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Posts Tagged ‘psichedelia’

Recensione: The Band in Heaven, Ep+Demos

febbraio 12, 2012 Lascia un commento

Dreampop? Leggendo delle info biografiche, abbiamo incontrato una parola che non ci saremmo mai aspettati di incontrare. Bello stupirsi ancora, perché il mix musicale dei The Band in Heaven. così pastoso e sfuggente, rischia di non poter entrare nelle righe della mia recensione. Una parola in più non guasta.
Recensire, strana arte di cui ci facciamo umili artigiani, coscienti che la sola cosa che sappiamo è di non saper nulla. Possiamo provare a dare l’idea del suono con le parole, un po’ come provare a descrivere i colori a un cieco. Proviamoci.

Riceviamo dall’altra parte dell’Oceano in forma incorporea un Ep edito dall’etichetta Hozac e un pugno di tracce demo di una band di West Palm Beach in Florida, capitanata dal duo Ates Isildak e Lauren Dwyer (nella foto col cerbiatto (finto? onirico?)).
The Band in Heaven mischia atmosfere sognanti di space pop con chitarre soniche che non sarebbero dispiaciute alla gioventù sonica newyorchese, con l’aggiunta di qualche tocco di synth analogici che rendono leggere e retrò le melodie immerse in tappeti armonicamente noise.
I “DEMOS” risalenti al 2010-11, si aprono con una ballata davvero bellissima (“A Tunnel in your Dreams”), per poi proseguire con “Dreams” che mi suonava piuttosto familiare già al primo ascolto (infatti è una bella cover dei Cramberries: caspita questi signori riescono a farmi digerire i Cramberries, roba che nemmeno l’effervescente Brioschi…); spiccano due altri episodi, la (spero ironica) “Suicide Pact” e la splendida “Coal”, in versione sia “bozza” che definitiva, psichedelica il giusto per chi ama i suoni sixties e eighties.
L’EP omonimo, invece, privilegia il lato più sonico e sottilmente drammatico del loro sound, con canzoni in minore, più rock, con liriche sospese tra sonno e veglia (“Fell asleep singing your song/ I want to give your love a try/ I want to feel your holy light”). Il video del singolo “Sludgy Dream” vale più di una visione/ascolto.

La psichedelia, chiamiamola col suo nome qualsiasi forma essa assuma, non cerca il sublime come la lirica, non cerca il dramma o la risata crassa come l’hard rock o la facile consolazione come il pop. La psichedelia vuole l’abbandono: se volete abbandonarvi al suono di belle canzoni e sprofondare nel cuore del sogno, i The Band in Heaven sono perfetti. Per i cultori del pogo, meglio rivolgersi altrove.

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Dall’EP vi proponiamo la clip di “Sleazy Dreams”

Crazy Diamonds: The Incredible String Band, “A very cellular song” (1968)


Come sarebbe vivere, pensare, amare, farsi compagnia se noi fossimo un essere unicellulare, un’ameba?
Mike Heron scrive questo pezzo incredibile, fatto di molli note psichedeliche a cui abbandonarsi per vivere una “vita senza tempo”, mentre si contemplano gli altri esseri viventi e, se ci si sente soli, basta scindersi molecolarmente per avere il proprio compagno di giochi.

Il pezzo è della Incredible String Band che lo incluse nel suo album capolavoro “The Hangman’s Beautiful Daughter” (1968), un album che non può mancare fra gli scaffali di chi ama la musica. Nella strofa iniziale è incorporato un canto spiritual delle isole Bahamas “I Bid You Goodnight” e alla fine un inno Sikh (“May the pure light within you”), confermando l’ispirazione eclettica e World-music ante litteram della band inglese.
La traduzione è mia, al solito, e spero non rovini le splendide liriche di Heron (suggerimenti e correzioni sono ben accetti).

The Incredible String Band – “A Very Cellular Song” (M. Heron)

L’inverno era freddo e i vestiti leggeri,
Ma il gentile pastore prende una decisione:
“O cara madre, cosa devo fare?
Jenny, fai gioire prima i tuoi occhi e poi le tue orecchie,
scambiando doni d’amore di’ la buonanotte.

Sdraiati mia cara sorella
non ti sdraierai per riposarti?
non chinerai il tuo capo sul petto del tuo salvatore?
Io ti amo, ma Gesù ti ama oltre ogni immaginazione
ed io ti auguro la buonanotte (buonanotte)
una di queste mattine lucenti, premature e belle (buonanotte)
né un grillo, né uno spirito mi griderà contro (buonanotte)
io vado camminando nella valle dell’ombra della morte (buonanotte)

il suo scettro e il suo bastone mi conforteranno (buonanotte)
Oh John, il segno, lui vide il segno (buonanotte)
Oh John ho visto gran quantità di segni (buonanotte)
“A” sta per “arca”, quella nave meravigliosa (buonanotte)
Come sai, l’hanno costruita sulla terra portando l’acqua per farla galleggiare (buonanotte)
“B” sta per la “Bestia” alla fine del bosco (buonanotte)
Come sai, essa mangiò i fanciulli quando non erano buoni (buonanotte)
Me lo ricordo bene, sì me lo ricordo proprio bene (buonanotte)
Camminavo in Gerusalemme proprio come John (buonanotte).”

Chi perderebbe e chi si ferirebbe e chi vivrebbe stupidamente?
E chi amerebbe ciò che ci rivela a noi, riempiendo l’aria di gioiose canzoni?
Chi se ne andrebbe, chi verrebbe, e chi semplicemente se ne starebbe lì in attesa?
Chi si siederebbe dietro la tua sedia e ruberebbe il tuo zenzero in cristalli?
Nebulose vicinanze piangono a me in questo attimo senza tempo
Qualcuno a me caro mi vuole vicino, mi innalza, avverto volare vibrazioni
Attraverso manghi, melograni e pianure, tutte uguali
Quando ciò mi raggiunge mi insegna anche a singhiozzare

Chi sarebbe leone, chi topo? E chi sarebbe il più obbediente?
E chi udrebbe chiara la direzione dall’innominabile essere che dà i nomi?
Chi ignorerebbe e chi sopporterebbe? E chi mentirebbe quietamente?
Chi cavalcherebbe una giraffa al contrario, fermandosi ogni tanto per farsi una risata?
Le amebe sono proprio piccole piccole…

ohhhh
Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo
Se ho bisogno di amici mi limito a girare su me stessa
e mi divido in due
E quando scopro che ci sono due me, entrambi belli come io sono
Ci mettiamo a strisciar via e sguazzare
Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo

Pelo nero o marrone, piume e squame
semi e polline, e tutte quelle vite che vivono senza nome.
Volgi i tuoi nervi tremanti nella mia direzione
e senti che l’energia, protezione delle mie cellule, ti augura la buona fortuna.
Possa un eterno sole brillare su di te: tutto l’amore ti circondi
E la pura luce che è in te ti guidi nel tuo viaggio…

Crazy Diamonds – I Never Lied to You (Syd Barrett)

dicembre 11, 2010 5 commenti

Dopo aver provato a tradurre “Feel”, ho pescato una canzone “minore” di Syd Barrett dal suo secondo album (Barrett, 1970) cantata con voce logora da un artista sulla soglia della follia, che si aggrappa con una voce stentata a dir poco ai rimasugli del proprio cuore per essere il lucido se stesso di sempre. E di lì a poco la follia.
Eppure mi incuriosiva sapere cosa dicesse di preciso una canzone la cui parola più frequente è “you”, “te”, la persona oggetto/soggetto di un amore che nasce e sfiorisce.

Il testo è sgualcito, tenue, senza ritornelli, scarno come un temino di scuola media (lontano dall’ermetismo di “Feel”) con poche cerniere logiche, ma inquietante ed amaro, con l’incessante “you” martellato a mo’ di rivendicazione di esistenza di un amante abbandonato.
È il flusso di una storia di un ritrovarsi ma anche dello smarrimento del senso, dello scivolamento verso un vuoto senza vertigine, senza eccitazione per il lasciarsi cadere. L’unica difesa possibile sono poche parole farfugliate di chi dice di non aver mai mentito, senza riuscire però a dare una direzione ai propri passi, diviso da un muro invisibile in cui gli sguardi uniscono e allontanano insieme.

E poi c’è la domanda, sussurrata e crepuscolare, che alberga come infinita paura nei cuori di ogni persona, anche di chi dice di avere tutta la verità in tasca: “Perché sono qui? Che significa tutto questo?”.

Signori, questo era Syd Barrett.

I Never Lied to You – Syd Barrett (“Barrett” 1970)

Video da YT
Testo Originale


Ci sono spalle che pressano nella hall
e io non saprò affatto se tu sei lì;
ci saranno vino e cose da bere in cortile
e non ce ne saranno di troppo forti;
ci saranno tante cose che potremo fare
e tutto e ancor di più sarà per te.

Tutto quello che ho fatto,
ho provato a farlo con te
ma tutto per te non era mai facile.

Così sono andato avanti intorno al mio mondo:
ho visto le cose che fai arrivandoti vicina
e ho visto che anche tu mi osservavi.

Ma io so questo, che non ti ho mai detto bugie.
È come se tu fossi andata via solo un giorno, per così tanto,
è stato così duro sopportare che tu non ci fossi.
Ma sebbene io pensi a te, alle cose che fai
a quando sono con te, allo stare con te,
allo stare da solo…

io riesco solo a pensare:
“Perché sono qui? Che significa tutto questo”.

Mi porti il freddo da fuori (cit.)

marzo 12, 2010 5 commenti

somnium, dulce decus omnium

La scena è sempre la stessa: sto assorto davanti ai libri, al computer, a un lavoro intellettuale duro o a un qualcosa di più giocondo; un momento di solitudine assoluta che ricerco e coltivo con costanza, necessario come la pastasciutta la domenica e un goal di Del Piero. Fuori, piove, nevica, vento furibondo, gelo e raccapriccio, mentre noi qui, acciambellati sul calorifero ci gustiamo il piacere del vecchio pensionato.

All’improvviso il dovere chiama, c’è il mondo che bussa alla porta. Riparazioni.
Il mio stabile ristruttura, gli operai edili hanno oggi e solo oggi: rimandare prospetta tempi biblici. Impossibile, comprendimi, la tua finestra è l’unica in tutto il sistema solare da cui si può passare, il tuo balcone è l’unico punto, come l’Aleph di Borges, in cui tutta la realtà balugina, dove le infinite monadi del mondo trasmigrano in simultanea coessenza trascendente e immanente insieme, l’unico spiraglio verso il terrazzo, verso dove magicamente saranno innalzate scale come intangibili altari, dove si arrampicheranno esseri in tuta veloci e incuranti delle basse temperature. Rudi uomini loro.

Insomma, ogni volta la finestra resta aperta e addio tepori consolanti. Il gelo si insinua sotto le vestaglie e alcuna possa ha il calorifero timido e solo baluardo a quegli spifferi che Raskolnikov di Delitto e Castigo gustava nella sua cameretta a San Pietroburgo nel gennaio russo. Nulla da invidiare al gelo siberiano che assedia la Lara del Dottor Zivago. E i quarti d’ora passano pesanti come per i miei allievi, e adesso sono io che desidero che i miei tutori si levino dalle balle con velocità iperluce.

Mi tendono la mano, saluto con l’arto ormai insensibile. chiudo la porta. Così posso  mettere la parola fine a questo post, unica consolazione per le gelide membra. E termosifone a palla.

Crazy diamonds: Corporal Clegg (1968)

Un altro suggerimento. Una canzone semisconosciuta dei Pink Floyd, contenuta nella “zuppiera di segreti” (A saucerful of secrets), splendido secondo album che coincide (ahimè) con la cacciata di Syd Barrett, ormai perso nel labirinto della propria follia.

La canzoncina sul Caporale Clegg, che “vince” in guerra la sua gamba di legno e riceve la sua medaglia in sogno dalla Regina, ma solo in sogno, nasconde il dramma di Roger Waters che non conobbe mai il padre, morto nello sbarco di Anzio nel ’44 (a lui i Floyd dedicheranno due decenni dopo il discusso LP “The Final Cut”). La guerra non porta a nulla, se non ad una tragedia irrisa al suono di nasali kazoo. Il sacrificio del proprio paese che si fa chiamare Patria riceve come sola ricompensa un goccio in più di gin e il compatimento ironico di chi circonda il vecchio soldato.

“Corporal Clegg”

Corporal Clegg had a wooden leg
He won it in the war, in 1944.
Corporal Clegg had a medal too
In orange, red, and blue
He found it in the zoo.
Dear, dear were they really sad for me?
Dear, dear will they really laugh at me?
Mrs. Clegg, you must be proud of him.
Mrs. Clegg, another drop of gin.
Corporal Clegg umbrella in the rain
He’s never been the same
No one is to blame
Corporal Clegg recieved his medal in a dream
From Her Majesty the queen
His boots were very clean.
Mrs. Clegg, you must be proud of him
Mrs. Clegg, another drop of gin.

RadioOut 01 – preghiera laica (ad alcun dio)

dicembre 20, 2009 3 commenti

where has the feelings gone?Chi mi conosce, sa che prima del tempio di di Luxor e del Duomo di Milano, un altro cantiere era aperto: la taggatura delle playlist dei Pink Floyd, continuamente rimandata come le pulizie di primavera magicamente eseguite di malavoglia a gennaio successivo.

Eppure la taggatura è conclusa.

Niente di meglio per inaugurare RADIOOUT, radio ufficiosa della fanzine.

Per stavolta basta un click su Play


o SCARICATE QUI.

ps. chi intenda collaborare mi contatti in separata sede, con adeguata bustarella al seguito.

Miscellaneo 11 – Passa che è notte

settembre 21, 2009 1 commento

Scirocco

maggio 20, 2009 2 commenti
hail Papi!

hail Papi!

È lo scirocco che mi riporta alla realtà. Tiro fuori il naso dai libri e dal football e la realtà è ripiena di Papi: tocca confrontarsi sempre con lui.

Ma non perché hanno condannato un suo avvocato corrotto da lui (posizione stralciata a causa del Lodo Alfano), non perché vede comunisti pure dietro il divorzio della moglie (deve essere per forza manovrata? mi sa che è sufficiente per una donna il peso delle protuberanze ramificate a decretare la fine di un matrimonio, poi fate voi…).

Non perché si rifiuta a rispondere alle domande come farebbe un qualunque statista, mentre in Inghilterra c’è un vero e proprio terremoto politico con dimissioni e siluramenti a raffica per una bagattella di pochi rimborsi gonfiati. Robe che da noi  sembrerebbero bazzecole, agli inglesi evidentemente no… ah, il popolo dei 5 pasti al giorno, perfida Albione, come osi essere più morale di noi?!

Non perché non risponde alle domande di un giornale e comincia a mandare messaggi trasversali ai giornalisti cospiratori… un po’ alla Putin, quello a cui falcidiano una settantina di giornalisti all’anno.

Nooo. è solo quest’aria di destra mista allo scirocco che invita al languore e al chiacchiericcio; un’atmosfera in cui deputande dallo slinguazzo  a centrifuga (qui a confronto con l’astro nascente Debora Serracchiani) dicono che il capo è un padreterno senza difetti (l’esperienza della sua intimità evidentemente rivela verità a noi precluse) e veline senza padrone sono in cerca del dominatore che darà loro fama e gloria, il tempo di decadere fisicamente e accalappiare qualcuno nei quadri del Partito.

Cala lo scirocco, sale una brezza marina davvero incantevole, e certi pensieri mi assalgono. Ma dove l’ho sentito sto cognome? Ma dove l’ho sentito sto cognome?

Bandiera a strisce la risorgerà!

febbraio 23, 2009 4 commenti

Well…

Un partito di grande tradizione sbanda a destra e a manca.

il nuovo Segretario

il nuovo Segretario

Travolto dalle procelle, una nuova guida si affaccia e promette un nuovo Eden agli iscritti, con un ritorno alla politica degli ideali e della laicità. Il Partito, quindi, si candida a raccogliere i delusi della politica berlusconiana ed a fornire un nuovo orizzonte di speranza al Paese.

cazzarola, sto simbolo non lo vedevo dal 1984!

cazzarola, sto simbolo non lo vedevo dal 1984!

Vicesegretario: Paolo Guzzanti. Rinasce il Partito Liberale Italiano!!! -_- che ha anche una corrente interna (quella di Taradash) e che si appresta a raccogliere il suo 0,3% alle Europee, per dimostrare al Piccolo Capo che anche i laici ravanano qualche voto, non solo i teodem, così da avere un seggio a Montecitorio anche nella prossima legislatura.

p.s. Tra tanti voti inutili, questo è da prendere in seria considerazione.

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Sogni di Bambini 1

dicembre 18, 2008 5 commenti

Einstein prese la metropolitana per Agarthi, ma si sentì stanco e chiese di scendere al conducente, Caronte occhi di bracia, che lo scaricò in una galleria buia di fronte ad uno specchio. Il sogno si interrompe, pochi momenti di buio. Il cappellaio matto non riusciva ad attraversarlo, ad andare oltre la sua immagine riflessa; ad ogni tentativo colpiva il vetro con la fronte senza risultato.
Il cappellaio offrì del the ad Einstein e prese due sedie per far accomodare l’ospite in mezzo alle rotaie. Vincendo la sua australe timidezza, Einstein accennò allo specchio e domandò: “E’ lì la Terra Promessa?”
“Come posso saperlo? Non l’ho mai vista…”, soggiunse il cappellaio fasciandosi la testa, aggiungendo: “…e se non incontreremo presto Alice saremo spazzati via dalla prossima metro”.

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