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Posts Tagged ‘svalvolamenti’

Videoclip: LSD, “Jesus On E’s” (1992)

amiga1200_1Nostalgia canaglia, assurda e assassina quando vedo troneggiare sulla scrivania di casa un vetusto Amiga 1200 (hd da 64 mega! Aga chipset!) rimontato come un Frankenstein da tre differenti carcasse ad opera delle sapienti mani di mio fratello.

È impossibile spiegare cosa fosse Amiga all’iphone-generation: semplificando, Amiga era bellezza e libertà, un computer potentissimo che alla fine degli anni ’80 ti consentiva di fare musica, programmazione, navigazione, dtp quando ancora il resto del mondo stava nelle caverne. Intorno ad esso fiorì una scena di programmatori e musicisti che bypassavano il sistema operativo Commodore, si “impossessavano” della macchina come un demone dell’esorcista e nello spazio di uno o due floppy-disk distribuivano in tutto il mondo video, musica perlopiù techno e acid di altissimo livello. images-1Il tutto senza produttori, case discografiche, diritti d’autore, molto prima dei Prodigy, molto meglio dei Prodigy. Tutto senza padroni, tutto un bel po’ anarcoide, tutto incredibilmente (passatemi il termine desueto) fico: l’universo dei migliori creativi dell’epoca entrava a casa nostra in una sorta di rivoluzione estetica sotterranea e coltivava in noi splendidi sogni di libertà.

Come carbonari assetati di mondo, ascoltavamo i nuovi demo distribuiti nel web tramite le BBS e diventavamo più felici. È stato il nostro rock’n'roll.

04-Amiga_creation_by_the_wozPoco dopo, nel giro di qualche anno, vennero macchine più potenti e più grige, e cellulari dove si paga tutto e non si sogna più. Venne il Web e la Siae col diritto d’autore e i bollini con l’ologramma. Tutto svanì.

Voglio evocare questi cavalieri della libertà ripescando un bellissimo demo del gruppo LSD (Light Speed Distribution),  coder Shagratt, musica by Echo (Graham Gray), in cui la grafica psichedelica generata dal chipset Amiga si fondeva con uno splendido mix di techno oscura, Tubular Bells e un improvviso Manà Manà degno dei muppet.

Play Jesus on’Es! Hit Harder and Keep your Hyper :D

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Se ci lasci non vale…

dicembre 31, 2012 Lascia un commento

‘Io sono la mente, il corpo faccia quello che vuole’‘ (cit.). Quando le parole hanno più effetto di una lama, quando la mente sa tracciare un arco di meraviglia che racchiude in poche parole il senso di una vita. Una vita segnata dall’intolleranza, dal sessismo, dall’antisemitismo degli avversari, dall’incomprensione di nemici che in vita loro non hanno mai letto nemmeno l’elenco telefonico. Le parole erano di Rita Levi Montalcini.

Il giorno dopo i coccodrilli piangono lacrime sul loro giornale, anche i nemici porgono finti omaggi inaspettati, perché non si santificano solo gli assassini, ma anche le persone che avrebbero preferito farsi ascoltare piuttosto che essere glorificate post mortem, quando ormai il corpo non è che una inutile appendice di una mente che ha smesso di farsi obbedire dal suo servo-padrone, quando ormai diventi buono solo per i poster nella cameretta e i wallpaper sul Mac, e non puoi più essere esempio vivente delle tue idee. Cosa resta del Che oltre le magliette? Cosa resterà di Rita Levi Montalcini?

Per ora, questa frase mi ha almeno  risvegliato dal sonno della ragione delle feste (che genera, si sa, mostri) e mi ha riportato al mio amato Platone, quando Socrate che sta per essere giustiziato non riesce a convincere i suoi amici che il corpo freddo che vedranno di lì a poco non è lui, che ciò che è vero di lui non saranno quelle membra gelide, ma la verità risiede solo in quello che i credenti chiamano “anima” e i laici “mente”, in quella forza che parole ed esempio lasciano come tracce indelebili anche in questo paese al collasso. Tuttavia il vuoto che rimane è un fatto incontestabile, che nessuna serenità filosofica riesce a smussare: siamo ora divisi tra la serenità di chi va e lo strazio di chi rimane, proprio come in quelle carceri ateniesi 2400 anni fa:

Non mi riesce, amici, di persuadere Critone che il vero Socrate sono proprio io, questo che, ora, vi sta parlando, che sta mettendo in buon ordine, per benino, i suoi pensieri; invece, egli crede che io sia già un altro, quello che tra poco vedrà cadavere e perciò mi chiede cosa fare per i miei funerali. (Plat. Fedone LXIV)”

La Sindrome di Elvis (4) – Ce la puoi ancora fare

Psycostoria finale: qui la prima parte, la seconda, la terza.

Arriviamo infine a Elvis, perché la storia del mondo si ferma con lui.

Miwa, sgancia i componenti!

Avrei potuto imparare lo scorrere degli anni prima che gli anni scorressero, perché prima in tv davano  “Blue Hawaii” e “Viva Las Vegas”, quando la giovinezza arrideva ai suoi occhi ridenti e fuggitivi, e poi  un suo concerto con Lui che tiene la panza da birrozza e il vestito che è stato copiato da Hiroshi di Jeeg Robot. Lì per lì non ci ho fatto molto caso alle differenze.

La verità è che niente ci rende più consci dello scorrere del tempo di un bel set di rughe. Niente rende un Paese più vecchio del frequente guardarsi allo specchio del bagno, della bilancia vicino al bidet mentre ci si ripete come un mantra “ce la posso ancora fare, ce la posso ancora fare…”. Ma a fare cosa? Volontà senza oggetto, volontà di volontà. Dicono che Elvis facesse proprio questo a Graceland tutti i santi giorni della sua decadenza: pillola per stare su, o le grupies restavano deluse; tennis, perché io ce la faccio; pillola per dormire. In mezzo in ordine sparso: pranzi pantagruelici, alcool, altre pillole (per dimagrire), altra roba per la felicità, o l’ombra di essa.

Poi la morte, con il solito copione del compianto di chi lo aveva abbandonato poco prima, la santificazione, leggende metropolitane che negavano la sua scomparsa (Paul is dead, but Elvis still lives: viva la coerenza dei complottisti).
Elvis viene negato facendolo diventare un santo laico, icona pop da affiancare ai poster di Marilyn e James Dean (fatto curioso: prima di mettersi a fare “cantarelli”, Elvis ambiva a diventare l’erede di James Dean, ma ci riuscì solo da morto): la maggioranza silenziosa continua a guardarselo bello e lucente in “Blue Hawaii” su VHS per dimenticare la bilancia vicino al bidet e le rughe dell’Elvis maturo, perché un Dio non ha la pancia della birra.

E così noi continuiamo a negare putredine e decadenza lasciandoci persuadere dai venditori dell’eterna giovinezza, dalle creme rilassanti, tonificanti, anti-age, livellanti, stiranti, e -anti e -anti. Ci colpiscono nell’intimo per assicurarci una naturale regolarità, per augurarci un’adeguata calcificazione ossea, una minzione da re.

rabbia contro la macchina

Poi cadiamo nella sindrome di Elvis ed andiamo a comprare un SUV per diventare persone libere: esprimi il tuo potenziale imbottigliato tangenziale, yea!
Pillola per tirarsi su, pillola per dormire. La morte delle ideologie ci ha lasciato solo questo.

Inspirate e ripetete con me il mantra finale: “ce la posso ancora fare, ce la posso ancora fare…”.

Respirare nuvole

maggio 5, 2011 2 commenti

Quando stai in alto, sul ciglione di un monte che dà sul mare, respiri nuvole a giorni alterni.

Quella strana cosa che confondo con la nebbia delle valli, che mi impedisce la visione delle cose e mi reclude, non è altro che una nuvola di quelle che quardavo un tempo dal basso verso l’alto, aspettando la pioggia carica di sabbia del deserto che sporca i vetri. Altissime erano quelle compagne lontane, che tendevano ad un viaggio verso un altrove sconosciuto, come cani che seguono il padrone col fiuto.
Ora che ho risalito le montagne, quelle strane presenze le vedo arrivare quatte quatte dal fianco settentrionale dei colli, aggirare la valle torrentizia e salire sulla strada arrampicandosi con la grazia di un bambino sulla scala dello scivolo.

Le nuvole, oggi, si sono avvicinate, mi  hanno attraversato nei polmoni, e sapevano di salmastro e piogge acide, ci fumo acre e di umido un po’ stantio, e parevano non volermi lasciare andar via.

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Primo Miasmo

maggio 1, 2011 4 commenti

alèèèèè o-ooooooooh

Mi imbatto girellando per il web nella scaletta del Concertone del Primo Maggio e rimpiango quasi Sanremo. La scena “indie” con tutti quelli che starebbero “fuori dal coro” mi si stende davanti e, come l’ultimo giapponese accerchiato paranoicamente, provo un brivido. Un brivido di cosa? Fate voi… magari sono solo conati.

Cito solo qualcuno.

Ruderi

Lucio Dalla (quello che ha proclamato fedeltà all’Opus Dei, sputtanando le origini sinistrorse).
Gino Paoli (se rimanda i “Quattro amici al bar” mi iscrivo a Forza Italia).
Eugenio Finardi (quello che per andare ancora a Sanremo scrive una canzone su Lara Croft).
Peppe Servillo (se tutto il resto è noia, lui cos’è).

Talenti inesplosi

Daniele Silvestri (l’impegnato, non so a far cosa).
Paolo Belli (quando rifaceva Buscaglione si sopportava: mo’ lo perdono solo perché tifa Juve).

I Gggiovani retrò

Giuliano Palma & The Bluebeaters con Nina Zilli (inventerei una macchina del tempo per catapultarli negli anni Sessanta a casa di Mina e Fred Bongusto: loro sarebbero contentissimi, io più di loro).

Meridionali incazzati

Edoardo Bennato (di nuovo “L’isola che non c’è”? peccarità!).
Enzo Avitabile con Raiz e Co’ Sang (immaggino il pastrocchio che ne verrà fuori).
Caparezza con Tony Hadley e Alborosie (i prossimi epigoni di Grillo?).

Giovani col riporto

Modena City Ramblers (quale musica tradizionale scopiazzeranno stavolta)?
Bandabardò (mettetegli la tonaca e sarebbero perfetti chierichetti nell’altra piazza dei Papaboys).
Subsonica (postmoderni, postatomici, postnewwave, post-it, poste italiane, pasta-matic).


Adotta un patriota: Benedetto e le señoritas

aprile 13, 2011 2 commenti

Benedetto Cairoli l’ho incontrato in un’afosa primavera.

Fino ad allora Cairoli era “quello là”, quello a cui avevano intitolato una piazza, confuso fra i “Corso Mazzini” e i “Piazzale Nino Bixio” che affollano i cartelli sulle strade (beh, in generale vie importanti, perlomeno… una volta ho visto una “Via John Lennon” che pare una favela di Rio, baracche comprese – povero John… r.i.p.-).

Baffo d'oro Cairoli, ammazza...

Insomma, il Cairoli me lo immaginavo un monarchico con una solenne barba e le medaglie al petto, mentre fa il filo alla regina Margherita immaginandosela ricoperta di mozzarella e pomodorini pachino.

Invece era un garibaldino tostissimo, buon combattente, mediocre politico, ma comunque uno di cui ricordarsi, con la camicia rosso fiammante e gli ideali di un adolescente in crisi ormonale, e mica immaginavo che era stato Presidente del Consiglio… cioè, una volta lo diventavi dopo che partecipavi alle guerre di indipendenza e rischiavi le galere austriache o la pelle, mentre ora basta mettersi un cappuccio in testa.

Dicevo, Cairoli e la primavera afosa, io e ‘sti colleghi da riportare in albergo dopo una giornata di lavoro e qualche birra a cena. Si va nella piazza intitolata al garibaldino baffone, all’albergo chiamato uguale, e si sta a cazzeggiare facendo noi maschi il filo alle colleghe carine.

uguale uguale!

Si avvicina una Uno bianca (macchina fatale) e ne escono un paio con l’alito degno delle fogne di Calcutta a chiederci: “Dove sono le signorine?”. Si vede che in quel posto che puzzava di fritto alle 5 di mattina e dove le reclute di una caserma sciamavano nei corridoi, c’era anche un giro di señoritas mercenarie, delle quali, tuttavia, nessuno di noi seppe mai trovare traccia. Ma il problema è un altro, cioè che un bravo ragazzo come il Cairoli sia ricordato da una generazione di intellettuali per questioni di bunga bunga, quando invece si era fatto il mazzo così sui campi di battaglia.

Questo post è una riparazione lontana e tardiva, caro Benedetto: d’ora in poi, ti metto accanto al ritratto di Che Guevara e ti tolgo dal pantheon negativo di Caligola, Zio Tibia e Lele Mora.

 

Adotta un patriota: I bimbi d’Italia si chiaman Balilla

marzo 19, 2011 1 commento

No Barilla… Balilla, quello del sasso, quello della rivolta di Genova, Giovambattista Coso. ah sì, GiovanBattista Perasso, quello che avevo sul sussidiario. Mi toccava studiare storia perché era l’unica cosa che si capiva e perché il maestro, oltre a mangiare grissini scadenti e a guardare la finestra con l’espressione di un fumatore d’oppio, dava un nuovo senso alla parola “Ignoranza” (s.f. “Iñorandza”)

E c’era sto Perasso che tira il sasso smargiasso contro l’Austriaco Brutto e Cattivo e io se solo mi azzardavo a tirare una pallina di carta eran giù smadonnate del maestro, ma ‘sto tizio era un eroe invece.
Però era bello il sussidiario, orpo, con quelle robe tutte colorate fluò, con dio (sezione religione cattolica prima parte pagine 1-25) che pareva Ufo Robot in volo.

dire che mi manchi è poco...

Scrivevo sui quaderni del Maledugatto pensieri e parole senza omissioni, con grande soddisfazione ad ogni punto e a capo, cosicché il Risorgimento era Bello e l’Italia Santa.

Bei Tempi e Beata Ignoranza: mi pareva che un sasso bastasse a distruggere il male.

Auguri Lu, parte seconda

marzo 17, 2011 5 commenti

Uso privato di blog, di nuovo, proprio il giorno in cui si dovrebbero sventolare bandiere, per mostrare il disprezzo per le svastiche padane e le mutande esibite in piazza.
Semplicemente ho voglia di far altro.

Parlo di Lu, in breve.
Ne parlo a chi la apprezza e a chi no (è un destino, lo sai: non sai in quanti farebbero di me pelle d’orso da mettere al posto dello zerbino nell’androne di casa).
Ne parlo a chi la conosce e a chi no.

Ne parlo dicendone pochissimo.

Ne parlo mandando l’abbraccio più grande e bello del mondo, anche se non sono un tipo dai grandi abbracci, anzi, in generale ne do pochi. E Mà dice sempre “e non fre il superbo, pare che ti consumano se abbracci qualcuno”, e io “a Mà, io non sono evoluto!”. Eh sì, Lu, mi accade anche questo.

Ne parlo mandandoti un sorriso sghembo, l’unico di cui sono capace, che mi dicono che in foto non rido mai, sarà perché penso quando vedo le foto degli altri “ma che cazzo ci hanno da  ridere”?

E mando un saluto a te, io che non saluto per strada, preso da mille cose, disattento al mondo, perché il mondo vuole troppe attenzioni e ti ricatta.

E basta, tanto hai capito quel che ti voglio dire.

Baci.

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E fiocchi fiocchi fiocchi

dicembre 17, 2010 Lascia un commento

Abbiano pazienza i cultori del pandoro e del mandorlato, che adorano i jingles pieni di babbinatale ribicondi con quella roba che scende dall’alto, fredda e umida (ma a loro non fa nulla: lì è polistirolo) che riempie gli spazi e azzera le sinapsi. La neve.

Splendida, meraviglioso affondare gli stivali quando la vedi soffice e intonsa, meravigliosa quando hai una persona da abbracciare per raccontarle cose qui irriferibili. Ma che palle.

Da giorni fantasie di spiagge assolate, sabbia torrida e fine, bagnine che giocano a pallavolo, birra fresca ma non fredda a combattere la calura, limpide legioni di ondine azzurre si affollano nella mente e non mi lasciano più. Mentre fuori nevica e non sacramento il santo patrono delle catene per le ruote solo perché ho potuto evitare di perdere quel residuo di ragione dietro ai loro meccanismi perversi.

Sarà che la prima poesia che mi hanno costretto a imparare non era Foscolo ma una roba tipo: “Le casette stupefatte/ sono bianche come il latte”, ma i fiocchi, anche virtuali su molti blogs e siti, immettono nell’animo una tristezza invincibile.

Ti invoco, o Agosto, mentre mi appresto ad entrare nella macchina del tempo e cancellare sei mesi di fiocchi fiocchi fiocchi, contento che se li goda qualcun altro.

 

Figli di Pdor

dicembre 10, 2010 6 commenti

Oggi mi tocca, per la gioia di chi potrà puntare domani mattina il ditino contro di me, fare un ulteriore outing.
Già mi immagino le orde dei detrattori che mi additeranno alla pubblica vergogna, al ludibrio delle genti, perché fra i miei gusti c’è un non-gusto, perché fra i miei piaceri si cela un dispiacere velato e corrosivo.

Dopo aver confessato la mia frequentazione con la telenovelistica messicana, mi tocca ammettere anche che non mi piace il fantasy, di trovarlo una cagata pazzesca di dimensioni fantozziane.
Non riesco a vedere i film coi nani e i draghi sputafuoco senza provare un forte disagio, rischio di addormentarmi di fronte ai film di Conan e al Signore degli Anelli, di cui ogni tanto sfoglio con fare sospetto il mattone tri-logico in libreria dicendomi: mannò, l’è un pregiudizio, leggi… leggi che capisci… E regolarmente non capisco una mazza.
Naturalmente questo mi pone ai margini di mille discussioni cinematografiche, mitografiche, cabalistico-cultural-bocciofile, perché ogni volta mi ripassa davanti agli occhi lo sketch “Pdor, figlio di Kmer” e comincio a sghignazzare proprio mentre seriosi neoprimitivi, adoratori del biologico ma provvisti di iPad, commentano le gesta della dea Sigurd o adorano il Nibelungo (o qualcosa di simile).

Ancora oggi non mi spiego il perché di questo disgusto.
Sarà che il fantasy, specie quello tolkeniano, è servito a generazioni di ultradestra a sentirsi diversi e nuovi per sfuggire alla prigionia del lavoro borghese puà puà.
Sarà che di tanto cattivo fantasy mi pare si nutra il celtismo leghista, che loro mica sono italiani, ma sono figli di Brenno (e qui riparte un altro flash di “Pdor”), mentre si sa che discendiamo tutti, democraticamente, dalle stesse scimmie.
Sarà che più mi leggevo robe piene di Vichinghi e Valkirie, più mi chiedevo perché certi autori non lavassero vetri nelle aree sosta autostradali a Cosenza e provincia (a gennaio avrebbero provato il freddo del Valhalla ed io avrei portato loro una pila dei loro romanzi da bruciare per dare umano conforto).

E mentre rifletto sulla mia ignoranza su me stesso e sul mondo del Fantasy, guardo lo sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, sperando che in esso si celi la Risposta. Lode a Odino.

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