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Sonetto 3

Simillimi a foglie vòte appariamo in mano alla follia altrui; ma quando il folle presunto è invero savio e mòve come giocator di dama le pedine, creando l’ingiusto in forma di giusto, che fare allora?
Esto sonetto è mera invettiva contra chi mai il leggerà (spezie humana riprovevole di cattivi maestri) e se il leggesse mai capirebbe, e se il capisse mai acconsentirebbe ammettendo il vero.

Poveri loro, in mano a quella gente
sempre d’ogne pietade umana avulsa
ad ogne azzione savia indifferente,
mossa da vil paura e da ripulsa.

Son pecorelle in mano a mal pastore,
che al pascolo non reca, ma al macello
sanza ascoltare le ragion del core:
anima nera di peggior bordello.

“Somma iustitia è somma iniquitade!”
questo ti posso dir, tristo figuro,
uomo-matita, ratto di cittade,

tu che non riconosci il male oscuro
che esplode in loro e brucia ogni bontade:
senso di mie parol t’è così duro?

  1. Gagarin
    giugno 14, 2008 alle 9:23 am

    Donde in te nasce cotanta rabbia messere wuemme?
    L’oscuro figuro è forse lo papa razzo?
    Spiegacillic..spiegaciloc…spiegacecilovic…’nzomma: illuminaci.

  2. Hurricane
    giugno 14, 2008 alle 11:39 am

    ma rilassatii!!

  3. WebmasterMascherato
    giugno 15, 2008 alle 5:02 pm

    @gaga: acqua

    @hurry: chissà quando, per ora non si può

  4. Gagarin
    giugno 15, 2008 alle 6:12 pm

    ?_?

    Lo Bush infame?
    Lo nano psycho?
    Lo provveditore strunzolo?
    Lo macellaro che ti rifilò carna ‘variata?

    contro chi fu la tu ‘nvettiva?

    Nel brodo oscur
    qui noi or navighiamo
    messer wm a indovinar
    dacce ‘na mano.

  5. WebmasterMascherato
    giugno 15, 2008 alle 6:39 pm

    “uomo-matita”, cosa assai selvaggia,
    essere umano, uomo/donna, triste,
    interpretarlo, ebbene, è cosa saggia:
    solo riesce il pensator che insiste…

    parlo di pecorelle allo sbaraglio
    guardate senza l’ombra di dolcezza,
    dannate per stoltezza o per gran sbaglio:
    per loro è giunta adunque l’ora sezza…

    parlar per chiari verbi m’è impossibile…
    escono le parol così dal petto;
    come asinel pilota un dirigibile

    covi la mia gran rabbia esto sonetto;
    amica mia, rinnego il cor sensibile
    e l’amarezza sale infino al tetto.

  6. 16enne4ever
    giugno 15, 2008 alle 6:41 pm

    ahhh? -.-“

  7. 16enne4ever
    giugno 16, 2008 alle 6:53 pm

    anche se con un suo piccolo aiuto ho finalmente capito il senso di questo sonetto…
    =) c’est la vie mon cher professeur…
    the world turns however.!.

  8. Francesco Vitellini
    luglio 25, 2013 alle 11:00 pm

    Non fé la terra ancor rivoluzione
    ch’assise al tron il gran cabarettista
    che si credea de’ savi l’apripista
    svelandos’al contempo sol trombone.

    Non già l’idee del Matto paion buone
    neppur lontanamente appare in vista
    finanche l’occasion che dìa conquista
    di liberalità al buontempone.

    Mi sorge lieve il dubbio che wuemme
    in questa roböante sua invettiva
    ci parli di chi lancia strali e schiva
    il pubblico confronto lemme lemme.

    Maestro, io cavillo e m’arrovello,
    è forse un grillo privo di cervello?

  9. Franciscus wm
    agosto 7, 2013 alle 9:50 am

    Maestro, non di grillo son le rime
    che di lontana storia sono segno.
    Se casomai la forma ti perplime,
    qual chi caval scambiò per il suo regno,
    per giungere a quel vero che tu stime
    non ti crucciar, ma naviga col legno:
    il carme, mio mistero assai succinto,
    non è che di mia mente laberinto.

    Storia era triste, triste e greve storia
    degli uomini-matita, non magistri
    che per cercar nel mondo vana gloria
    gonfiavano li petti qual ministri,
    per risalir il corso della noria
    di fole si riempivano i registri.
    Triste pazzia li invase del potere,
    custodi indegni e falsi del sapere.

  10. Francesco Vitellini
    agosto 11, 2013 alle 2:13 pm

    Son tempi ormai lungi ed epoche passate
    da quando possette rispetto e creanza
    – scrivean essi allor dal petto e non di panza-
    colui ch’or riporta fandonie inventate
    vendendole a peso qual d’oro colate
    eppur non vedendo che d’essi fan scorta
    li poveri grulli cui mente ormai è morta
    nutrendosi sol di scrittura malata.

    (un tentativo di Copla de arte Mayor)

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