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Parole in disuso: Cultura

Uso spesso dire: “libro”, “scrittura”, “memoria” e altri termini che afferiscono al campo semantico della cultura sono ormai pure bestemmie, empietà per gli edonisti che insegnano con diapositive powerpoint e lasciano i propri allievi a chattare sulla rete in sala computer, mentre mute parole muoiono in libri tenuti sottochiave, in un mondo che non sa leggere se non sillabando anche le parole più semplici; pensare è ormai bestemmia.

Silvia Laganà, giovane autrice che esordirà nel prossimo Out cartaceo, mi invia qualche riflessione su cultura e politica. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

I libri possono sanguinare? No, ma le mani di chi li stringe al petto sì.

La cultura della non violenza è morta sotto le spoglie del tempo e si è persa nei meandri del ricordo. Se è vero che la parola domina, è pur sempre vero che la demagogia non è così rapida come un colpo di canna. La politica è la preda prediletta di questi animali così simili agli uomini. Perché ne affermo la somiglianza? Questi animali ragionano secondo l’istinto e ponderano le loro scelte sulla possibilità di successo e supremazia piuttosto che sul ben comune a lungo termine.
La cultura è storia.

Cos’è un uomo senza memoria? Non è nessuno, è uno specchio vuoto privo di riflesso a cui basta una sola frase, simile al significato delle parole da lui conosciute per renderlo felice. Immaginate di perdervi all’interno di voi stessi, di diventare ciechi senza alcun riferimento. In voi rimane solo la sensazione che una voce possa salvarvi e guidarvi. Ecco questa è la cultura. È la forma dominante del nostro essere antropologico. Un uomo non può vivere senza gli ideali e la politica è mossa da essi. Ogni uomo tende a trasferire nei propri atteggiamenti ciò che ha appreso da piccolo, o meglio ciò che in lui è stato “coltivato” dai genitori e dalla società e la politica, come massima espressione del linguaggio, rispecchia i suoi atteggiamenti. Un figlio è l’immagine più sbiadita del padre, ma non è il genitore stesso, dunque occorre che prenda autocoscienza di sé e perciò le distanze dalla propria cultura. “Cogito ergo sum” (Cartesio), pensare, bisogna pensare per essere. (continua)

Silvia Laganà

  1. marzo 15, 2010 alle 8:14 am

    Mi sono alzata un po’ storta io o qui c’è qualche refuso o qualche a-sintatticismo?
    Chi sono questi animali di cui si parla al terzo rigo?
    E tutti questi luoghi comuni uno in fila all’altro sono out? a me sembrano molto, molto in.
    E ‘sto povero figlio perché dev’essere l’immagine sbiadita del padre?
    E posso entrare in un nuovo giorno sentendomi dire che “pensare, bisogna pensare per essere”? Non sarà troppo ‘sto pensiero rivoluzionario tutto in una volta?

    decisamente mi sono alzata storta io
    marina, sentendosi iena

  2. marzo 15, 2010 alle 8:16 am

    ah, scusate amici, l’ultima stoccata: quel “continua” che è, una minaccia?
    sempre marina la iena

  3. marzo 15, 2010 alle 8:34 am

    Sono sempre io.
    Dopo questo exploit vi sentite ancora di ospitarmi nelle vostre pagine?
    dio, come mi sono alzata storta stamattina
    marina

  4. WebmasterMascherato
    marzo 15, 2010 alle 9:41 am

    huahuahu grande marina di ineziessenziali (a proposito, il link per questo bellissimo e straripante blog lo trovate nel blogroll)
    la nostra silvia ama da da sempre l’anacoluto e la scrittura imaginifica e condita di retorica (intesa come fine arte della parola).
    sulla paternità e l’essere figli vorrei impostare un discorso poi io: su ciù che intende silvia credo che ti risponderà lei stessa.

    le mattinate storte? facciamo un club e andiamo al governo imponendo le mattinate libere ai pensatori😉

    ps. preferisci mandare a me i pezzi o farti un account su wordpress ed entrare come autrice?

  5. marzo 15, 2010 alle 6:43 pm

    vedi un po’ tu, la parola autrice il suo turbo ce l’ha sempre, dà un senso di potere, ma è facile ‘sta piattaforma? però voglio il compitino. Tu badrone dare tema me, io svolgere lui.
    vedi, passate le ore sono già più domestica🙂
    marina

  6. WebmasterMascherato
    marzo 15, 2010 alle 7:14 pm

    la piattaforma è al limite dell’ “idiot-proof”, e la preferisco a quella di google per motivi non solo “ideologici” (diffido di google, come avrai letto qualche post fa). Faccio magari un breve tutorial.

    I temi? mmmmtieni conto che il pubblico di out è meno numeroso e specializzato, anche se il tono del linguaggio cerchiamo di mantenerlo sempre nell’ambito di una tradizione “nobile” della scrittura. Francamente sono restio a darti il tema da svolgere, ma fammici pensare…

  7. Silvia
    marzo 15, 2010 alle 11:06 pm

    uhm io sono provocatoria al massimo. Il Proffo qui presente non ha inserito la mia frase più bella “l’uomo è un animale da compagnia”.

    Il riferimento al figlio che è l’immagine sbiadita del padre è un altro concetto, mi riferisoc proprio all’idea di cultura stessa. Immagina un figlio totalmente diverso dal padre, ottieni due individui con base simile ma diversa cultura.

    Cultura= condizionare, non nel senso più brutto, ma è così. Perché non mangi anche i gatti a pranzo? Cultura, te lo hanno insegnato.

  8. marzo 16, 2010 alle 9:26 am

    @Silvia: no, per l’ora di pranzo la mia furia si era già placata. Se avessi letto il tuo pezzo verso le 12 non ne avrei scritto parola.
    con simpatia marina

  9. marzo 16, 2010 alle 9:30 am

    @webmaster: piattaforma da idioti? mi si confà.
    studierò un tema e te lo proporrò.
    In ogni caso divento iena solo a misura colma: dopo la mia performance di ieri da me non temere altre polemiche per almeno un anno 😉
    buona giornata, marina

  10. WebmasterMascherato
    marzo 16, 2010 alle 10:36 am

    @ marina: se riesco a fare un blog io… allora tranquilla che sto wordpress è facile, anche se ricordo che rox preferiva quando eravamo su blogspot.
    @ rox: in che senso?
    @ silvia: usa un solo nick, o ci confondiamo
    @ davide: se potessi leggere qualcosa di tuo potrei giudicare se sei benaltrista… per ora so che sei pigro😛 PS. ragioni benissimo, sei sempre il benvenuto.

  11. davidet89
    marzo 16, 2010 alle 9:01 pm

    Io ragiono benissimo (?), mentre lei ha commentato il post sbagliato e la mia mente ci ha messo un quarto d’ora per capirlo.

  12. WebmasterMascherato
    marzo 16, 2010 alle 9:32 pm

    huahuahua “Lesus”, niente da dire😛
    beh diciamo che quando ti applichi (sul forum di nonhtita, non qui), tiri fuori sciabolate non indifferenti…

  13. marzo 17, 2010 alle 11:50 am

    Scusatemi, sono sconcertata e perplessa, magari solo per colpa delle mie limitate capacità, ma tant’è: leggo e rileggo e mi ritrovo tra le mani una collana di belle parole e di concetti perfettamente accatastati l’uno sull’altro anche se non è dato vederne o capirne né il numero, né la forma e né l’incastro.
    Mi viene da chiedervi, partendo dal presuppostoassoluto e necessario di non aver capito granché per mia deficienza, se si tratta di un esercizio di scrittura “spiritualizzata” o altro.
    Scrivo scrittura spiritualizzata intendendo un modo di scrittura che tende a levigare e rarefare così tanto il rapporto parola-concetto, in favore della prima e della sua sublimazione, da dare alla fine l’effetto di uno stucco decorativo pregiato cui manca il muro di sostegno.
    Ripeto: probabilmente me lo dovrete spiegare, e con santa pazienza ché sono dura di comprendonio.

  14. WebmasterMascherato
    marzo 17, 2010 alle 8:00 pm

    @Tereza
    Non sono l’autore di questo post ma butto giù due righe.
    Vengo da studi filologici, dove la realtà del segno è sovrana e per fare un’ipotesi la devi suffragare con tutti gli indizi possibili, una scienza concreta, un prendere i libri antichi in mano, farli parlare con le loro parole.
    Per dirtene una: una volta il mio maestro massacrò (a ragione ma con gentilezza) uno che su un testo petrarchesco traeva conclusioni perfette e definitive a dir suo. Si alza il mio prof, dinoccolato, con quella faccia a dire “Scusa se ti sto demolendo” e noi che già ci pregustavamo la scena. Disse più o meno: “se uno ha in mano il certificato di nascita del Petrarca, non ha che un documento, non la verità. Ogni segno, ogi documento è riscrivibile, falsificabile; il documento dice solo di se stesso, niente altro”. Standing ovation: ci insegnò che la scienza filologica è analisi, dubbio, ricerca assidua, non orpello retorico.

    Ogni tanto però c’è bisogno di spostare l’occhio dal segno concreto al suo significato: si è tentati di esprimersi per Maiuscole (l’Essere, il Tempo, lo Spirito)ed a volte si toccano somme di umorismo involontario (come nel sistema hegeliano, in cui tutto è forzatamente razionalizzato e ridotto a schema).

    A volte il pensiero ha bisogno solo di se stesso: se lo fa per ritornare al mondo come prassi, l’azione guidata da una idea chiara e distinta delle cose, allora direi che è meglio farlo volare in alto qualche volta. Silvia, l’autrice, deve decidere in che direzione la sua prosa immaginifica e “spiritualizzante” vuole andare; sotto lo stucco dorato delle metafore, per me che la conosco, c’è un profondo desiderio di conoscenza; nella forma di alcune intuizioni ci sono verità che non negherei nemmeno sotto tortura:
    memoria (sto in piedi alla mia età solo perché so da dove provengo e il mio percorso; so anche del percorso altrui, dato che è mia cura avere memoria dei fatti, che non sono chiacchiericcio di cronaca quotidiana, ma storia che si sedimenta); pensiero (l’idea deve ritornare su se stessa più e più volte, fino alla coscienza del pensiero chiaro e distinto di Cartesio).

    Attendo altre sue prove per vedere come la Storia (scusa la maiuscola) si evolverà.

  15. §ilvia
    marzo 17, 2010 alle 9:01 pm

    Questo testo è un estratto da un documento che dovevo inviare per un concorso nazionale, dunque non il mio intento non era tanto in sé il significato quanto l’impatto. Fai bene a dire che sono belle parole accostate perché è vero, ma non perderti dietro alla perfezione formale.

    Questo lavoro, in particolare, non l’ho poi spedito, perché non mi soddisfaceva. Confusione senza scopo. In ogni caso qualche idea singola di sviluppo esiste, ma è inutile essere schietti e privi di eleganza. Non giova.

    Hai mai provato a leggere testi di pura filosofia dediti solo alle proprie idee? Parole e concetti astratti, indirizzati nel giusto verso, ma vuoti di ogni dimensione. Io ritengo che ogni tema abbia bisogno di un contesto, di una lingua a se che renda il tutto più dolce e leggibile. In altre parole si tratta di ammaliare prima il lettore e, poi di istruirlo.

    Ovviamente ancora non sono in grado di farlo😄

  16. marzo 17, 2010 alle 10:49 pm

    Perfettamente d’accordo con te sul pensiero che può, talvolta, “bastarsi”, farsi quasi esercizio pratico di sé stesso, divenire attività che costruisce anche là dove parrebbe solo esibirsi in giravolte di un valzer interminabile.
    Se c’è una religione che vorrei ammettere di professare anche sotto tortura è proprio quella del pensiero.
    Tuttavia mantengo le mie perplessità, forse proprio per la vaga eco di un volare di maiuscole virtuali che sento nel testo: come una sensazione di ubriacatura di parole, un rito dionisiaco danzato ed espresso attraverso le parole e le metafore appunto, ma sfuggito di mano, anzi sfuggito dalle gambe/parole eccessivamente danzanti.
    No, credimi, non sto stendendo l‘apologia del piccolo senso compiuto, dei centesimi di buonsenso applicati alla scrittura ché quella è opera da piccoli ragionieri della lettura; chissà, forse tutto si potrebbe ricondurre all’assenza di direzione (direzione, non senso e/o scopo narrativo, sia chiaro) ch’io avverto…ma anche qui potremmo liquidare tutto con la limitatezza del mio senso di ricerca e approfondimento.
    Ti ringrazio per l’attenzione e per il commento, totalmente condiviso da parte mia, sul mio blog.

  17. marzo 17, 2010 alle 10:51 pm

    Vedo solo ora la tua risposta, Silvia, e mi riprometto di risponderti presto.
    Nel frattempo ti saluto e ti ringrazio
    T

  18. marzo 18, 2010 alle 10:18 am

    sai, Silvia, sono d’accordissimo con te sulla necessità della forma, dell’eleganza, della seduttività della scrittura: inutile girarci intorno, si scrive per intento seduttivo, anche quando parrebbe esattamente l’opposto. Intendiamoci, dico seduttivo attribuendogli significato prettamente positivo, di “intento a produrre relazione, scambio, stimolo”, in questo caso con il lettore.
    Probabilmente io ho avuto l’impressione (che davvero potrebbe essere solamente personale e falsata come mai) che qui mancasse lo scopo, l’intento a relazionarsi, o che si fosse perso, via facendo, tra le parole.
    Quanto alla filosofia sono d’accordo con te: è l’esercizio più alto e completo di astrazione del pensiero ma è anche l’officina per eccellenza del pensiero “applicabile”.
    L’unico punto sul quale non riesco a comprenderti è questo:
    “…Parole e concetti astratti, indirizzati nel giusto verso, ma vuoti di ogni dimensione…”
    Cosa intendi per vuoti di dimensione?
    Vabbé, me ritiro, detto alla romana, anzi, me vado a ripone’
    Un saluto
    T

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