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Pulizie di Primavera
Miracolo a Milano. Apro la tv e guardo i risultati: finalmente qualche buona notizia, qualche inversione di tendenza, magari una strada che ci tirerà fuori dal pantano del peggiore governo della storia repubblicana.
Ma il miracolo è un altro: dopo anni di Pecorella, Ghedini, Previti e compagnia bella, non immaginavo che esistessero avvocati di sinistra… Di fronte alla notizia che il Pisapia è un avvocato, ex di Rifondazione con una lunga carriera di impegno civile, sono rimasto profondamente turbato.
Ma perché? Indago in me stesso e scopro la risposta…
Veniamo da anni di massimalismo berlusconiano, insulti, machiavellismi politici del Piccolo Capo, anni in cui tutti i giudici e gli insegnanti sono in automatico comunisti, gli statali TUTTI fannulloni, i meridionali evasori fiscali (solo loro?), i napoletani monnezzari, donne zoccole o brutte. Per almeno tre decenni l’aria è stata inquinata da parole d’ordine e facili slogan che dividevano la realtà in bianco e nero. Gli avvocaticchi e gli azzecca-garbugli sono sempre sembrati una classe graziata dalle parcelle del premier, pronti ad ad appoggiare ogni riforma prima di averla letta, premiata da tanti posti in Parlamento.
Il mio stupore mi segnala che anche io ho respirato il veleno della semplificazione del linguaggio; vedere un avvocato di sinistra mi scuote nel profondo, perché significa che anche io ho creduto ad una delle bugie infilate subliminalmente nei telegiornali, ma è anche un grande sollievo, perché forse da ora possiamo cominciare a fare le Pulizie di Primavera, neurone dopo neurone.
Aria, ossigeno: apriamo le finestre.
Populismi a confronto (aleeee o-oooooooh)
A Roma la piazza del primo maggio e quella dei papaboys, divise solo da qualche chilometro, muovono le loro stanche liturgie per dare una scossa a un paese senza più sogni.
Ci si deve attaccare al presunto papa buono (bis, quello vero era Giovanni XXIII) per fare la “beatificazione breve” a uno che ha stretto la mano a Pinochet legittimandone il potere (quello stesso dittatore che buttava i dissidenti dagli aerei per farli sfracellare sulle Ande); ci si deve attaccare a Ennio Morricone che suona e fa sentire tutti più buoni perché si sta dalla “parte giusta”, senza avere alcuna idea dei progetti e delle idee di questa presunta “parte giusta”.
Per convincere bisogna commuovere, per far votare bisogna spostare i sentimenti con grandi movimenti di massa in cui tutti fanno “aleeee o-ooooh” nell’adorare idoli coccolosi o nel ricordare i sacrifici dei lavoratori.
In questa gara dei senza idee e dei migliori sentimenti vincerà chi porterà più PIL ai negozianti e ai porchettari, mentre siamo entrati (di nuovo) in guerra, ma non se n’è ancora accorto quasi nessuno.
Ah fra poco Morricone suonerà al primo maggio… aleeee o-ohhhhh, aleeee o-ohhhhh…
Tu sei un Venezia

In questa non-nazione unificata dalla Rai e semidistrutta da Mediaset il campanilismo ha una storia millenaria, da quando i comuni e le Repubbliche Marinare se le davano vicendevolmente di santa ragione chiedendo aiuto ai re stranieri. “Italia terra di pascolo”, e lo diceva Nostradamus, dimostrando di vederci molto bene.
E via, tutti a insultarci a sangue, con Dante che augura ai Pisani che l’Arno li affoghi tutti e spara non a salve contro i genovesi (nel 33mo dell’Inferno), coi livornesi che scrivono “zona depisanizzata” sui propri cartelli stradali. I reggini che cantano “sogno di ogni reggino è/ svegliarsi la mattina/ aprire la finestra e/ non vedere più Messina” augurandosi uno tsunami siculo e una vista migliore sul Mediterraneo (meglio non riferire gli auguri degli isolani ai continentali). E i lombardi, mi dicevano, se vedono un cretino, ma proprio uno ai limiti del subumano (così insistevano), che gli spieghi la strada e non capiscono, gli chiedi l’ora e non rispondono e amenità varie, lo chiamano un “venezia”.
Costume comune antipatico. Poi per uno senza radici e che vorrebbe sentirsi a casa ovunque, è cosa ancora più odiosa.
Però mi è capitato di pensare spesso ai “venezia”, alla rozzezza leghista e alle sue sparate celoduriste, al negare valore ai diversi fino a togliere loro il diritto di cura e la dignità di esistenza. Ieri, quando il governatore veneto Zaia, ha messo un nuovo mattone alla distruzione dell’identità italiana, facendo suonare il “Va’ Pensiero” in luogo del pur brutto Inno di Mameli, mi facevo delle domande: ma non lo sa o finge di non sapere che Giuseppe Verdi è stato uno degli artefici del senso comune che ha portato all’Unità? lo sa che scrivere “W Verdi” per i rivoluzionari del risorgimento significava “W Vittorio Emanuele Re d’Italia”? Lo sa che Verdi amava l’Italia, mentre la Padania non sapeva nemmeno cosa fosse?
Lo sa, lo sa. Lo sa benissimo Zaia. Ma non si dice, perché le bugie ripetute e le verità omesse sono più efficaci di ogni verità storica. E oggi nega pure tutto di fronte alle ire dei finti patrioti del PDL. E di fronte al ghigno del trionfatore, che sa di potersi permettere di sputare sulla Costituzione e nessuno gli dirà nulla (e se glielo dicono ci pensa Minzolini a oscurare) io pensavo che “venezia” gli stava proprio benissimo come definizione.
E ‘sta canzone capolavoro gli sta anche meglio (via Orrore a 33 giri – cliccate sul link per il testo).
HOMBRES G – VENEZIA
I baffi di Umberto

voi deliziati, figuratevi noi...
Lacrime e Sangue, manovra da 25 miliardi: Tremonti ha parlato. Tutto questo mentre ogni giorno emergono particolari degli scandali sugli appalti, con politici che si facevano ristrutturare abitazioni in cambio di appalti statali o lucravano sulle pale eoliche.
E allora? Perché qualcuno se ne dovrebbe accorgere stavolta? Non è la solita vecchia canzone del potere assoluto che corrompe in modo assoluto, mentre il popolo gonzo si accontenta delle briciole come al solito?
Sì e no: anzi, no.
Quell’entità astratta chiamata “opinione pubblica” sopporta, applica e giustifica la corruzione, tranne che quando soffiano i venti di crisi. L’anno scorso c’erano genitori che facevano la fila per offrire le figlie sull’altare del velinismo, e si sarebbero dati fuoco per elevare a zoccola del potere il frutto del proprio sangue. Nessuno si è scandalizzato per il fatto che abbiamo speso quasi un miliardo di euro per organizzare due G8 fallimentari (prima distruggendo un’isola in Sardegna, poi spostando il teatrino a L’Aquila). Nessuno.
Ma quando ci sono le tasse no. Ora tocca pagare. Ora gli scandali della cricca dei privilegiati toccano fanno fremere di indignazione la casalinga di Voghera: la casa di Scaiola, Bertolaso che pagava in nero un appartamento in Via Giulia, i privilegi di chi non si dimette, Anemone che ristruttura a gratis e paga la casa a tutti. Toccagli la casa alla “ggente…”…
Tocca la casa all’Italiano, specie se in crisi, e veramente conoscerai il significato della parola “forcaiolo”. L’umore in giro è pessimo e persino Calderoli è costretto dire cose intelligenti, o il suo elettorato si rivolta.
Il tutto mentre avremmo bisogno di una guida autorevole, ed invece, giorno dopo giorno, si scoprono altri particolari di questo vile teatrino. Il tutto mentre il Presidente non va a vedere nemmeno la sua disastrata squadra di calcio ed evita qualsiasi intervento pubblico.

Umbè, facce Tarzan!
E mentre provo a distrarmi seguendo le amenità culturali del Salone di Torino, ormai ridotto a una passerella di mezze figure (edit: se ci va Valerio Scanu allora siamo veramente messi male), apprendo l’unica notizia che mi fa sorridere di speranza: Umberto Eco ora ha i baffi.
Proni a tutto
“Un uomo capace“. Ok cambio canale.
Quando un uomo moooolto potente ama un suo sottoposto storicamente c’è poco da ridere. Di solito chi è al posto di comando si deve impegnare nella difficile arte del governo, gestire le cose e le situazioni. Ha bisogno di uomini capaci al suo fianco.
Al tempo degli imperatori romani elettivi, specie nel II secolo d.C. un generale valoroso o un saggio senatore poteva sperare di essere adottato dall’imperatore, divenendo di fatto il successore designato. Raramente, però, le cose vanno così lisce, perché troppo spesso chi governa non si fida delle persone che ha sotto di sé quando le vede troppo zelanti ed abili. Teme una congiura di palazzo, un defenestramento, un delfino che improvvisamente alzi la cresta e decida di divenire lui il gallo del pollaio (notorio per chi pratica la pollicultura che due nello stesso recinto non possono assolutamente convivere, così come due primedonne nel Palazzo).
Traggo due esempi dalla letteratura.
Federico secondo, imperatore laico, moderno, che faceva le crociate con una trattativa e senza spargere sangue (e si inimica mortalmente la chiesa – notare il minuscolo) aveva un cancelliere capacissimo di nome Pier delle Vigne. Dante, nella Commedia (Inf. XIII) ci racconta di come quest’uomo fosse costretto a suicidarsi o “fosse suicidato” in carcere, colpito da accuse di tradimento probabilmente false. Di quest’uomo capace, trasformato in un arbusto parlante che mormora all’incredulo poeta, non ci resta che il senso di impotenza e di frustrazione per aver fatto il proprio dovere con abilità ed aver ottenuto solo il male e la morte.
Isaac Asimov, Fondazione. Il generale Bel Riose è l’ultimo dei grandi del suo impero ormai in decadenza: è un idealista, sogna ancora che il cosmo sia riunito sotto il regno del suo amato imperatore, ma più avanza, più innamora di sé le truppe che lo adorano, più a corte sono sospettosi di questo giovane, troppo abile, troppo capace. Bel Riose avrà mala sorte e morte infame.
Quando chi governa vuole non avere paranoie, non assume uomini capaci, ma uno stuolo di mediocri, gente manovrabile che cambia le notizie del TG, esegue le “riforme” del capo tagliando su scuola e sanità. Sissignore signorsì.
Oggi si è ritirato a vita privata un uomo “capace”, il sublime ministro Scajola, che ha affrontato mille crisi perdendole tutte; tuttavia, da parte nostra non vi è alcuna gioia, perché ancora non sappiamo di quali capacità sapra vantarsi il suo successore o quali orrori gli verranno chiesti.
Il partito dell’Amuore
Come incipit andrebbe bene “i nodi arrivano finalmente al pettine” se non parlassimo di un indivisuo con evidenti problemi follicolari. Ripiego sul: finalmente l’amore trionfa…
Gli amorini (copyright Prometheus) Papi e Fini se le sono dette davanti a tutti in diretta, con il povero regista che non sapeva come rendere meno catastrofico il tracollo, con i componenti del partito dell’Amuore che si rimproverano dandosi del leghista, del post fascista, del traditore. Mancava solo: “e io porto mio fratello che è grande”, “e io porto mio cugino che fa il pugile” “e io… e io…” con conseguente pianto per la bua.
Fantastico Bondi che non sopporta di sentirsi dire “servo” dagli avversari; risponde con una serie di razionalizzazioni che fanno capire quanto gli roda dentro eseguire gli ordini, essere il buon don Abbondio che sta dalla parte del più forte, mentre alberga in lui una sete di dominio e di autoaffermazione che scalpita potente, ma che don Bondi ha trasformato in adorante devozione verso l’oggetto del suo amore, che sfiora lo Stilnovismo dantesco.
Fini che non cede di un passo come Leonida pare un folle che si butta in un precipizio per vedere l’effetto che fa, avvalorando la tesi di chi dice che è sbroccato per non riuscire a diventare uno statista, dato che Papi vuole campare 120 anni curandosi con le staminali, che lui potrà permettersi ma gli altri no, visto che la sua alleanza con quelli che non pagano l’ICI ha frantumato la libertà di ricerca in Italia.
Berlusca incredulo: qualcuno lo contraddice. Non gli accadeva da quando al ristorante gli sconsigliarono il risotto con le vongole (presumibile che lì abbia comprato il ristorante mezz’ora dopo e licenziato l’incauto cameriere).
Bocchino viene altrove attaccato dalla Mussolini perché ha un brutto cognome… cioè… dico… parla la Mussolini… sul cognome…
Comunque vada, è nato il partito dell’Amuore, con i suoi “puttini” che svolazzano in cielo e tra un’escort e qualche appalto agli amici di Bertolaso, ma scagazzano su noi poveri mortali che subiamo le conseguenze di questo losco teatrino.
Parole in disuso: Cultura

Uso spesso dire: “libro”, “scrittura”, “memoria” e altri termini che afferiscono al campo semantico della cultura sono ormai pure bestemmie, empietà per gli edonisti che insegnano con diapositive powerpoint e lasciano i propri allievi a chattare sulla rete in sala computer, mentre mute parole muoiono in libri tenuti sottochiave, in un mondo che non sa leggere se non sillabando anche le parole più semplici; pensare è ormai bestemmia.
Silvia Laganà, giovane autrice che esordirà nel prossimo Out cartaceo, mi invia qualche riflessione su cultura e politica. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
I libri possono sanguinare? No, ma le mani di chi li stringe al petto sì.
La cultura della non violenza è morta sotto le spoglie del tempo e si è persa nei meandri del ricordo. Se è vero che la parola domina, è pur sempre vero che la demagogia non è così rapida come un colpo di canna. La politica è la preda prediletta di questi animali così simili agli uomini. Perché ne affermo la somiglianza? Questi animali ragionano secondo l’istinto e ponderano le loro scelte sulla possibilità di successo e supremazia piuttosto che sul ben comune a lungo termine.
La cultura è storia.
Cos’è un uomo senza memoria? Non è nessuno, è uno specchio vuoto privo di riflesso a cui basta una sola frase, simile al significato delle parole da lui conosciute per renderlo felice. Immaginate di perdervi all’interno di voi stessi, di diventare ciechi senza alcun riferimento. In voi rimane solo la sensazione che una voce possa salvarvi e guidarvi. Ecco questa è la cultura. È la forma dominante del nostro essere antropologico. Un uomo non può vivere senza gli ideali e la politica è mossa da essi. Ogni uomo tende a trasferire nei propri atteggiamenti ciò che ha appreso da piccolo, o meglio ciò che in lui è stato “coltivato” dai genitori e dalla società e la politica, come massima espressione del linguaggio, rispecchia i suoi atteggiamenti. Un figlio è l’immagine più sbiadita del padre, ma non è il genitore stesso, dunque occorre che prenda autocoscienza di sé e perciò le distanze dalla propria cultura. “Cogito ergo sum” (Cartesio), pensare, bisogna pensare per essere. (continua)
Silvia Laganà
Calabria is not Italy

el bajon
Una scritta simile, riferita alla Spagna, la osservavo con curiosità sulle spalle di una collina catalana dietro al vetro del mio autobus (Catalunya is not Spain) e provavo un profondo senso di smarrimento, avvertendo le onde lunghe di odio rancoroso che avevano mosso la mano che aveva istoriato quella collina senza impreziosirla. Ripensavo agli autonomisti di tutte le latitudini e ai cafoni che scrivono sui “Benvenuti in Italia” ai siciliani che sbarcano dal ferry-boat .
Calabria. Prima le bombe dei mafiosi al tribunale poi la rivolta dei servi.
“Calabria is not Italy” è la frase che mi sentirei di scrivere sui muri oggi.
Calabria è in mano a un Antistato potente che ha bisogno di quelle braccia per raccogliere le arance e sfrutta i negri, e poi si accorge che non sono zumbon (che ballano alègri el bajon) ma dei disperati, e se i disperati li fai esplodere, ti esplodono in faccia. E ora alte si levano le grida su ciò che tutti conoscevano ma nessuno ad alcun livello aveva mai cercato di risolvere.
Da mesi la stampa (quella estera) segnalava questo lager peggiore di quelli di Villa Literno in Campania. Ora che tutti i tg sono poco più che dei cloni di Studio Aperto, un’emergenza sociale come questa merita qualche minuto, nella speranza che finisca presto e che si possa far finta di essere fuori da qualsiasi crisi (almeno prima delle prossime elezioni). Resta solo sperare che si sveglino e capiscano che la ‘ndrangheta ha più mezzi, più uomini, più radicamento sul territorio di ogni altra organizzazione della penisola di qualsivoglia genere. E che lo facciano capire al Paese.
Intanto lo stato che fa (“si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità” per dirla sempre con De Andrè)? Aldilà delle dichiarazioni rituali, serene e pacate (tanto è Calabria, fosse stato in Veneto, fuoco e fiamme dalle nari…), mi colpisce MAra Carfagna. La ministra (quella di “Dio, patria e famiglia” che si paragona a Obama), dice di essere dalla parte degli Italiani, senza “se” e senza “ma“, per poi aggiungere “MA soltanto, dalla parte di coloro che fanno fino in fondo il loro dovere di cittadini, denunciando lo sfruttamento della mano d’opera straniera”. Complimenti per la coerenza logica: quattro meno meno.
Calabria is not Italy, ministra. Qui italiani non ce n’è: sono morti tutti quando nella mia terra pietà l’è morta.
Comincio anche a chiedermi se esistano ancora calabresi e se Corrado Alvaro si riconoscerebbe ancora in questa terra desolata e brulla, in cui ciò che è devastato è specchio di chi la devasta giorno per giorno.
Haiku
Io terrorista
In quanto dipietrista
E miscredente
Idromele

e io che mi lamentavo dei "calabriselli"...
In una vecchia intervista su “Celtica”, rivista musicale con cd che non vedo più fare capolino nelle affollate teche della mia edicola, il leader dei Na Dorsa diede una risposta curiosa. La domanda era se gli fosse piaciuto il festival del Trigallia, un simpatico happening dove i leghisti si vestono da Asterix e Obelix, bevono felici idromele e fanno finta di apprezzare i complessi con le cornamuse, in mezzo a stand ripieni di fraulein rigorosamente ariane. Il Trigallia, dove essere siciliano equivale al “negro” per il Ku Klux Klan (non oso immaginare come trattino i calabresi, meglio andarci in incognito…). Una festa dove stai a contatto con la natura e fai beccare ai tuoi figli un po’ di shock anafilattici per le punture di pappataci e zanzare tigre, loro (porèlli) disabituati all’ossigeno e adusi agli idrocarburi.
Dicevo, il povero irlandese, in un moto di pietà dolce come la Guinness e guardando gli pseudo celto-etrusco-gallo-villanoviani giocare a “Zonka Krapa” come Hagar il vichingo che prendeva a capàte l’elmo cornuto avversario, rispose: “beh da noi non ci sono feste come questa, perché in Irlanda piove sempre”.
Anima -_- …
Il bello è che l’intervistatore se n’è andato soddisfatto, pensando di aver incassato un “sì” rotondo: ai veri irlandesi piacerebbe la loro caricatura distorta e lisergica… sarebbe come se a un siciliano dovesse piacere una vignetta raffigurante un mafioso con la coppola e la scritta “questo sei tu”.
Pensavo giusto a questa vecchia intervista ora che i leghisti si stanno rivestendo di cristianesimo, mentre la Chiesa non riesce nemmeno a rispondere: non che non voglia… non può. Ora i portatori della croce sono simpatici elmo-cornuti con il boccale in mano, e se ne serviranno non per redimere le genti, ma per tirargliela addosso come un martello. E la chiesa stia muta, dato che dopo l’affaire Papi è stata tagliata fuori dai Tg di PapiTv.
Morale: sono non troppo sorpreso che la sinistra sia stata soppiantata nella politica sul territorio dai seguaci di Bossi, ma che riuscissero a mettere in scacco un’istituzione durata 2000 anni mi fa un po’ specie, anzi, quasi ribrezzo. E spero che i parroci si abituino al gusto dell’idromele, perché mi sa che a nord del Rubicone consacrare il vino diventerà presto un’usanza terrona.


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Hanno sparlato di noi