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Mi porti il freddo da fuori (cit.)

somnium, dulce decus omnium
La scena è sempre la stessa: sto assorto davanti ai libri, al computer, a un lavoro intellettuale duro o a un qualcosa di più giocondo; un momento di solitudine assoluta che ricerco e coltivo con costanza, necessario come la pastasciutta la domenica e un goal di Del Piero. Fuori, piove, nevica, vento furibondo, gelo e raccapriccio, mentre noi qui, acciambellati sul calorifero ci gustiamo il piacere del vecchio pensionato.
All’improvviso il dovere chiama, c’è il mondo che bussa alla porta. Riparazioni.
Il mio stabile ristruttura, gli operai edili hanno oggi e solo oggi: rimandare prospetta tempi biblici. Impossibile, comprendimi, la tua finestra è l’unica in tutto il sistema solare da cui si può passare, il tuo balcone è l’unico punto, come l’Aleph di Borges, in cui tutta la realtà balugina, dove le infinite monadi del mondo trasmigrano in simultanea coessenza trascendente e immanente insieme, l’unico spiraglio verso il terrazzo, verso dove magicamente saranno innalzate scale come intangibili altari, dove si arrampicheranno esseri in tuta veloci e incuranti delle basse temperature. Rudi uomini loro.
Insomma, ogni volta la finestra resta aperta e addio tepori consolanti. Il gelo si insinua sotto le vestaglie e alcuna possa ha il calorifero timido e solo baluardo a quegli spifferi che Raskolnikov di Delitto e Castigo gustava nella sua cameretta a San Pietroburgo nel gennaio russo. Nulla da invidiare al gelo siberiano che assedia la Lara del Dottor Zivago. E i quarti d’ora passano pesanti come per i miei allievi, e adesso sono io che desidero che i miei tutori si levino dalle balle con velocità iperluce.
Mi tendono la mano, saluto con l’arto ormai insensibile. chiudo la porta. Così posso mettere la parola fine a questo post, unica consolazione per le gelide membra. E termosifone a palla.
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Hanno sparlato di noi