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Café de la Paix 2 – Noio vulevons savuàr le baggage

un caffé iraniano omonimo...

un caffè iraniano omonimo...

Il suolo di Parigi mi accoglie con una sorpresa su me stesso.
Di fronte al nastro mobile, quello che distribuisce i bagagli all’aeroporto Charles de Gaulle, scopro che secoli di sopportazioni, di Borboni e sanfedisti, di burocrati polverosi e Antistato non sono trascorsi invano. Anzi.
Guardo il nastro vuoto che annuncia valigie mai caricate a Fiumicino con una serenità quasi shaolin, e non mi stupirei se all’improvviso iniziassi a levitare, pronunciando “OM”, teneramente avvolto da ultraterrena luce arancione. La pazienza calabra, forgiata da innumerevoli ere di oppressione, mi solleva magicamente oltre l’orizzonte pieno di Airbus in decollo. Mi metto a collezionare mappe e opuscoli colorati, guardandomi intorno con occhi sgranati perché “minchia sono a Parigi”; inizio pure a sfoderare un francese come neanche Totò e Peppino hanno mai osato, finché l’addetto ai bagagli non mi interrompe: “Io la farei anche continuare, ma se parliamo italiano, forse ci sbrighiamo prima”.
Osservo sconsolato, tuttavia, alcuni miei compagni di viaggio, tutt’altro che il ritratto della serenità, tipo quella che va nei Mari del Sud a farsi una crociera in catamarano, e nemmeno ci guarda negli occhi per la rabbia da sotto il caschetto ossigenato, quasi fossimo proprio noi il muro che ha fermato le sue valigie piene di Lacoste da smerciare agli indigeni; c’è chi invece ha quasi crisi di pianto di fronte allo sciabordio irregolare delle onde del nastro; c’è chi, invece, fa così tante volte il percorso tra il nastro e l’ufficio reclami da far sbiancare gli addetti, incerti ormai se sedarci un po’ tutti con un the alla cicuta e dare le dimissioni da quel lavoro che li espone a questo mare di scassaballe padani, italiani dei climi freddi.
Noi, unici borbonici, i siculi e un gruppetto di pugliesi, dopo aver conversato del tempo e del governo ladro, abbiamo iniziato quasi a divertirci. Avremmo tirato fuori le carte da briscola e le lasagne della mamma cantando “Stranizza d’Amuri” se il sole non avesse cominciato a scendere. Ci siamo dati appuntamento al prossimo nastro trasportatore da Fiumicino, sperando di ritrovarci assieme come una bella manica di terroni senza longobarde isteriche.
Afferriamo due Panini al chiosco di “Paul” (che pane…), entriamo nei vagoni della RER ed arriviamo come un dono inatteso in città.

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  1. R.
    settembre 14, 2009 alle 3:01 pm

    Che città meravigliosa! Ci sono stata la scorsa primavera e me la sono girata per l’ennesima volta in lungo e largo. Tornarci di tanto in tanto è sempre emozionante .

    • Franciscus
      settembre 16, 2009 alle 7:40 pm

      ^_^ un posto magnifico, ci ritornerò sicuramente….
      ho accumulato tanti di quei ricordi che li voglio fissare per bene

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