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Heroes – Roma come New York
Pijamose Roma! Ma in che senso? Un gruppo di nuovi eroi del rocckerolle nostrano prova a dare una scossa alla Capitale. Riceviamo e pubblichiamo immantinente: all’attacco, eroi! (ps. il blog di Heroes lo trovate nel nostro blogroll alla vostra destra, e il post originale QUI).
7 Ottobre. Heroes opening party. Roma non sarà più la stessa.
by romacomenewyork
Dal 7 Ottobre alle Mura (via di Porta Labicana 24) parte la nuova e rivoluzionaria serata rock della capitale: Heroes. Due Venerdì al mese di soli concerti romani delle migliori band capitoline. Fin qui nulla di nuovo, ma la differenza fondamentale sta in questa premessa: Heroes è definita dalle bands che la compongono, rappresenta il primo tentativo strutturato di dare una forma a quello che si agita in questa città partendo dal basso, non a caso è stata pensata da gruppi rock per altri gruppi rock.
Pijamose Roma!
Concerti in cui i gruppi si promuovono l’un l’altro, dividono il palco, fanno nascere collaborazioni, jam sessions.. Heroes è qualcosa in più di “40 minuti di live in uno stanzone semivuoto e poi si smonta tutto”, ed è diretto soprattutto a tutte quelle band che non vogliono o non possono entrare a far parte delle logiche, spesso assolutamente commerciali, dei circuiti indie o mainstream nazionali.

E non si ferma all’Italia ma guarda più in là, perché l’idea di tirare fuori la gamba dallo stivale ci piace troppo.
oma come New York: la rassegna nasce con l’intenzione di aprire la città al resto del mondo (e non è un caso che alcuni Heroes come i Betty Poison e Ilenia Volpe siano più volte andati in tour negli Usa) vuole creare un legame con gli Stati Uniti e l’Europa, attraverso recensioni, gemellaggi, scambi di date.
Una rassegna che vuole distruggere l’hype e i vezzi inutili dei privilegiati per diventare una realtà internazionale inesorabile, perchè ci siamo stancati di puntare in basso e giocare al ribasso, perchè niente al momento ci rappresenta a parte la nostra voglia di fare sul serio. E tu?
Sei dei nostri?
Heroes. Be one.
07 ottobre 2011 – Betty Poison + Luminal
Heroes Opening Party!
28 ottobre 2011 – Spiral 69
Dark wave carnale e suggestivo
4 novembre 2011 – Operaja Criminale
Musica di buon (r)umore!
18 novembre 2011 – Le Naphta Narcisse
Delirio ben organizzato
02 dicembre 2011 – Atome Primitif
Three Years, Three Days
16 dicembre 2011 – Mug
Visual/post rock/instrumental
6 gennaio 2012 – Kardia
Gusto retrò e suggestioni moderne
Fotografi ufficiali che vi racconteranno la storia di Heroes:
Giulia Delprato
David Ghione
Pablo Echaurren: Pittura e fumetto, artista perfetto
Intervista a Pablo Echaurren
by Claudia Amantini e Rosanna Bernacchia
Artista a tutto tondo, Pablo Echaurren ha attraversato varie facce dell’Arte, perché l’arte non ha confini: pittura, fumetto, ceramiche, illustrazioni, collage… musica. Figlio del pittore Sebastian Matta, quarant’anni di attività, sguardo curioso, ironia pungente. Un grande artista contemporaneo.
OUT. Out è una fanzine, al suo interno ci sono anche fumetti. Echaurren ha collaborato con Linus, Frigidaire, Tango, Comic Art, Alter Alter… Negli anni ’80, sulle riviste di fumetti, nascevano artisti come Dino Battaglia, Sergio Toppi, Alberto Breccia, Andrea Pazienza e tanti altri. Su quelle che venivano chiamate “riviste contenitore” c’era la possibilità di “sperimentare”, di promuovere artisti emergenti. Tu, che puoi essere definito padre di un fumetto d’avanguardia, cosa pensi del fumetto di allora e del fumetto di oggi? Come lo vedi oggi il Fumetto?
PABLO ECHAURREN - Penso che l’Italia abbia perso una grande occasione. Fu un periodo intenso, di grande sperimentazione, di totale capovolgimento. E noi eravamo alla guida del movimento. Nel mondo. Non c’erano altri “Frigidaire”. Ma il pubblico, come spesso succede, non ha premiato questa rivoluzione. E tutto si è ripiegato su se stesso. Un intera avanguardia fu mandata a spasso. A dimostrazione della cecità che affliggeva il mondo del fumetto. Ora non conosco la situazione. Ma credo molto nell’autoproduzione. E ho visto cose egregie in questa direzione.
O. In quarant’anni di carriera hai attraversato diversi aspetti dell’Arte, indubbio il tuo legame con il futurismo. Cosa pensi del futurismo? Come collochi i tuoi collage.
P.E. Il Futurismo è stato un secondo Rinascimento. L’unico momento, in secoli e secoli, in cui l’Italia ha dimostrato di poter condurre le danze. E’ stato. Non può essere riportato in vita. Ma può essere uno stimolo. Per me lo è. Inoltre il futurismo ha significato il diritto di ciascuno di fare avanguardia senza passare nel salotto buono. Per Marinetti bastava dichiararsi futuristi e lo si diventava. Anche senza sapere fare granché. Per questo considero il futurismo una sorta di pre-punk.
O. Pittura… Le tue tele sono anche di dimensioni notevoli, partendo dalla tela bianca come procedi per poi “ricoprirla”? Hai già in mente ciò che uscirà o procedi per bozzetti? Da chi ti senti, anche indirettamente, influenzato?
P.E. La gran parte nasce al telefono. Dagli scarabocchi fatti senza pensarci. È nei momenti di allentamento dell’attenzione che nascono le cose migliori. Poi si perfezionano, si limano, si correggono. Ma lo scarabocchio è alla base.
O. Prediligi colori molto forti, colori di grande impatto. Come scegli gli accostamenti? Preferisci l’olio o l’acrilico?
P.E. Mai usato l’olio. Sono uno rozzo, del tutto digiuno di tecnica, per cui l’acrilico è l’ideale.
O. Hai realizzato copertine di diversi libri, tra cui il celebre “Porci con le Ali”. Un libro-manifesto. Cosa pensi della politica?
P.E. In realtà la politica intesa come militanza mi ha sempre annoiato. Ma mi ci sono calato per provare l’effetto che fa. Comunque al dogma preferivo il magma.
O. Parlaci del tuo rapporto con Roma. Alla mostra al Museo della Fondazione Roma, c’era una sezione dedicata alla tua città.
P.E. Malgrado il nome sono romano. Sento Roma è un enorme collage. Sovrapposizione di strati, ere, culture, stili. Sicuramente una grande cipolla da sfogliare strato dopo strato. The Great Onion. Certamente più fascinosa della Great Apple. Girare per le chiese e scoprire i capolavori nascosti è un’esperienza che tutti dovrebbero fare.
O. Un’altra città per te fondamentale è sicuramente Faenza, Faenza che ci riporta alle ceramiche, al blu, alle figure “grottesche”… Pablo e le ceramiche. Che ci racconti?
P.E. La ceramica è un’attività che corre in parallelo. Un modo per coniugare il fare solitario dell’artista con il laboratorio, con la grandiosa perizia degli artigiani. Il p-artigiano Pablo.
O. Di te Achille Bonito Oliva ha scritto: “Pablo riconosce fertilità a tutti i territori della comunicazione, quelli alti della Storia dell’Arte e quelli cosidetti bassi dei fumetti”. Cosa lega la tua Arte Alta (i dipinti) alla tua Arte Bassa (i fumetti)? Tu credi ci sia un’Arte Alta e un’Arte Bassa?
P.E. Da piccolo in camera avevo sia il poster di Guernica che quelli di Disney. Anche qualcosa di Mirò, avevo. E mi pareva che le forme a tinte piatte e tondeggianti di Mirò avessero qualcosa di Topolino con quelle grosse orecchie tonde e nere. E i bottoni delle bretelle gialle e i pantaloni rossi. Mirò e Mickey Mouse si sovrapponevano. Pittura e fumetto, artista perfetto.
O. Bassa… bassi. Sei un collezionista di bassi elettrici… da dove nasce questa passione? Credo sia risaputo che sei un estimatore dei Ramones e sappiamo che hai avuto modo di conoscere questo gruppo. Quando e dove li hai incontrati per la prima volta?
P.E. Da adolescente avevo, come tutti gli adolescenti, un gruppetto di scalcinati. “Suonavo” il basso. Un Hofner. Volevo essere il quinto Beatle. Non mi hanno preso. Mi sono buttato sulla pittura. E molto dopo sui Ramones. No, ho conosciuto solo Marky. Marky Ramone. Mi ha fatto una sorpresa presentandosi a una mia mostra. Direttamente da NY. Ancora devo riprendermi.
O. Hai avuto modo di frequentare musicisti che hanno suonato durante gli anni ’70 e ’80? Com’era la scena musicale in quel periodo?
P.E. Molto viva. Stimolante anche se deprimente paragonata alla scena internazionale. Fondamentale fu il Piper Club. L’unico luogo in cui si sentiva musica dal vivo. Prima del Piper era il deserto. Ma io parlo degli anni ’60. Molto prima dei ‘70 e degli ‘80. Sono ormai un pensionato. Ah, no… è vero, hanno innalzato l’età del pensionamento. Bè comunque quasi.
O. Sei d’accordo quando alcuni critici musicali dicono che i Ramones furono il primo ed unico gruppo punk ?
P.E. Certo che lo sono. Il primo in assoluto. E il migliore. Quelli che sostengo che il punk è Sex Pistola sono dei revisionisti storici. Non esiste.
O. Da “Ramones ” del 1976 a “Road to Ruin” e finendo con “Animal Boy” del 1986, qual è il tuo disco preferito del gruppo e perché?
P.E. Sicuramente i primi tre (“Ramones”, “Leaving home”, “Rocket to Russia”). Ma perle ci sono in ogni loro disco. Anzi sta per uscire (Arcana editrice) un mio libercolo in cui affronto la loro discografia pezzo dopo pezzo. Senza tralasciarne uno.
O. Secondo te quali gruppi attuali hanno raccolto l’eredità musicale dei Ramones?
P.E. I Green Day mi paiono tra i pochi capaci di miscelare punk con melodia. Ma se la domanda è ardua, la risposta è impossibile. Come non ci sono eredi dei Beatles o di Picasso. Il genio è unico e irripetibile. Ci possono essere altri geni, ma per esserlo devono essere differenti. Totalmente differenti. Il genio non ammette imitazioni. Ogni imitazione è un plagio.
Recensione: Palkosceniko al Neon, “Lucas”
LA RIVOLUZIONE DI “LUCAS”
Ultimogenito nella famiglia dei Palkosceniko al Neon.
di Francesca Paolini
“Rise , rebel, resist!” (alzati, ribellati, resisti) canta Otep al di là dell’oceano. A Guidonia invece ci pensano i Palkosceniko al neon ad urlare e sollecitare alla rivoluzione sociale.
Stanchi, stufi e incazzati con il sistema, con la casta che beata se ne frega di tutto e di tutti, mentre il “volgo” è oppresso continuamente come in un romanzo ottocentesco. La voce del popolo però non è soffocata, la gente grida, si dispera, si incazza, appunto. È da rivalutare l’incazzatura. Ha sempre quel quid di produttivo che porta all’esplosione di una rabbia atavica e proficua.
Ecco. La voce di questa rabbia sono i Palkosceniko al Neon.
“Dopo aver girato in lungo e in largo la Penisola e dopo aver aperto i live di gruppi come Il Teatro degli Orrori, gli Zu e Bologna Violenta, a distanza di solamente un anno da “Disordine Nuovo”, sul finire del 2010 registrano e mixano presso il Db Recording Studio di Tivoli Terme, il loro nuovo album: “Lucas”.

“Lucas” nasce ufficialmente il 7 maggio 2011 e viene subito accolto con grande entusiasmo, ma sin dai primi vagiti si dimostra un bambino molto “difficile”. Crescendo diventa un adolescente ribelle, di quelli che non obbediscono mai, di quelli che non abbassano la testa di fronte ai rimproveri ingiusti, ed ora che è finalmente diventato un uomo, è uno di quelli per cui il quieto vivere non è che un compromesso mortale che fa morire l’anima e lascia in vita corpi vuoti dagli occhi persi che guardano orizzonti di marzapane, illusi che sia la loro realtà, prosciugati dei sogni e delle aspettative in nome di un dio senza ideali e folgorato sulla via del denaro. I genitori, i Palkosceniko al neon sono orgogliosi di lui, ovviamente: fotografano un Paese al collasso, inviano un messaggio forte e chiaro e puntano il dito contro una società malata e ferma, ma anche contro chi si adagia su sicurezze fallaci.
I riferimenti ai Linea 77 sono assolutamente palesi, ma ascoltando l’album ci si rende conto che oltre ad urlare, questi cinque ragazzi hanno una voglia maledetta di dire le cose come stanno, di sputare sui perbenisti e su quelli che si accontentano. È ora di cambiare, di farla questa benedetta/maledetta rivoluzione. Utopici sognatori? Forse. Di certo non lasciano indifferenti. Dieci pezzi inediti e due rivisitazioni: “Brucia di vita” degli storici Negazione e “Colpo di Stato” dell’indimenticabile Stefano Rosso.
La rabbia che esce fuori senza mezzi termini, chitarre distorte, hardcore potentissimo, è finito il tempo del silenzio, dell’incertezza e della passività. Rivalutare il risentimento costruttivo e combattere contro l’inciviltà mentale della società attuale (“Credo nell’eternità dell’odio/temo la stupidità di vincere nascosta in gesti solidi/la vita di ogni giorno” cantano in “Assetto da resa”). “Lucas” è un urlo profondo di un’Italia squarciata, che non ce la fa più e canalizza in quell’urlo il suo sfogo.
“Parole disperate/che se ne sono andate/su un letto di fiori/maschere insanguinate” cantano in “Con un filo di voce” pezzo che trafigge e che inevitabilmente si aggrappa al cuore e alla voglia di rivolta.
Music Report: Brunori Sas + Le Luci della Centrale Elettrica
“ADDIO, FOTTITI, MA ASPETTAMI” BRUNORI SAS E LLDCE, LE PRIME “SOLUZIONI SEMPLICI”.
di Francesca Paolini
Roma, 1 luglio 2011: Si sono dati appuntamento alla Casa del jazz, dalla Calabria con furore la Brunori Sas e da Ferrara, dopo aver attraversato un nubifragio, Le Luci della Centrale Elettrica.
Sono loro ad aprire il Festival Soluzioni Semplici (in collaborazione con il Circolo degli Artisti).
Il calcio d’inizio spetta al sud, scende in campo la Brunori Sas, capitanata da Dario Brunori che con la sua chitarra acustica, pantaloni di lino, una camicia da figlio dei fiori e gli immancabili occhiali con la montatura nera, ironizza su se stesso, sul pubblico e strappa risate, applausi in maniera naturale e spontanea. Melodie orecchiabili, da falò sulla spiaggia, storie popolari, parole semplici, fotografie della vita di provincia. Proprio nella genuinità dei suoi testi si nasconde la profondità della sue canzoni che mi hanno piacevolmente sorpresa e conquistata (ho consumato il nuovo cd “Poveri Cristi” durante il viaggio di ritorno a casa!). Frecciatine al cuore con la triste ironia di “Come stai”, ricordi d’infanzia con “Guardia 82”. Malinconicamente allegro e allegramente malinconico. Si burla di se stesso, scherza con il pubblico, regala uno spettacolo divertente e allo stesso tempo molto appassionante. La performance di “Rosa” è stata qualcosa di micidiale, a parte il testo che è un mini romanzo in prosa che descrive l’aspettativa e poi lo strazio amoroso di un giovane emigrante di ritorno, l’arrangiamento è una scossa elettrica, brividi sulle braccia, come prendere uno schiaffo in piena faccia; il finale è sempre più veloce e quando la folla incita “bacio! Bacio! Bacio!” Delirio e boom! Un’esplosione che lascia il povero Dario con il fiatone, lui che non ha più “né il fisico né l’età per queste canzoni così rock”.
Rimanere seduti è stata quasi una tortura, proprio Dario ci ha invitato ad andare sotto il palco e noi non ce lo facciamo ripetere due volte. D’altra parte, la location è quella elitaria della casa del jazz, ma la fauna è quella del Circolo degli Artisti e si esige il contatto quasi fisico con il gruppo che suona!
Breve break: salutiamo Dario e la Brunori sas, per il secondo tempo è previsto lui, Vasco. Per me non avrebbe bisogno del cognome, ma onde evitare associazioni scorrette e degradanti preciso, Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica.
Avevo un sacco di aspettative e una duplice ansia prima del concerto: la voglia pazzesca di vederlo e sentirlo dal vivo, ma allo stesso tempo la paura per il mio cuore. Vasco è uno dei pochi che scava dentro, con i testi, con gli arpeggi della sua chitarra incerottata e avevo il terrore che potesse perforare la mia spessa corazza anche lì, davanti a un sacco di gente. Mi sono vaccinata, mi sono sparata a raffica i suoi due album per tutta la settimana per immunizzarmi, per buttare fuori tutte le lacrime e arrivare quindi preparata al concerto, secca, svuotata per lasciare che la sua musica colmasse quel vuoto.
Mi aspettavo che salisse sul palco con la sua chitarra, si sedesse su uno sgabello davanti a un microfono e iniziasse a declamare le sue poesie facendomi “arrugginire le guance” (“Quando tornerai dall’estero”) dalle lacrime. Invece la performance è stata in elettrico, con due chitarre elettriche e le percussioni che a mio parere hanno rubato l’ 80% dell’atmosfera. Chi conosce LLDCE sa che gli arpeggi della chitarra di Vasco e la sua voce sono una miscela esplosiva che fa rizzare i peli delle braccia, ma l’intrusione degli strumenti elettrici ha reso rock delle canzoni che sono rock come attitudine, ma che vanno ascoltate con attenzione, in tranquillità e senza scossoni. La batteria ha oscurato una parte di poesia vascobrondesca e le chitarre elettriche hanno sovrastato arpeggi acustici ammalianti, ipnotici e dolorosamente emozionanti.
Solo “La gigantesca scritta coop” è stata eseguita in acustico. Vasco, la chitarra, il microfono e il pubblico, ragazzi e ragazze che in fondo in quei testi ci si ritrovano, che hanno (abbiamo) cantato, a squarciagola vibrando con le sue corde.
Non voglio sembrare superba, ma in tutta sincerità, da Vasco mi aspettavo un concerto diverso. Provo davvero amore per la sua musica e per i suoi testi, ma ieri sera, non mi è “arrivato”. Troppa distorsione, troppo casino. Se volevo fare headbanging andavo a sentire un gruppo grunge, ma uno che è capace di scrivere “metteranno in vendita il colore dei tuoi occhi come dati statistici” (“Le petroliere”), avrei voluto che mi facesse esplodere il cuore, proprio come quando ho sentito per la prima volta “Canzoni da spiaggia deturpata”, che non ho tolto dallo stereo per due mesi di fila.
La serata si è conclusa con un inedito, questa volta senza amplificazione: tutte chitarre acustiche e percussioni, il pubblico in religioso silenzio ha ascoltato inebriato fino all’ultima nota.
E’ mezzanotte, siamo all’aperto, bisogna andare a casa, perché “il nostro ridere fa male al presidente” (“Una guerra fredda”). Me ne vado quasi arrabbiata. Forse delusa. E finalmente ho capito il senso della frase “ti lascio perchè ti amo troppo”.
Music Report: Sunomi, 4×4 Sì!
4 Sunomi per 4 Sì! - di Francesca Paolini
E poi così per caso conosci musicisti, per caso li vai a sentire suonare e per caso hai l’ulteriore conferma che gli dei della Musica a volte ci azzeccano proprio e ti fanno essere nel posto giusto, al momento giusto e con la gente giusta.
Prendete Giovanni De Giorgi, un cantante-attore milanese (romano d’adozione), aggiungete tre romani doc: Francesco Maselli, bassista-simpatico umorista, Stefano Fenu alla chitarra e alla batteria Marco Della Rocca, farcite il tutto con la capitale più bella del mondo, shakerate a suon di funky-pop et voilà, i Sunomi.
Quale data migliore per il concerto conclusivo della stagione di quella del 12 giugno, in concomitanza con il voto per il referendum popolare? Il tam tam sui social networks era infatti “4 Sunomi per 4 sì”, ed eccoli sul palco: si sono fatti attendere, ma ne è valsa la pena.
Non uno show piatto e noioso, ma uno spettacolo in cui può accadere di tutto: intermezzi cabarettistici tra un pezzo e l’altro fino a citazioni letterarie (mica pizza e fichi, siòri!): quando mai a un concerto pop-rock si è sentito recitare l’Amleto shakespeariano? Ebbene i Sunomi lo hanno fatto! L’eclettico cantante ha tirato fuori l’attore che è in lui e ha deliziato il pubblico con una improvvisata e inaspettata chicca teatrale che resterà nella storia della Locanda Atlantide.
Testi ironici, frecciatine, impulsi che invitano a riflettere indirettamente sulla società e sul vivere quotidiano. “VaBene” è una sorta di manifesto dell’individuo degli anni zero: ritmo incalzante e triste dichiarazione di un’amarezza che pervade una società vuota e rassegnata (“non c’è niente che mi piaccia, niente mi fa stare bene, è per questo che da oggi stare male mi fa stare bene”). In scaletta non può mancare “Rubare”, post-moderna rivisitazione del mito robinhoodiano del “togliere ai ricchi per dare ai poveri” che propone il furto come ammortizzatore sociale per equilibrare lo stato delle finanze e per sopperire alla “Svalutation”, quella che cantava Adriano Celentano, ma riletta in stile Sunomi con tanto di messaggi subliminali quando Francesco ai cori ripete “andate a votare…”.
A guardarli si vede che i primi a divertirsi sono loro, lì sul palco, che scherzano, interagiscono con il pubblico, svincolati dalle ghettizzazioni, alle etichette indie, scanzonati, leggeri, ma che arrivano dritti al sodo. Cantano i “Luoghi comuni” e il fatto che “c’è sempre qualcuno che sa ragionare ma che non lo fa.” con una freschezza e un’ironia che sono il loro marchio di fabbrica.
E per restare in tema di luoghi comuni, il tempo vola, un’ora è passata in fretta e l’ultimo pezzo arriva proprio quando ci si stava prendendo gusto. Chiude la serata “Una vita facile”, che come tutti gli altri pezzi entra in testa e ne rende inevitabile il movimento quindi sulle note di questa tutt’altro che “canzone futile”, lasciamo questi quattro baldi giovani alle registrazioni dell’album e diamo loro appuntamento a molto presto. Per la serie, “teniamoli d’occhio”.
Crazy Diamonds: The Incredible String Band, “A very cellular song” (1968)

Come sarebbe vivere, pensare, amare, farsi compagnia se noi fossimo un essere unicellulare, un’ameba?
Mike Heron scrive questo pezzo incredibile, fatto di molli note psichedeliche a cui abbandonarsi per vivere una “vita senza tempo”, mentre si contemplano gli altri esseri viventi e, se ci si sente soli, basta scindersi molecolarmente per avere il proprio compagno di giochi.
Il pezzo è della Incredible String Band che lo incluse nel suo album capolavoro “The Hangman’s Beautiful Daughter” (1968), un album che non può mancare fra gli scaffali di chi ama la musica. Nella strofa iniziale è incorporato un canto spiritual delle isole Bahamas “I Bid You Goodnight” e alla fine un inno Sikh (“May the pure light within you”), confermando l’ispirazione eclettica e World-music ante litteram della band inglese.
La traduzione è mia, al solito, e spero non rovini le splendide liriche di Heron (suggerimenti e correzioni sono ben accetti).
The Incredible String Band – “A Very Cellular Song” (M. Heron)
L’inverno era freddo e i vestiti leggeri,
Ma il gentile pastore prende una decisione:
“O cara madre, cosa devo fare?
Jenny, fai gioire prima i tuoi occhi e poi le tue orecchie,
scambiando doni d’amore di’ la buonanotte.
Sdraiati mia cara sorella
non ti sdraierai per riposarti?
non chinerai il tuo capo sul petto del tuo salvatore?
Io ti amo, ma Gesù ti ama oltre ogni immaginazione
ed io ti auguro la buonanotte (buonanotte)
una di queste mattine lucenti, premature e belle (buonanotte)
né un grillo, né uno spirito mi griderà contro (buonanotte)
io vado camminando nella valle dell’ombra della morte (buonanotte)
il suo scettro e il suo bastone mi conforteranno (buonanotte)
Oh John, il segno, lui vide il segno (buonanotte)
Oh John ho visto gran quantità di segni (buonanotte)
“A” sta per “arca”, quella nave meravigliosa (buonanotte)
Come sai, l’hanno costruita sulla terra portando l’acqua per farla galleggiare (buonanotte)
“B” sta per la “Bestia” alla fine del bosco (buonanotte)
Come sai, essa mangiò i fanciulli quando non erano buoni (buonanotte)
Me lo ricordo bene, sì me lo ricordo proprio bene (buonanotte)
Camminavo in Gerusalemme proprio come John (buonanotte).”
Chi perderebbe e chi si ferirebbe e chi vivrebbe stupidamente?
E chi amerebbe ciò che ci rivela a noi, riempiendo l’aria di gioiose canzoni?
Chi se ne andrebbe, chi verrebbe, e chi semplicemente se ne starebbe lì in attesa?
Chi si siederebbe dietro la tua sedia e ruberebbe il tuo zenzero in cristalli?
Nebulose vicinanze piangono a me in questo attimo senza tempo
Qualcuno a me caro mi vuole vicino, mi innalza, avverto volare vibrazioni
Attraverso manghi, melograni e pianure, tutte uguali
Quando ciò mi raggiunge mi insegna anche a singhiozzare
Chi sarebbe leone, chi topo? E chi sarebbe il più obbediente?
E chi udrebbe chiara la direzione dall’innominabile essere che dà i nomi?
Chi ignorerebbe e chi sopporterebbe? E chi mentirebbe quietamente?
Chi cavalcherebbe una giraffa al contrario, fermandosi ogni tanto per farsi una risata?
Le amebe sono proprio piccole piccole…
ohhhh…
Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo
Se ho bisogno di amici mi limito a girare su me stessa
e mi divido in due
E quando scopro che ci sono due me, entrambi belli come io sono
Ci mettiamo a strisciar via e sguazzare
Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo
Pelo nero o marrone, piume e squame
semi e polline, e tutte quelle vite che vivono senza nome.
Volgi i tuoi nervi tremanti nella mia direzione
e senti che l’energia, protezione delle mie cellule, ti augura la buona fortuna.
Possa un eterno sole brillare su di te: tutto l’amore ti circondi
E la pura luce che è in te ti guidi nel tuo viaggio…
Music Report – I Ministri
Ecco un nuovo report musicale by Francesca Paolini. Enjoy ^^
QUATTRO MILANESI ALLA CONQUISTA DELLA CAPITALE.
LE ARMI? BASSO, CHITARRA, BATTERIA E TASTIERA.
(di Francesca Paolini)
Con solamente quattro dischi all’attivo e un tour che li ha portati in giro per l’Italia durante questi anni, il 28 aprile, i Ministri hanno conquistato di nuovo Roma. Eh sì, dopo il sold out di novembre sono tornati a suonare al Circolo degli artisti che questa volta era quasi al completo, pronto ad accogliere i quattro padani scesi oltre il Po’.
Uno scambio equo, un’alchimia che si costruisce tra palco e pubblico proprio grazie alla assai scarsa capienza del locale: l’energia viene assorbita da ogni poro della pelle del pubblico e viene restituita all’ennesima potenza a Divi, Fede, F punto e Michelino che a loro volta la catapultano sul pubblico e così via per due ore.
Ore 22, inizia il concerto, si parte con Fari spenti e la folla si scatena in un pogo dal quale salvarsi è praticamente impossibile, quindi non resta che saltare a ritmo e lasciarsi andare, ci sarà tempo per associare i lividi alle canzoni. Si continua con un altro pezzo estremamente movimentato, nonché un classicone, che ha portato alla ribalta il gruppo nel 2009, Bevo, che non può mancare e che il popolo del Circolo canta all’unisono. Non c’è tregua, non c’è pietà, si va avanti nonostante un caldo soffocante che mette a dura prova il gruppo, e a poco servono i ventilatori piazzati ai lati del palco.
Due dita nel cuore e Gli alberi, (le mie preferite dell’album Fuori) trascinano in un vortice energetico e la la folla si scalda, i “nostri eroi” non demordono, neanche la rottura della tracolla della chitarra è riuscita a fermare il ballo sfrenato di Fede che ha continuato con le sue acrobazie alla Jack Black ad animare un pubblico già esageratamente surriscaldato.
Viene esaudito il desiderio della folla che chiedeva a gran voce Diritto al tetto, e poi, a placare gli animi arriva la versione acustica di Il bel canto che ha segnato il momento più riflessivo della serata, commuovendo e tranquillizzando l’atmosfera per qualche minuto.
La conclusiva Abituarsi alla fine è stata la ciliegina sulla torta cui è seguito un emozionante crowd surfing con il quale Divi, stremato, ha abbracciato la folla multiregionale rimasta per godersi fino all’ultimo secondo un concerto nel quale il rock ‘n’ roll italiano ha dato prova di esistere e di essere in assai buona salute.
I Betty Poison al “Rising Love” (Roma, 30 aprile ’11)
I Betty Poison presentano il loro nuovo album “Beauty is Over” a Roma e Out poteva forse mancare? Francesca Paolini ci invia una recensione lampo della stupenda serata al “Rising Love” e noi immantinente pubblichiamo. Enjoy ^^
Betty Poison’s Beauty is not over. Non ci credete? Beh, di certo non eravate al Rising Love il 30 aprile!
(di Francesca Paolini)
30 aprile 2011: data segnata in rosso sul calendario. Per i festeggiamenti nuziali dei reali inglesi? Per l’imminente beatificazione di Wojtila? Macché! Esce “Beauty is over”, secondo album della band romana, prodotto come sempre da Matteo Cifelli e presentato al Rising Love di Roma davanti ad un pubblico curioso di conoscere questa nuova e attesissima creatura. In collaborazione con l’associazione Amigdala, i Betty Poison, reduci da uno straordinario tour negli USA, hanno scelto di far coincidere la presentazione dell’album con la celebrazione della giornata per la lotta all’omofobia e a tutte le forme di razzismo e intolleranza.
A dominare la scena è Lucia, più bella che mai avvolta in un kimono turchese che fa pendant con il colore dei suoi occhi, è lei che incanta con la sua voce graffiante e sensuale e senza alcun preliminare, ci conduce dritti al sodo: So raw, I’m still a slut, pezzi incendiari che entrano in testa già al primo ascolto. Tra un Negroni e l’altro di Nunzio (chitarra) sacrificato sull’altare del fight’n'love e Mirko (batteria), prete per l’occasione, che si denuda dopo un paio di canzoni, si procede con la stupenda Time, primo singolo estratto dall’album, nel quale la voce di Lucia si insinua e accarezza delicatamente per poi sprigionare un’energia deflagrante.
Segue Lie forever, nel quale il tema è l’omosessualità, un testo di denuncia nei confronti di una società paralizzata da sicurezze false ed illusorie che implicitamente impone la menzogna condannando all’infelicità chi trasgredisce una quanto mai discutibile normalità.

Al basso c’è la special guest Annie Pandora (frontwoman dei Pandora) a cui è affidata 45, amara riflessione di una donna matura che guardando alle sue spalle vede il nulla e si accorge di essere esistita, ma di non aver vissuto la sua vita. Il suo urlo disperato entra ed esplode nel cuore.
E poi il tanto atteso featuring con i Luminal: What about you è il pezzo scelto per la collaborazione con Alessandra Perna, Carlo Martinelli e Vanessa Lentini, momento emozionante che conclude un concerto strepitoso, forse troppo breve, ma assolutamente intenso e magico; un rendez-vous che ha fuso l’amore per la musica alla lotta per l’amore.
Gli headbanging di ognuno hanno accompagnato ogni canzone, una signora inglese ha improvvisato una danza sotto il palco, Guillermo, un ragazzo spagnolo, è venuto da Gijón fino a Roma per essere testimone della presentazione, altre persone si sono fatte ore ed ore di treno e di macchina per non mancare a questo grande evento, insomma un clima decisamente friendly, una grande famiglia e tanto tanto amore nell’aria.
Evviva! Finalmente la bellezza, quella fatta di paillettes e silicone, è finita. È ora di prendere posizione, di dire I say no, guardare in faccia la realtà ed assumersi le proprie responsabilità. Dopo le foto di rito e i conseguenti autografi sulla copertina dell’album, con la benedizione di Nunzio, Lucia e Mirko, ce ne torniamo a casa felici, stanchi, brilli, decisamente rock’n'roll, ma soprattutto un po’ migliori.
Crazy Diamonds: Rinnen XX di Alan Stivell (1976)

Alan Stivell – Trema’n Inis (Verso L’Isola) – 1976
Una traduzione dal francese di una vecchia canzone bretone del padre del grande arpista Alan Stivell, che aveva musicato un poemetto sul giorno del giudizio e sul suo angelo, il Ventesimo Arcano dei Tarocchi.
Non ho più il booklet (solo eterei file digitali della canzone) e non mi resta che qualche appunto su carta.
Echi dell’Apocalisse di Giovanni “verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te”, per poter domandare agli uomini il perché gettino via la propria vita in giorni senza significato.
RINNEN XX (Arcano 20)
musica: Jord Cochevelou; testo: G.B. Kerverzhioù
Stasera, a metà del cielo, ho visto un angelo
guardiano degli amori che non trovano la loro anima gemella.
Non giungerà nessuno a spezzare la loro prigione,
non arrivano mai costoro a rigettare il dubbio.
Stasera ho visto un angelo a metà del cielo
che mi ha detto di credere nel Liberatore,
perché noi saremo maturi per essere sconfitti:
“Io verrò in mezzo a voi come un ladro”.
Stasera, a metà del cielo, ho visto un angelo;
mi gridò: “attenzione, sono qui per giudicarvi
per il momento che è fuggito, per la volontà che dorme,
per i giorni senza significato: voi ne assaggerete la vergogna!”.










Dopo aver provato a tradurre “Feel”
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Hanno sparlato di noi