformati in sale bingo o in finanziarie, una ad ogni angolo). Uscire fuori e vivere sui monti mi ha fatto assaggiare una parola che avevo totalmente dimenticato.
Mi fermo spesso a mangiare in un posto che dà su un piccolo giardino di limoni, i quali, similmente a quelli di Montale, mi restituiscono una sensazione di cui non posso fare a meno. Mangio quello che capita, spesso solo un panino o poco più, ma l’altro giorno una bella fanciulla alta come un pioppo, che ormai mi sa cliente abituale, azzarda un “se vuole facciamo anche le insalate”. “Arcaiche?” rispondo io, e lei spalanca gli occhi gentili senza capire. Tolgo l’imbarazzo: “magari la prossima volta”.

  1. marzo 22, 2010 alle 11:04 am

    c’entra poco? quando sbrigo il pranzo con caciotta, pane e olive mio marito dice: il pranzo del pastore…
    marina

  2. WebmasterMascherato
    marzo 22, 2010 alle 8:15 pm

    manca il vino alla resina e sembrerebbe una mensa dei discepoli di Socrate🙂 Brava, arcaica al punto giusto !!!

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