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Articoli taggati ‘recensione’

Recensione: A Rainy Day in Bergen, album omonimo (2012)

A Rainy Day In Bergen – omonimo
AF-Music, 2012 – Distribuzione Audioglobe

di Claudia Amantini

Bergen, in Norvegia, viene ricordata come la città della pioggia. E la pioggia è l’elemento che fuoriesce dalla grafica del blooket. Omaggiare una città piovosa a dispetto della reale provenienza, la solare Salerno made in Italy. Sembrerebbe una giornata uggiosa, per dirla alla Battisti, sembrerebbe qualcosa che suona di malinconico e rarefatto… a tratti potrebbe esserlo (“Perhaps”, la prima traccia, con quel piano cupo), ma la band (Pasquale Aliberti, Carlo Barra e Diego Maria Manzo) strizza l’occhio alla Seattle d’Europa e ci ripropone una miscela di “alternative-electro new wave e prog rock infarcita di attitudini pop per nulla banali”. L’occhio, più che a Battisti, guarda alla scena americana anni ’90.

Il loro album, omonimo, è uscito lo scorso 6 aprile con distribuzione Audioglobe. Una band dal sound originale, con influenze che riportano alla mente Muse, Placebo, Smanshing Pumpkins (o, come mi ha ricordato un’amica, echi di Kasabian e Keane). Il viaggio onirico parte con “Perhaps”, il piano malinconico, per poi intraprendere direzioni sognanti (la delicata “Thousand universes”) e passi cadenzati (l’electro pop/rock di “Struggling for breath”) con contraccolpi (l’energica “Grey haze”, la potente “It has left”).

Una ricetta che mette sul piatto melodie, voce interessante, basso distorto, piano & synth, assenza completa della chitarra. Eh, già, la chitarra non c’è.

Un ottimo debutto per una band attiva dal 2006 con il nome, di allora, Underscore. Oggi lunga vita agli A Rainy Day In Bergen!

Recensione – Violacida, EP (2011)

Parte retro-folk il breve, troppo breve, EP dei Violacida (gruppo che abbiamo già ospitato su Sotterranei: apprezzavamo da tempo questi discolacci che le cantano e le suonano al resto dell’umanità, me compreso ovviamente).
La prima traccia (“Siamo tutti poveracci”), dicevamo, ci depista con il suo spiritò dadà e i suoi plettri rassicuranti e mal ci prepara a “Lei come le altre” in cui l’acida e corrosiva antifrasi si graffia di una certa amarezza che non poco ci ricorda certe belle pagine di Rino Gaetano, perché l’amore non è che necessaria illusione e l’attenzione disillusa ai gesti e agli atti al tempo della Grande Crisi.
“Il Lavoro” scioglie ogni dubbio sul valore di questo quartetto lucchese; un brano veloce e graffiante nel denudare la fine di ogni possibile illusione laburista, soffocata dal catrame nelle narici e dalla rabbia impotente di chi guarda dal basso ciò che è in alto. Fine nichilistica, “No Future for You” ma senza ironia stavolta.
Conclude il troppo breve Ep “Lia”, ancora più criptica e chiusa nel suo labirinto di segni.

Bello questo esordio dei Violacida, che si declinano in una sorta di teologia negativa in cui sfuggono ad ogni tentativo di sistemazione enciclopedica: essi sono ciò che a Violacida va di essere, non sono null’altro.
E a noi di Out stanno benissimo così

Attendiamo con ansia il loro primo disco full lenght.

Link per l’ascolto sulla pagina FB

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Recensione: April Fools, album omonimo (2012)

maggio 1, 2012 1 commento

Il pop-funky della generazione Facebook. Che si tagga, si stagga, si lovva, si annusa telematicamente e non si accoccola nella maliconia, ma va più tecnologicamente in standby.
La ricetta degli April Fools è aprirsi alla modernità dei rapporti sociali esprimento la leggerezza “barbara” (per dirla come il celebre saggio di Alessandro Baricco) e importando con una certa efficacia le soluzioni ritmico musicali dei Maroon 5. che altrove hanno sbancato classifiche giocando a rubamazzo con Billboard e Top of the Pops.
Una leggerezza “barbara”, dicevamo, adatta ai tempi, con qualche strizzata d’occhio al pop internazionale. Nasce così il disco omonimo di questo gruppo campano; nato per farsi ascoltare, sforna ritornelli catchy che non te li scolli dalle orecchie nemmeno a cannonate, con quel sapore di Jamiroquai che male non fa.
Ebbene, il disco impone una scelta: la terra dei cantautori, della “locomotiva”, degli eroi “giovani e belli” e della “libellula in un prato”, viene ignorata per irrorarci di stimoli “moderni” che noi possiamo accogliere o meno.

Gli April Fools scelgono una strada radicale, un reboot del patrimonio pop italiano che, invece, altri gruppi stanno faticosamente recuperando (penso alla meravigliosa “Prospettiva Nevski” rifatta dai Runa Raido o alla “Vedrai Vedrai” da brividi riproposta dai Piccoli Omicidi).

Un disco piacevole, specchio dei tempi e che, forse inconsapevolmente, aiuta a fare il punto sul sentiero biforcato che appare davanti ai giovani artisti del 2012.
Se  quella degli April Fools sia stata una scelta coraggiosa o astuta lo scopriremo solo vivendo (tiè!).

Recensione: Second H. Sam, s/t (EP)

“I chitarristi passano la metà del tempo dei concerti ad accordare le chitarre e l’altra metà a suonare scordati!”. Così Katharina Pesch, ottima violinista del duo romano dei Lautari, mi descriveva la dura vita dei plettristi mentre Paolo di Massimo pregava il La del suo bouzouki di non fare i capricci.

Parte “Cheri Cheri Maria” e la chitarra pigra di Second H. Sam mi mostra, invece, la voluttà dell’abbandono psichedelico della dissonanza, proiettandomi, per dirla alla Umberto Palazzo, in una atmosfera da canzone della controra, molle e accogliente.
Davvero interessante questa nuova uscita di questa etichetta bella e impossibile quale “Shit Music for Shit People”, che continua la sua politica di edizioni limitate curatissime nella qualità del suono e nel packaging (solo 300 copie la tiratura di questo EP).
Samuele Gottardello (aka Second H. Sam, dove h. sta per “hand”) confeziona quattro brani gradevolissimi e sfuggenti, in bilico tra Johnny Cash e Thurston Moore, traendo numerose suggestioni dal folk acustico e da mille altre fonti che sarebbe lungo elencare, frullate con un approccio psichedelico e blues che trasmette in pieno l’ironia sorniona e intelligente di questo autore nuovo alle nostre orecchie.
Quattro le tracce, e la mia preferita è “Mama was right”, dove ci ritroviamo la chitarra delicatamente scordata accennare uno stralunato twist che ruoterà a lungo nelle nostre playlist.

A mentre ricordo Paolo e Katharina che ricercavano la perfezione, non posso che esser contento di ascoltare così felicemente imperfetta.

PS. al solito: sosteniamo la musica e i musicisti!

SoundCloud: http://soundcloud.com/second-h-sam

Recensione: Mantrika, “Bianco” (2011)

Molto sound anni Ottanta/Novanta nell’ultimo lavoro dei Mantrika, un disco (“Bianco” – 2011) che scava ne power-pop dei decenni precedenti con varie risonanze che vengono da certo mainstream che non credevamo fosse ancora attuale (echi dei Dhamm, e non so se sia un complimento). E tra fili di negramarismo (“Fino a qui”, “Bianco”) e richiami a certi giri che non sarebbero dispiaciuti alla Steve Rogers Band, il disco scorre piuttosto bene. Bene le chitarre, i synth, bene le liriche fluide, ma c’è un ma…

“Bianco” è un disco ben suonato che piacerà, che può puntare alle radio e ad un ascolto immediato da parte di un pubblico vasto grazie anche alle liriche semplici e fluide. Questo è il grande pregio, nonché il limite. di “Bianco”, che lancia numerosi ponti verso sponde che il pubblico ama, ma lasciano al sottoscritto un filo di freddezza. È una questione di pelle: se i testi non hanno una tensione narrativa ma si perdono in metafore troppo aeree, le canzoni perdono mordente.

“Bianco” è anche un disco che ha i suoi buoni pregi, visto che alcune tracce abbandonano il suono “pimpato” del power e provano il pop venato di rock, la melodia, e c’è da ammettere che la strada mi pare quella giusta: tracce come “Disarmonie” e “I can save you” (con i Guns’n'Roses che guardano benedicenti dall’alto) non sfigurano affatto e ci fanno ben sperare per i prossimi lavori di questa band che potrebbe evolversi in futuro in direzioni ineressanti.

MARCO BONVICINI: voce, chitarra, piano, tastiere, programming
CLAUDIO MARCHESI: tastiere, programming LORENZO LENZI: chitarra
ANDREA ROMAGNOLI: basso
FEDERICO COLLOVÀ: batteria

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Recensione: Diego Perrone – Dove finisce il colore delle fotografie lasciate al sole (2012)

marzo 19, 2012 1 commento

by Claudia Amantini

Era da molto che non mi capitava di leggere un titolo così lungo come titolo di un album. Eppure a volte capita, come in questo caso. Un titolo che può pure farti riflettere, nel senso che ci pensi pure ad una risposta da formulare.

Diego Perrone è sicuramente noto in quanto essere colui che “canta con Caparezza”, la seconda voce del rapper pugliese, anche se ‘cantante dei Medusa’ suona già meglio, anche se le sue collaborazioni si perdono.

“Dove finisce il colore delle fotografie lasciate al sole” è invece il suo primo disco da solista. Un suono molto elettronico, molto pop, un filone intimista che lega tutti i brani, colonna sonora perfetta per un film di Ferzan Ozpetek (penso a “Cambia sempre”, “Jackie Treehorn”, “Rainy baby”). All’interno anche due cover ben riuscite: “Pop life” di Prince e “Summer on a solitary beach” di Franco Battiato (piacevole sorpresa quest’ultima). Diverse le collaborazioni che vanno dalla batteria al basso, passando per sinth, piano e voce (Cristian Montanarella, Gabriele Ottino, Davide Tomat, Danilo Novajira). Tutto il resto, cioè il grosso, è farina di Diego Perrone. Caparezza, nume tutelare, appare invece nella traccia “Santosfano”

Nove tracce totali, voglia di semplicità, un disco fatto per amore, un’etichetta a noi già nota (New Model Label) che qui sposa la casa discografica “La Voce del Gregge”. Album freschissimo, uscito il 15 Marzo.

Da ascoltare più volte per meglio apprezzarne le sfumature.

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Recensione: Albedo, “A Casa”

_-_

“E quanti cantanti e musicisti arrabbiati che farebbero meglio a smettere di fumare” (cit.). Avverto una certa stanchezza davanti al foglio bianco e tanta voglia di un album liminare e rassicurante da recensire, perché non sono solo i musicisti ad avere problemi con la musica, ma pure i fanzinari della domenica. E invece no, ho tra le mani un album vibrante e difficile, l’ultima fatica degli Albedo.

“Brutta produzione, altissimo consumo, la musica è stanca, non ce la fa più” (cit.).

In un disco di pop-rock così solare, sospeso fra storie d’amore e visioni del probabile, non ti aspetti che gli Albedo siano così espliciti, cioè “La musica è una merda”; nelle prime undici tracce, le metafore e le analogie danzavano fra zucchero e veleno, senza mai affondare il colpo, lasciando all’uditorio la scelta se districarsi nel labirinto dei segni o se andarsi piuttosto a comprare un bel disco dei Negramaro, che ti costa il triplo, ma ti consola una cifra.

Alla fine ti si spalancano le porte della percezione,  diventa tutto fin troppo chiaro.

Non è che la musica è stanca, così come nella vecchia e splendida canzone di Battiato: la musica è una “mmerda”, da pronunciare con particolare voluttà nella nasale iniziale da geminare ad libitum.

La gente è una “mmerda”, “esercizi di stile per sembrare migliori”, inviluppati nelle proprie maschere senza uscita.

L’amore è una “mmerda” che lancia baci di giuda che dànno il piacere per poi prospettare una fuga nei propri egoismi e nelle bugie. E l’amore, se diverso, come in “Confessioni”, ti proietta nell’abiezione senza alcuna possibilità di felicità.

Gli Albedo, dopo l’ottimo esordio de “Il Male” confezionano un disco ben scritto, ben suonato, e ve lo fanno pure scaricare  (dal sito di Inconsapevole Records). Osano farci pensare, e questo coraggio li costringerà sempre ad essere minoranza, a non nutrire aspettative di suonare negli stadi e a meritarsi una recensione di “mmerda” che non leggeranno mai. A chi mi legge dico: ancora qui?

“A Casa” attende il play.

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Recensione: The Sinatra’s (album omonimo)

febbraio 28, 2012 Lascia un commento

Gilet, bretelle e aria di chi ti sfida a ignorarli. Si presentano sfrontati e tellurici i The Sinatra’s, mani in tasca e nessuna voglia di fare shoegazing, tutt’altro… The rock’n'roll fury al servizio di una ritmica potente e precisa che molto deve ai primi Soundgarden, virati però ad un hardcore più pulsante e vivo.
Postmoderni, look da ghenga di Chicago, senza troppa voglia di categorie, cominciano molto prog (O_o prog? anime del purgatorio…) col piano di “Brighter than the sun” per poi aprirsi a tracce in cui si segnala l’energia e l’impatto del vocalist (particolarmente articolata e graffiante “Take me under”, ma anche l’eclettismo grunge di “The sound of Vipera” si fa particolarmente apprezzare).
C’è spazio per una ballad acustica e solo strumentale, “Healing Souls”, che segna lo spartiacque con l’ultima parte dell’album, forse la più intensa, con l’hardcore di “Legacy” e “Monolith” che farà deliziare i vostri vicini se avete buoni sub-woofer e voglia di giocare con l’equalizzatore… e poi “Hands full of stars” che ci lascia col un ineludibile senso di pop anni 70 (quello ripreso dagli Smashing Pumpinks all’inizio del capolavoro “Mellon Collie and the Infinite Sadness”).
Passato il monolito e riempitici delle stelle di Odissea 2001, il disco dei Sinatra’s ci lascia come il finale de “Il sergente nella Neve” di Rigoni Stern, reduci da battaglie e dure emozioni, con il bisogno di essere cullati dal sogno.

I Sinatra’s faranno parecchie date

le prossime sono

24.03 Bloom –  Mezzago31.03 – Vicenza
06.04 Lio Bar  - Brescia
24.04 Amigdala  - Trezzo sull’Adda)

Segnatevele, molto pogo e poi sostenete la loro musica con un gesto concreto. Per ora date un’occhiata al Soundcloud (http://www.soundcloud.com/thesinatras) e al clip del loro singolo “The New Level”.

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Recensione: gli artisti di Shit Music for Shit People

febbraio 25, 2012 Lascia un commento

Vermilion Sands e Vernon Sélavy, italiani d’America

by Claudia Amantini e Francesco Misiti

Già il nome della casa discografica è da standing ovation, la cura del packaging, l’eleganza naif del cartone arricchito dai disegni del portoghese João Rodrigues e la musica fanno il resto. Cospargendoci abbondantemente di acqua di colonia, ci accostiamo ai lettori del blog e proponiamo una nuova label: Shit Music for Shit People.

Vermillion Sands (Italia)

 

Ascoltando “Summer Melody” e “A sweet bitter winter” tutto avremmo pensato tranne a un gruppo italiano; i Vermillion Sands suonano molto rock’n’roll, molto garage rock, molto… americani. Piacevole sorpresa.

Nascono nell’Aprile 2008 e stampano un 7” con le prime loro due canzoni, “Mery” e “Wake me when I Die” ed altre. Prendono il nome da una raccolta di novelle del grande scrittore americano James Ballard. Hanno all’attivo vari altri EP, un full lenght ed hanno suonato in Europa, Stati Uniti ed il loro tour ha toccato anche la Cina. Il quartetto è attualmente al lavoro sul secondo album.
Nei Vermillion Sands c’è qualcosa di ruvido, qualcosa che suona a tratti come recupero dei ’60/’70 rivisti sotto luce nuova e aria fresca. Un suono ricco di distorsioni ma comunque ricercato da cui si evidenzia la voce femminile. Una voce ipnotica, irriverente, ricca di sfumature. Un Nick Cave in versione Bikini Kill.

MYSPACE http://www.myspace.com/thevermillionsands

FACEBOOK http://www.facebook.com/pages/Vermillion-Sands/151972278149211

Vernon Sélavy (Italia)

 

Duo piemontese di “soul pop per giovani fanciulle e gentlemen” (e cosa significhi tutto ciò non lo sanno nemmeno loro…). Sono Vincenzo Marando e Roberto Grosso Sategna (aka Dieci Cani); amano il nonsense e le influenze eclettiche, da Caetano Veloso ai Rolling Stones.

Un duo piemontese che… piemontese?!? E noi che già pensavamo a Tom Waits e Nick Cave, all’America che guarda al folk-blues, alla decadenza di certe murder ballad. C’è qualcosa di oscuro e struggente. Ottimo sottofondo per giornate malate dove regna l’alcol e un romanticismo malinconico. Ballate che si ascoltano al tramonto, voce rauca che ti entra dentro, un mood che ti ruota in testa.
Tre tracce nei nostri lettori (Apple Seeds, The River Knows Me, The Way It Goes) ipnotiche, da ascoltare in loop.

FACEBOOK : http://www.facebook.com/pages/Vernon-S%C3%A9lavy/135214233207161?sk=wall

Recensione: Betty Poison, “Beauty is Over” (2011)

febbraio 19, 2012 Lascia un commento

Intanto, sia ben chiaro, questo non è un vero write-up, ma solo un diario di ascolto di un disco che attendevo da tempo arrivasse nella mia cassetta delle lettere. Questo diario lo scrive uno che ama poco i critici, men che mai i critici musicali, a meno che non si chiamino Max Prestia, Francesca o Clà (queste ultime le nostre ‘firme di punta’ su BlogDiOut).  La migliore presentazione possibile del disco, inoltre, l’ha già fatta Lucia Rehab stessa nella Playlist 11 sul podcast: a noi tocca solo una pallida esegesi…

LA BELLEZZA È FINITA?


Si narra che Einstein ricevesse un giovane turbato dall’avvento del nazismo e dai venti di guerra che spiravano sempre più forti. Einstein si limitò, almeno così si narra, a suggerire al ragazzo di non leggere giornali, di chiudere le tende e leggere Shakespeare: quel grande uomo aveva come unico antidoto all’orrore della Storia, ovverosia la Bellezza.
Ora arrivano questi tre rocker italiani a dirci che nell’orrore della Crisi (non parlo di finanza, ma della crisi dei sogni, della cultura, delle scienze, umanistiche e non) la bellezza è finita, morta, kaputt.
Ma come? L’ultimo rifugio… ma questi qua come si permettono? Dico io… signora mia, che scandalo, che tempi… Vien voglia di spegnere lo stereo, comprarsi un bel giornale per benpensanti e cementificare la Val di Susa.
Ma la nuvola si rivela passeggera, quindi premiamo play con voluttà.

Bad Boy Snuff Toy e What about you ci proiettano nella dimensione giusta, quella dell’amore che consuma la malacarne sudata, un desiderio estremo di possesso che precede parole che si sbracciano ad allontanare e respingere, per poi richiamare a sé con furia violenta in So Raw.
Dopo la trilogia dell’amore difficile, segue una sorta di ode (July) dagli echi pixiesiani che ti si attacca alle orecchie senza remore, che dimostra senza ombra di dubbio come i Poison possano scrivere pezzi lenti e al limite del pop puro; segue The Golden Boy, che sarebbe uno splendido anthem da concerto adolescenziale se non avesse il testo amaro come la cicuta di Socrate e acido come il vetriolo (tutti gli assassini furono golden boy per chi li amava, prima).
Da brividi l’attacco di I’m still a slut dove la lead singer abbassa i ritmi e i toni cantando un atto di dolore sommesso, con una voce che si rivela più ricca di sfumature di quanto immaginassi, ma che poi riesplode di rabbia nel refrain, mentre a successiva I do pare ritrovare forza e orgoglio, che risalgono il pozzo della melanconia.
Il singolo Time è una lunga ballata dai toni lisergici, bellissima, racchiusa in un loop che ci imprigiona per sempre il tempo con fare ipnotico e serpentino, come un cobra che prima di colpirti a morte decida di danzare per te, pura preghiera d’amore.
Ci risvegliamo con Set it on fire, forse il pezzo meno accattivante dell’album, ma basta il successivo Lie Forever a darci un colpo sull’epigastro con una melodia minimale e la parola “menzogna” che riecheggia per l’ennesima volta in questo disco, quasi fosse essa il killer della bellezza: strano, visto che era stato questo pezzo a dirmi che questo è un disco che brilla di luce propria, oltre ogni possibile maestro.
E qui mi si ribalta tutto, con Blackout la memoria ritorna a quel disco delle Babes in Toyland che tanto ho penato per poter comprare raschiando il barile della paghetta da universitario, mentre la successiva You pare una traccia strappata ai Portishead, ma a leggerla bene è la chiave di volta di tutto: la voce della Rehab ci ricorda che l’amore non è purezza incorrotta e incorruttibile, ma continuo lavoro di distruzione, rinascita e attesa.

Forse è proprio così: mentre scorrono le ultime due tracce, mi convinco che se la bellezza è finita, sommersa dal kipple di dickiana memoria, forse è la disillusione di fronte alla corruzione, l’attesa vigile, l’urlo che richiama le energie ctonie sottese alle cose, dando vita a un nuovo barbaro codice di segni, e che esso si chiami “bellezza” poco importa.
Ma intanto i Betty, per dirla finita si confrontano con l’assenza di bellezza avendola ben presente, confenzionando un disco incantevole, armonico e struggente, quindi nulla mi impedisce di aprire il mio Shakespeare (o chi per lui) cullato dalle note di “Beauty is Over”.

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