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Café de la Paix 3 – Babele

ristampatelo, caspita!

Salire dagli Champs-Élysées verso l’Arco di trionfo ad Agosto ha un non so che di pionieristico. L’afrore agostano, la puzza di hamburger e dei profumi di Dior mescolati senza soluzioni di continuità, la gente che si comporta come piante della giungla, che si piegano e si affannano a contrastare il tuo passo, a te, privo di machete, verso una meta che conosci solo per sentito dire.
Manca solo il dottor Livingstone davanti al quale togliersi il cappello e presumere di conoscerlo.

– Scusi, un biglietto del metrò -, – Vada nel metrò -.
– Scusi dove vendono i francobolli? – , – Vada alla posta -, – E per imbucare? – Il posto è lo stesso.
Basta un po’ di francese delle elementari per capire che stai veramente su Saturno. In Italia non abbiamo un tubo di potere d’acquisto e acquistiamo tutto dappertutto: quando esco di casa, dall’edicolante trovo l’alfa e l’omega, il biglietto del tram e la cartolina, e a due passi un tabacchino i francobolli me li tira dietro e mi indica la buca. Qui per usare le Poste vai all’ufficio postale: elementare, Watson.
Solo che qui lo devi trovare l’ufficio postale e il francese delle elementari non basta, e neanche l’inglese a quanto pare: – Signorina, parli inglese – , – Sto già parlando inglese -. Mah, forse sono i miasmi sotterranei del Louvre a non farmi comprendere le buone intenzioni della guardarobiera, o forse il mio inglese fa abbastanza pena.
Ed eccolo lì l’arco: bello e napoleonico come non mai, inno alle stragi e ai cannoni, circondato da auto impazzite e da orde di coreani sognanti. Le nomadi che mi chiedono “do you speak english?” per farmi leggere un appello alla carità nella lingua di Shakespeare. Il bello è che rispondo loro “No, I don’t” e loro se ne vanno cercando un vero anglofono. E le ringrazio perché le mie ossa scricchiolano e i miei piedi ridotti a povere polpette mi hanno già disconosciuto come padrone.
Non come quando cercavo un supermarket vicino Belleville e si avvicina uno: “Italiano?” e prima di darmi l’indicazione mi racconta tutta la sua vita di parigino emigrato a Roma. In Italiano, si intende, altrimenti non avrei capito una cifra. Ma gli sono grato lo stesso: una faccia una razza, perché qualche volta piace sentirsi un poco a casa su Saturno.
Eppure nella Babele qualcosa sempre cogli, afferri un significato dai significanti fluidi e misteriosi, come quel povero cuoco indiano che ci ha cotto troppo il pane azzimo, arrivato a tavola con la consistenza di un frisbee, cazziato dal padrone che per due minuti ci è diventato perfettamente intellegibile, pur parlando in hindi.
Ed è babele anche nei colori e nei vestiti, nelle borchie e nelle acconciature, nel “mi vesto come cazzo voglio e tu stai zitto”, una libertà quasi sacrilega aldiquà delle Alpi, dove amiamo molto le divise (che siano dell’esercito o dell’Oviesse poco importa).

E tutto ruota attorno nella rotonda, mentre vedo che il Café de la Paix sta solo pochi metri più in là, e orridi mostri dal clacson facile ci separano da quel marciapiede. Ma ormai è sera, i piedi fanno male e la visione dell’insegna ha già riempito la mia giornata. Il caffè sarà pessimo come nel resto di Parigi: per un espresso meglio aspettare il bar di Fiumicino.

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