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Recensione: Ground Wave, “Goodbye Neil” + Aeroflot, “Il resto del Cremlino vol.

berlinguerMESSAGGERO SULLA LUNA 21 LU 69Eh cari, non si scherza, col Passato, con la Storia… o almeno così credevo.
I rimasugli della storia mondiale stanno accanto a noi intorno a noi, produttivi e mitopoietici come non mai: si annidano nei libri del babbo, nei manifesti con Berlinguer, sul poster LUNA del Messaggero del 1969, negli spot. Sono ancora miti produttivi quelli del nostro Novecento, ma in direzioni impreviste e tristemente barbare: improbabili citazioni di Marilyn Monroe trasformano una discreta attrice in un nuovo Socrate; il Sogno di Martin Luther King smercia sogni telefonici. Mi fermo qui, o chi lo sente il dottore che mi dice di non stressarmi?

Mi arrivano due dischi che scherzano col fuoco, con il Sogno Americano e con la Madre Russia, due robe che hanno segnato la storia individuale e collettiva di generazioni e che ora paiono ingiallite polaroid, utili solo a rinverdire i fasti eroici di un tempo perduto in cui si credeva ancora in qualcosa, giusto a sbagliato che fosse.

 

copertina groundwave

Ground Wave, “Goodbye Neil” (2013)

Ecco gli “americani”. Il mito della Luna e del più grande astronauta di tutti i tempi, Neil Armstrong, unico civile ad arrivar lassù e fare battute su Mr. Gorsky. Il disco è un buon esempio di post rock che frulla ottime suggestioni floydiane (bella “Don’t speak, just whistle”, ma inquetantemente vicina a “By the Rivers of Babylon” in quanto a melodia); tocchi genesisiani di dodici corde (?) suonata alla Hackett si mischiano ad un wave che più America non si può, ma si fa particolarmente apprezzare la psichedelia di “Don’t Panic-Shubidubidubà”.
A giustificare il collegamento col mito dell’Apollo 11, qualche campionamento radio qui e là e metafore spaziali, e nulla più. Un disco di un gruppo potenzialmente molto interessante.

https://www.facebook.com/pages/Ground-Wave/45106839101?fref=ts

Aeroflot-manifestoAeroflot, “Il resto del Cremlino vol. 1” (2013)

Gli stessi Aeroflot ci mettono sull’avviso di non aspettarci un’operazione alla CCCP: manca il punk, il situazionismo e Fatur che fa le facce buffe. In compenso c’è una interessante ripresa di stornelli popolari che ricordano la lotta partigiana e la vita di popolo sotto l’invasore. Gli Aeroflot, irriverenti sin dal titolo, si rivelano serissimi nel declinare con amore la loro musica, un po’ pop, un po’ folk, sempre esplorando le pieghe del comunismo emiliano, un po’ balera, un po’ eredità della lotta partigiana. Forse li ha frenati il nobile precedente del gruppo di Giovanni Lindo Ferretti, ma con un po’ di coraggio, gli Aeroflot potrebbero divenire davvero un gruppo molto interessante.
Personalmente li ringrazio per aver disinnescato la retorica di gruppi sinistrorsi (e sinistrati) come i Modena City Ramblers, che ti fanno nascere inevitabilmente un amore viscerale per il capitalismo.

https://www.facebook.com/ilrestodelcremlino

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Recensione: Aidan, “The relation between brain and behaviour” (2013)

cover Aidan

by DOOM

La musica dei padovani Aidan non è semplice da ascoltare. Il trio sforna il nuovissimo ‘The Relation between Brain and Behaviour’, lavoro di sludge/post-doom-psichedelico, interamente strumentale e dall’umore mostoso e apocalittico che si sviluppa lungo sette tracce di musica fortemente atmosferica e anche piuttosto avvincente. Esordio cazzuto questo concept album, incentrato su un fatto di cronaca avvenuto nell’800 in America, la storia del macabro incidente accaduta all’operaio Phineas Gage: nel 1848, in seguito ad un incidente, una barra di metallo gli si conficcò nel cranio e gli distrusse una parte del lobo frontale sinistro. Phineas sopravvisse per miracolo all’accaduto, ma la sua personalità mutò drasticamente. In sintesi, è un concept sulla storia dell’operaio.
Ritorniamo alla musica. Lavoro fortemente influenzato da Black Sabbath, Melvins, Torche, Isis, Cult Of Luna, Sleep e qualcosa anche dei Pink Floyd. La brevità dei pezzi aiuta sicuramente a non renderli troppo indigesti, sicuramente l’aggiunta di una voce renderebbe il tutto più digeribile. Produzione ovattata, fangosa come la miglior scuola sludge made in sud degli Stati Uniti insegna. Al mastering troviamo il guru James Plotkin (Khanate, Scorn, Flux, Old) produttore degli ambienti più doom, più drone, più opprimenti in circolazione. Che dire: spariamoci questo viaggio nei meandri più oscuri e complessi dell’essere umano. Le premesse per un ottimo futuro musicale ci sono tutte, basta un pizzico di maturità e personalità in più. Teniamoli d’occhio ed orecchio.

Pagina FB: https://www.facebook.com/pages/Aidan/312454752137706

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Raffica di LP di Maggio ’13

Musica d'acqua copertinaSursumcorda, “Musica d’Acqua” (2013)

Comincia con un triste fado il disco dei Sursumcorda, complesso senza genere, ricerca di musica totale. Senza rifiutare le influenze della musica da camera (gli archi che lavorano sulle armonie e incontrano le chitarre), la world music, con i suoni del Medio (“Il sogno di Amir”) e dell’Estremo Oriente (“Tang Lang”, forse la traccia migliore). Una raffinata ricerca sonora, un puntare al gradevole, al bel suonato, a una dimensione totalizzante del suono che non ha molti punti di riferimento, o ne ha troppi.
Come dei Gotan Project meno elettrici e meno argentini, non se ne fanno nulla del dramma delle cose, ricercando una dimensione astorica in cui il suono sgorga senza la ricerca di altre giustificazioni
Come dei Penguin Cafè Orchestra, meno metafisici, però, che sfuggono dal labirinto delle metafore e dall’accorata semplicità dei lavori di Simon Jeffres, senza l’angoscia dell’intuizione della compresenza di morte e gioia nelle stesse note.
Disco lieve, frutto di ricerca della bellezza; piacerà se non avete bisogno di direzioni prestabilite.

https://www.facebook.com/sursumcorda.musica

Pilia-Spaccamonti

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Paolo Spaccamonti “Frammenti” / Stefano Pilia “Stand Behind The Men Behind The Wire” (split disc – 2013)

Due chitarristi, un disco. Tre tracce di Spaccamonti, lineare e metodico. Apre con una traccia minimale e interessantissima (“Non lacrimare”) per proseguire in una dimensione più ascoltabile e quasi, quasi, più pop, forse meno efficace.
Più vicino ai maestri degli anni ’80, alla Michael Hedges e Dan Ar Braz per intenderci, il lavoro di Pilia che alterna fingerpicking acustico ad assoli sporchi e deliziosi di chitarra elettrica di godibile lirismo.

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wildmen-musica-streaming-haters-gonna-hateWildmen, “Haters Gonna Hate” (2013)

Evabbè. mi direte, è un disco di “Shit Music for Shit People”, sei sul loro libro paga, dài loro sempre cinque palle su cinque di valutazione (http://blogdiout.wordpress.com/tag/shit-music-for-shit-people/). Artisti scelti con cura, rock’n'roll d’autore e energia vitale a mille. Post punk e garage, casinari e sfrontati questi ragazzi selvaggi; l’unico difetto che trovo loro è che non si può analizzare ciò che è già semplice in questo “Haters Gonna Hate”, nel suo elementare bisogno di vita senza virtù, di forza senza violenza. HGH va ascoltato e basta.

Imeme2 pozzetto Wildmen, che abbiamo già apprezzato nell’aperitivo/split disc con i Capputtini ‘i Lignu, sono un duo che meriterebbe un pubblico ben più vasto e preparato dell’esiguo seguito che ha il rock in Italia nei patetici anni dei talent show de noantri.

https://www.facebook.com/wildmenband

Recensione: Rocky Votolato, “Television of Saints” (2012)

La prima reazione a “Television of Saints” sinceramente è stata questa:

La seconda, invece, il ricordo di quando, durante la mia lontana (chiamiamola) militanza fra le fila del folk revival, un caro amico mi faceva notare come jigs e reels irlandesi, tarante, muineiras galiziane, polkas e plinn fossero musica “tutta uguale, tutta uguale”, senza varietà, gira che ti rigira sempre lì vanno a finire. Poi io smisi di suonare in giro e lui, lasciati i rave, ha cominciato a ballare il folk in tutti i festival dell’emisfero Boreale, catturato dalla musica “tutta uguale”. Così è la vita.

update5-500x456Le note sono sette, gli stili son quelli. Se decido di sposare uno stile, da apocalittico o da integrato ne faccio una mia rielaborazione a seconda dei mezzi in mio possesso. Votolato sceglie le radici della sua terra e da cantautore “radicale” interpreta le tipiche armonie della musica acustica americana, che ancora lì possono costituire l’ossatura di una musica “popolare” in cui un popolo si riconosce (noi no, il nostro folk è morto nelle tarante radical-chic). Votolato si applica con notevole efficacia nel rivisitare tutti i clichè del cantautorato popolare d’olteoceano, voce e chitarra, scelta di temi intimisti e di presa immediata.
Un bel lavoro questo “Television of Saints”, si lascia ascoltare con una facilità disarmante perché suggerisce gli spazi immensi in cui marciare dritti con un orizzonte davanti a sé (senzazione che noi italiani non conosciamo, chiusi da monti, gallerie), provoca tenera nostalgia, immalinconisce nella misura in cui la malinconia è sopportabile, senza che il languore prevalga: l’Autore ha la grazia di non affondare i colpi, altrimenti sarebbe autocoscienza dylaniana, invece è cantabilità alla Battisti, solo che è a stelle e strisce.
Rocky ha una carriera ventennale alle spalle, ma rifiuta di gigioneggiare come un Paolo Nutini qualsiasi per il successo, non fa l’originale “perché porto un cappello e il ciuffo”, non si finge rocker, ma bada con coerenza a seguire la strada che il grande fiume della tradizione americana gli ha già segnato. Noi lo ascoltiamo con particolare voluttà.
Meme1 pozzettoVotolato è in tour in Italia, un’ottima occasione per avvicinarsi al mare magnum di un sogno chiamato America.

30/04/13 Fusignano (Ra) Brainstorm
01/05/13 Umbertide Cinema Metropolis
02/05//3 Roma Init
01/05/13 Rho (Milano) Rock n Roll Club

Contatti:
SITO http://www.rockyvotolato.com/
FB: https://www.facebook.com/rockyvotolato

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Recensione: As the Monster Becomes, “Renascentia” (2013)

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by DOOM

Questo EP che vado a recensire è una mazzata sui denti di deathcore fatto con le strapalle (deathcore genere che nasce tra l’incrocio tra metalcore, death metal e hardcore punk, molto seguito e suonato negli USA). La band si chiama As The Monster Becomes, italianissimi di Mantova, nati nel 2009 e con già un EP all’attivo uscito nel 2011 intitolato “The Perfect Storm”, EP bene accolto da critica e fans. Inoltre nel 2010 hanno diviso il palco, nel Viadana Open Air, festival di metal estremo, con: Blod Red Throne, Sadist, The Modern Age Slavery, Fleshgod Apocalypse, e tanti altri.
Nel marzo 2013 è uscito il nuovo EP intitolato “Renascentia“. Ora di immergersi nell’uragano sonoro dei As The Monster Becomes. Mi carico i sei pezzi dell’EP sul lettore mp3, pigio il tasto play è…una tranvata sparata alla velocità della luce mi colpisce l’udito. Che meraviglia, che tecnica, che produzione. Un composto di vari stili iper moderno, pur rimanendo principalmente Deathcore. Altamente influenzati dagli americani Ring Of Saturn, As The Monster Becomes, però, hanno creatività e bravura da vendere anche ai più osannati colleghi di oltreoceano. Dico che ‘Renascentia’ non è solo un normale album deathcore, oramai anche questo genere è ultra inflazionato, ma una garanzia per tutti i fans del deathcore più fuori di testa.

PAGINA FB: https://www.facebook.com/pages/As-The-Monster-Becomes/114897921886499

IN FREE DOWNLOAD su: http://www.mediafire.com/?5eodyq9zks528m2

Recensione: Roulette Cinese, “Chinese Pop”

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di Gustavo Tagliaferri

Sublimazione, ciò che avviene attraverso il passaggio dal rock di “Che Fine Ha Fatto Baby Love?” alle contaminazioni elettroniche della creatura a due facce “Ibridomeccanico”. Un processo che i Roulette Cinese conoscono bene, tanto che con “Chinese Pop” giungono al loro terzo full length in studio, dove a fare da filo conduttore è un’apparente scarnificazione nella struttura e nella composizione, un’ipotetica mancanza che viene colmata immediatamente dalla nascita di brani ipnotici, a cominciare dall’imperante Fassbinder che torna in auge in “La Paura Mangia L’Anima”.
Ma anche ascoltando il ritratto in chiave esotico di “Il Giornalista”, il tango retrò, con un Joe Raggi quasi teatrale, di “Sventrato”, la cibernetica “L’Errore”, l’affronto industriale di “Pho3nix” e la cadenza regolare di “Avida-Mente”. Vengono in mente i primi Soerba, e non è un caso che in “Dies Irae” sia presente Luca Urbani come ospite, come stupiscono gli improvvisi rimandi agli esordi, dimostrati dal cameo di Betty Cembrola in “Pop Song”, e meritano altrettanto momenti più tirati come “Caleidoscopio”, una “Death Watch” che non sarebbe dispiaciuta a Garbo e “Chinese Box”, ideale chiusura delle danze.
Forse il disco più introspettivo della band di Vercelli, che si riconferma come un progetto da non prendere sotto gamba, ma da scoprire ascolto dopo ascolto, passo dopo passo. Proprio come la loro fonte di ispirazione.

Raffica bis di Lp di Aprile

aprile 14, 2013 1 commento

Sia chiaro: non è l’adesione a uno stile che rende indimenticabile un prodotto artistico. Ci sono state epoche storiche in cui c’erano delle linee guida estetiche che tracciavano dei solchi in cui inserirsi quasi obbligatoriamente: penso ad esempio al Barocco, quando pochi si opposero alla poetica della “maraviglia” del Marino

E’ del poeta il fin la meraviglia,
parlo dell’eccellente e non del goffo,
chi non sa far stupir, vada alla striglia!

e chi non stupiva con metafore ed analogie poteva andare a ferrare cavalli e spalare guano, altro che poesia.

Il problema è che da un po’ son saltati gli schemi, la post-modernità ci ha bell’e fregati… spezzate le barriere in nome di una democrazia estetica che mescola Alto e Basso, confusi i codici perché tutti si credono Gadda o Consolo.
I musicisti son fregati due volte dall’immanenza delle discografie che stanno tutte in un ipod, perché i Maestri ti guardano grifagni dal passato, e tutto è reperibile in mp3 e su Youtube, tutto è ascoltabile, facilmente spalmabile su prodotti che non hanno binari estetici da seguire se non il mercato in cui si incanalano. Rari i cani sciolti, rarissimi  e preziosi (mi piace ricordare il disco di Kaiser Schnitt Amboss Laszlo) ma va capito chi cerca una cifra abbracciando codici o tentando un loro superamento dialettico. E un mondo difizile, un futuro insierto…

Nuur Paradisi ArtificialiNuur – Paradisi Artificiali (2011)
Venerati Maestri! Ecco cosa esclamano le melodie di questo interessante gruppo Prog psichedelico. Un disco coraggioso che collega Mike Oldfield della opening track “Eremo”(con un pesante omaggio a Tubular Bells) e i Pink Floyd prima di “More” poi quelli di “The Wall”. Un disco che cerca la bellezza e in più pieghe la trova. Belli i testi, che navigano nell’inconscio e nell’incubo del quotidiano. Mi è particolarmente piaciuto un (involontario?) omaggio fra le righe a “Felona e Sorona” de Le Orme nella traccia finale (“Spleen”). È un lavoro che prova l’imitazione, l’emulatio competitiva con i giganti degli anni ’70 innervandola con lacerti sonori successivi e una verve smaliziata più moderna. Bravi, ci vuole un coraggio da leoni solo a concepire un disco come “Paradisi Artificiali”.
https://www.facebook.com/pages/NUUR/132962636729350?fref=ts
http://www.myspace.com/nuurband

TUNATONES_Front_CoverTunatones – “Vulcano” (2013)
Sarà che mi sto smazzando la discografia dei Beatles per imparare l’ABC della musica, ma le orecchie sentono sempre più bisogno di r’n'r bello ignorante, che celebri l’energia della volizione, il disimpegno rispetto al grigiume borghese, nonché il “lassàteme pèrde” che invade ogni fibra dell’essere non appena il mondo alza l’asticella della sua intolleranza nei miei confronti. E vai di Chuck Berry, primi Beatles, ma anche di Stray Cats.
E poi arrivano i Tunatones a intercettare questo desiderio di vita con il loro rock: meno filologici di una cover band, più interessati allo spirito che ad una resa in fotocopia dei modelli. Disco energico e frizzante, che mischia rockabilly, inserti bluegrass (splendida la coda di banjo in “Me and my motorbyke”, inattesa), bop e anche surf tarantineggiante. Meraviglioso il tris in medley di pezzi di pezzi hard rock come Hell’s Bells degli AC/DC smitizzata e rinfrancata da una sfrontatezza che le dà una nuova coloritura.

https://www.facebook.com/Tunatones?group_id=0

L'OccasioneCorrado Meraviglia – “L’occasione” (2013)
Non è da molto che ho deposto l’ascia di guerra nei confronti dei cantautori in generale e di quelli contemporanei in particolare, col risultato che riesco ad accostarmi al complesso e metaforico mondo di Corrado Meraviglia con sufficiente rispetto che non avrei potuto avere solo poco tempo fa.
E se la metafora delle scatole di un trasloco mi perplime alquanto (“Scatole”), comunque  mi si porge l’occasione di vivere qualcosa senza dire troppe cose (la splendida “L’occasione”, opening track).
E non che ci sia molto da dire, perché nei dischi dei cantautori le parole devono cantare, mica le recensioni. Il link sta qui sotto, perciòdate una possibilità a questo disco complesso, non facile, ma che darà notevoli soddisfazioni se coltivato lentamente, solipsistico quando è necessario (“Lampione”, bellissima), rock quanto basta.
Corrado ci dona la sua confusione, una filastrocca che ci fa stare bene. La accogliamo volentieri.

https://www.facebook.com/corradomeraviglia?fref=ts
http://corradomeraviglia.bandcamp.com/

Raffica di LP di Aprile

Mille stili e mille suoni diversi in quattro dischi da ascoltare.

lisa.richards.beatingofthesun.cover_smllLisa Richards, “Beating of the Sun”
Un’australiana trasferitasi in Texas, una ragazza di grande cultura e sensibilità, una bella voce.
Questo disco è uno scavo nella tradizione acustica e popolare americana, fatto di canzoni limpide e piacevoli. Particolarmente degne di nota “Every Star” con le sue Dobro scintillanti e i toni retrò di di “Trickery”, nonché la malinconica ballata che chiude l’album, “Save me”.
Degno di molti ascolti: approfittate del tour italiano che proprio in questi giorni la vede calcare i nostri palcoscenici.

Sito : www.newmodellabel.com/lisa-richards/
NubilumNubilum, “Restless Sunrise”/”Tsantsa” (2012-13)

Soundscapes, tappeti sonori che evocano paesaggi e narrazioni di luoghi oscuri dove non è tutto mappabile e sviscerato. Chtulu fatta musica, un ritorno al lobo destro del cervello, dove non ci si può aggrappare alla melodia o al ritmo, ma il rumore e il battito lento delle cose ti porta al totale oblio e alla riscoperta del buio e del vento.
Bellezza e paura.

Pagina FB: https://www.facebook.com/nubilum12?fref=ts

cover Atomik ClocksAtomik Clocks, “Magdan in Charleroi” (2011)

Un lavoro complesso e articolato in bilico fra il free e il math-jazz, che ricerca la variazione minimale e si fonda sull’estroso impromptu dei vari sax che si alternano su un tappeto ritmico minimale. Un jazz scheletrico, senza sogni, così come l’epoca in cui fiorisce, né hot né cool, ma puro progetto di linee da tracciare. Non è un ascolto facile per chi ha poca dimestichezza con il jazzismo moderno.
Copertina strepitosa.

http://www.facebook.com/pages/Atomik-Clocks/175250826500
atomikclocks.bandcamp.com

Recensione: Garden Of Alibis, “Colours” (2012)

colours front

di Gustavo Tagliaferri

Giungere alla propria opera prima è sempre un traguardo, un obiettivo raggiunto con impegno, E.P. o full length che sia. Nel caso dei Garden Of Alibis quest’ultimo. È come se entrasse in gioco la voglia di rappresentare in musica un arcobaleno, perso tra miriadi di spillette, che siano o meno quelle della copertina.
“Colours”, giustappunto, un tentativo, in giovane età, di coniugare varietà ed orecchiabilità. Il lavoro risultante, nella sua generalità, nella migliore delle ipotesi regala qualche perla, come il singolo “Wicayo”, o scorre senza particolari problemi (“GOA”), ma nella peggiore pecca di una certa scontatezza, rappresentata da melodie che lasciano il tempo che trovano (“Paper Dreams”), oppure da un tentativo di rifarsi, in chiave pop-rock, a vaghi richiami smithsiani (“Flower Power”) o pixiesiani (la title track) senza mettere sufficentemente a fuoco il tutto.
Fortunatamente ad interrompere l’andazzo è la seconda metà dell’album, come si avverte dalla malinconia di “Winter Lullabies”, dai synth ipnotici di “Overplastic”, dall’allegria trabordante di “In Your Wedding Gown” e dalla sfrenata “Herman”. Segnali che lasciano intuire che il coraggio ci sia, ma i quattro torinesi necessitino ancora di fare un po’ di strada. Al momento quello che rimane è un esordio sufficiente.

Recensione: Venus in Furs, “B.R.A.” (2013)

Venus in Furs - BRA! COVERUn ritratto molto, molto cattivo, dei nostri tempi. Un ritratto schizzato per rapide pennellate perché il rock ‘n’ roll non si sofferma, brucia subito il bruciabile.

Tornano i Venus in Furs, ma non vi tragga in inganno il nome, perché di John Cale e soci qui c’è poco, niente morbida psichedelia; il nome non viene certo dalla celeberrima canzone dei Velvet Underground, ma dalle “Veneri in Pelliccia” di Von Masoch, dalla sensualità di malacarne di cui il rock dei Venus è impastato e che serve loro a vivere di fegato le situazioni, a sbattere in faccia le storture e le ipocrisie della “gggente”, quando prendono di mira non tanto la normalità borghese ma gli indie, i punk, gli alternativi, coloro che potrebbero essere un bacino di pubblico per la loro musica tagliente.
Una necessaria zappa sui piedi: “Leggins” e “Braccia Rubate all’Agricoltura” dipingono uno stuolo di hipsters e punk che campano conl borsellino di mammà (come l’Americano di Carosone), che ostentano i simboli della loro identità universalmente individuale per poi adeguarsi ai vizi di chi in teoria contesterebbero, sorte di atei devoti di questa società degli Anni Zero, dalle macchine fotografiche esclusive ma per tutti (tutti armati di “cannoni” per foto che ci costringeranno a guardare con viso finto-estasiato), fino al panino del trash food che tutti schifano ma poi si comprano al McDrive quando nessuno li vedrà con la loro magliettina di Che Guevara (riposi in pace, ma come farà mai a riposare?). I bamboccioni de “In nome del padre” completano il quadro e vi pemettono di attaccarlo in salotto, sempre che riusciate a sostenerne lo sguardo.
Venus in Furs FOTO“Sotto Stress” prova poi ad indagare il senso di inadeguatezza e la distanza dei nostri desideri e della nostra rabbia che forse richiederebbe la fuga, perché la meritocrazia non ha funzionato, tanto valeva tenersi l’oligarchia… la critica post-democratica (chessò, di un Luciano Canfora) mi sa che è arrivata pure nel rock: se vi piace sta canzone, consiglio anche la letture di “Democrazia, storia di un’ideologia”, ma temo vi incazzereste il doppio ad ascoltare le rasoiate dei Venus con un libro altrettanto bruciante. Conclude il tutto amaro di “Via del Cappello”, crepuscolare, buia, perché solo al buio, quando tutti i gatti sono bigi, ci si può amare quell’attimo che rende sopportabile l’esistenza.

Bel disco questo dei Venus in Furs, in cui ci eravamo già imbattuti ma che ci toccherà guardare con molta più attenzione da qui in avanti. Certo, non tutto è perfetto: i ritratti sono efficaci, ma il “cattivismo”  non funziona sempre , ha i suoi limiti e pare maniera in più punti, esercizio di stile; inoltre, i ritratti invecchiano (già la strofa su Papa Razzo è storia e non più contemporaneità); bello il robusto rock chitarristico arricchito da tocchi di violino, poco sfruttato in verità; curiosa la distribuzione, in una card di memoria personalizzata davvero carina (che sia il futuro assieme al freddo download?).

Venus in Furs - Key Play

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