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Music Report: Disciplinatha a Bologna, (Moonlight Festival 09-11-12)
Filo-nessuno: un concerto irripetibile
di Claudia Amantini (foto e testi)
Con i Disciplinatha è stato subito amore. Capita di rado. Simpatia per un gruppo che, pur inserito in una cornice, ha sempre rappresentato il cane sciolto, il figlio sgraziato che mamma e papà non sanno gestire. Gran provocatori i Disciplinatha, ma soprattutto grandi anticipatori. Nella prima metà degli anni ’90 la scena musicale indipendente italiana ha vissuto anni di gloria, gran trascinamento, grazie anche al C.P.I. (Consorzio Produttori Indipendenti).
In Emilia, si sa, le sigle vanno forte come le Coop. I Csi nascono dalle ceneri dei Cccp, parallelamente nasce il CPI che unisce due realtà: Reggio Emilia (I Dischi del Mulo by Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni) e Firenze (Sonica, direzione di Gianni Maroccolo). Due etichette, diversi figli, ogni etichetta i suoi portabandiera: Ustmamo’ per Giovanni Lindo e Massimo, Marlene Kuntz per Gianni.
I Disciplinatha finiscono sotto la guida di Ferretti&Zamboni: all’epoca si disse che i filo-fascisti incontravano i filo-sovietici. In un periodo in cui era ed è più facile fare gli “alternativi di sinistra” i Disciplinatha avevano già dato alla luce quel “abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!” con voce recitante di un certo Dittatore. E tutti a puntare il dito. Come ben si sa, la provocazione non sempre viene recepita. Un po’ figli abbandonati a se stessi, un po’ cani sciolti, i Disciplinatha per il CPI producono “Un Mondo Nuovo”, il mio primo incontro, il mio personale colpo di fulmine.
Siamo nel 1994 e loro sono già anticipatori. Nell’album compare “Vi ricordate quel 18 aprile”, canzone tradizionale partigiana contro chi li definiva fascisti (salvo poi anticipare quel “Materiale Resistente” dell’anno dopo). Compare anche “Up patriots to arms”, cover di Franco Battiato. Nuovamente anticipatori, dato che solo dopo di loro il mondo cosiddetto “alternativo” (ri)scopre il Maestro: i Csi lo fanno nel 1996 con Linea Gotica, dentro la bellissima “E ti vengo a cercare”. Lo stesso anno, ’96, si accodano tutti gli altri con l’album “Battiato non Battiato” (Carmen Consoli, Bluvertigo, Ustmamò, La Crus, …). Oggi lo stesso brano “Up patriots to arms” è stato oggetto di un’altra cover, ad opera Subsonica, ma mi spiace per Samuel&Casacci, la versione Disciplinatha è di gran lunga migliore. Mi spiace per Pierpaolo Capovilla (Teatro degli Orrori), ma prima di lui/loro c’era già chi aveva chiamato un album “Un Mondo Nuovo” (il/un… non attacchiamoci agli articoli). Anticipare, evidentemente, non paga.
Nel 1995 esce “A Raccolta” perché “Riciclare è tentazione irresistibile”, dentro “Abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!”, “Nazione-Crisi di valori”, qualche inedito, alcuni pezzi dal vivo. “Fate presto voi a parlare, Europa unita indipendente, cadaveri al risveglio smaniosi di ricominciare: a morte! Già detto, già visto, già fatto e approvato. Razze pure, etnie, frontiere. 80milioni di tedeschi. 80milioni di ricchi tedeschi grassi”. Cosa che, ancor oggi, suona incredibilmente attuale.
Nel 1996 esce “Primigenia”, per certi versi l’apice/baratro. Un disco introverso, melodico, graffiante. Per alcuni un “compromesso”, per altri il decreto della fine. Per me un disco bellissimo.
Nel 1997 Bologna ultimo concerto Disciplinatha, la fine annunciata.
Ora, 2012, sempre Bologna, 15 anni dopo. Esce il cofanetto “Tesori della Patria”, un’edizione limitata, 4cd e 1 dvd; l’occasione, buona, per rimettere tutti sul palco, un concerto, una reunion, serata non ripetibile, così han detto. Sul palco: Cristiano Santini, Dario Parisini, Marco Maiani, Roberta Vicinelli, Valeria Cevolani, Simone Bellotti, Marco Bolognini, eppoi un coro di Alpini e le Mondine di Bentivoglio. Supporti video (immagini di parate militari, tv “spazzatura” e altro), la musica (la loro e la mia), brani che attraversano il repertorio (anche se Primigenia è stata saccheggiata poco, “Esilio”), le voci.
Concerto meraviglioso, il non-ripetibile lo rende ancor più unico. Felice di esser stata lì, felice di essermi (ri)ascoltata un gruppo che meritava sicuramente di più… di più, come cantano loro, del posto che occupi (hanno occupato).
Un tuffo al cuore, trafitto e appagato.
Disciplinatha non è un gruppo filosovietico.
Disciplinatha non è un gruppo filo-americano.
Disciplinatha non è un gruppo filo-cinese.
Disciplinatha non è un gruppo filo-cileno.
Ed infine Disciplinatha non è filo-fascista. Perché Disciplinatha non è filo qualcosa, non appoggia un partito, un’idea, neppure una nostalgia data, precostituita, strutturata, sedimentata.
Disciplinatha critica e nega, e come tale sarà criticata e negata.
Music Report: Supersound, Faenza, 30 settembre 2012
Onda Rosa a Supersound!
di Claudia Amantini
Per lo stivale sono tante e diverse le manifestazioni musicali. Scelta ampia. Poi si può optare per l’evento relativamente più “vicino” o per quelle che si possono definire “scelte del cuore”. Supersound a Faenza, manifestazione che anticipa il MEI, riporta un sottotitolo: il più grande festival della musica emergente italiana. E la tre giorni è veramente ricca di nomi, alcuni anche poco emergenti, almeno per me: Nobraino, Omar Pedrini, Cristina Donà, Paolo Belli, Piotta, Cisco.
Si diceva che si sceglie e tra le tante cose io ho scelto “l’onda rosa”, sempre Supersound, sempre Faenza, soprattutto musica emergente.
Si parte con un convegno, sulle donne che fanno musica. E nel convegno-dibattito è bello vedere tra gli ospiti Jessica Dainese, perché lei ha scritto un libro, “Le ragazze del rock”, un libro che per la prima volta racconta la storia del rock femminile italiano. Dai primi complessi beat di donne degli anni ’60, attraverso il punk, la scena Riot Grrrl, fino al rock di oggi.
Poi sono seguiti i concerti, l’onda rosa, una serie di artiste che hanno presentato i propri brani, una sfilata difficile da seguire, uno massimo due brani a testa. Bello il contesto, il museo delle ceramiche. Tra gli ospiti anche Eva Poles, il cui nome è difficile da “sganciare” da quello dei Prozac+. Nell’esibizione live felice di ascoltarmi Ropinoil Witch, nella versione “a due”; Ilenia Volpe, artefice di un primo album davvero interessante; Una, il nuovo progetto di Marzia Stano, e tante altre…
Poi il richiamo dello stomaco, alias un misto di fame e di sete, ti costringe a far pausa-sosta. Il bello poi è pure questo, perché se fai pausa-sosta con artisti, il Supersound continua su un tavolino di un bar. Le “chiacchiere” ruotano sempre attorno alla musica, all’arte, alle idee e alle sensazioni.
Bellissima giornata, bellissima serata, pioggia a parte (perché si scopre pure che non son la sola ad amare il mare, il sole e… Roma).
Oh bè, a Roma c’è sempre un piatto di pasta e fagioli che mi aspetta: Ilenia metti su l’acqua che io porto la birra!
Music Report – THE ZEN CIRCUS, Vidia Club, Cesena, 18-11.2011
THE ZEN CIRCUS, Vidia Club, Cesena, 18-11.2011
NATI PER SUBIRE TOUR
(by Claudia Amantini)
Con in testa due brani, quel tipo di brani che rimangono impressi (Gente di merda e Vuoti a perdere, la prima perché diventa un po’ vangelo, la seconda per la collaborazione con Nada, voce sempre più interessante… vedi pure la splendida Miccia prende fuoco su primo disco solista dello Zamboni), parte il viaggio.
Al Vidia Club c’ero stata tipo 10 anni fa, a vedermi Lacuna Coil, bel concerto pure quella volta. Unico problema: ricordarsi la strada. Per chi è anti-tecnologica il navigatore non esiste… meglio perdersi, per poi ritrovarsi. Teoria tutta mia. E devo dire che mi è andata pure bene, trovato subito. Un po’ di “fortuna” lasciatemela, visto che per tutto il resto non c’è manco la Carta!
Prima cosa bella: il prezzo d’ingresso. Sarà che ultimamente i prezzi dei concerti hanno lievitato in modo pazzesco, ma a me pagare ancora 12 euro sembra utopia (con due gruppi che suonano). Voglio proprio vedere quanto costerà il ticket per le date italiane dei Radiohead!
Seconda cosa bella: la gente. Fauna vasta e diversificata, per età e tipologie. Bel mix davvero. E ho rivisto pure il Davide, per me bravissimo fotografo. E tutte e due abbiamo pensato ad una cosa: quand’è che c’andiamo a mangiare pasta e fagioli da Ilenia Volpe?
Terza cosa bella: banchetto cd. Oh, anche qui i cd che li paghi al giusto prezzo! Ecchecavolo!
Eppoi… poi bello pure il concerto. Ad aprire le danze Fast Animals and Slow Kids, direttamente da Perugia. Gruppo particolare ed interessante. Un demo alle spalle e l’album “Cavalli” prodotto da Andrea Appino, ovviamente non poteva mancare un brano dedicato al “cioccolatino” (eh, Perugia l’è famosa per la cioccolata), ma i quattro ragazzi, giovanissimi, sanno sfoderare un’autoironia piacevole, un “rock sbilenco”, brani interessanti (oltre alla cioccolata di cui prima anche “Lei” e “Copernico” hanno un che di bello) ed “illuminati”, sicuramente lasceranno traccia.
Eppoi, dopo i quattro, arrivano i tre: Andrea Appino, Ufo, Karim. Un gruppo che esiste dal ’98, anche se è grazie all’album del 2009 che ci sono andata a “sbattere”, forse per il titolo: “Andate tutti affanculo”. Un bel titolo. E si apre il Circo Zen: passato e presente a braccetto, anche qui ironia, anche qui riflessione. Brani che filano via lisci, uno più bello dell’altro (e in ordine sparso, perché la mia memoria non mi permette di memorizzare l’ordine esatto della scaletta): da Gente di Merda a L’egoista, da Canzone di Natale a Vent’anni, da L’Amorale a La democrazia semplicemente non funziona…. Bello show, scarno e diretto. Tour di “Nati per Subire”, ultima fatica, bellissimo album fresco-fresco, è uscito l’11 ottobre.

Penultima cosa bella: musicisti che non se la tirano. Chi si da arie e si crede chissà chi mi indispone, mi crea un conflitto. Prima e dopo il concerto fauna unica. Musicisti in mezzo alla gente, perché i musicisti son persone, non alieni. Ultima cosa bella: Francesca Paolini, molto più brava di me a raccontar di musica, si ritroverà con ottimi vicini di casa in quel di Pisa… e io, per tornar a casa a fine serata, non mi sono neanche persa! Bella serata davvero.
Music Report, Heroes 2 (28-10-11): Spiral 69 in concerto
HEROES.2 On stage: Spiral69
by Francesca Paolini
28 ottobre, Le Mura. Ancora il fedelissimo locale a San Lorenzo a fare da scenario ai protagonisti della serata, gli Spiral69, in occasione della rassegna musicale del rock and roll made in Rome.
Avevo ascoltato online alcuni estratti del loro ultimo album “No paint on the wall” e brani del primo “A filthy lesson for lovers”: non mi erano affatto dispiaciuti, ma sono sempre curiosa di assistere alla resa live dei gruppi, che reputo tra i pochi momenti in cui si misura la qualità di una band, quindi ho affrontato i miei soliti 90 km di viaggio per assistere alla serata.
Gli “eroi” della serata, una band che nasce ufficialmente nel 2007, quando Riccardo Sabetti (voce, basso e sintetizzatore), folgorato sulla via dei Cure, intraprende il suo progetto solista (dopo aver suonato con i Pixel e gli Argine); successivamente entrano a far parte del gruppo Licia Missori (piano), Enzo Russo (chitarra) e Andrea Freda (batteria): hanno fatto innamorare Steve Hewitt (storico batterista dei Placebo) che li ha voluti come support band nei concerti durante il tour italiano con il suo nuovo progetto, i Love Amongst Ruin e adesso vengono a pijasse Roma anche loro.
Premetto che non amo particolarmente le “interferenze” del sintetizzatore e del pianoforte (ho un’anima grezza e adoro i chitarroni), ma già dalla prima canzone, “Bleeding through” inizio a ricredermi, con la seconda, “Collecting your lies”, mi spingo fin sotto al palco, ma è con “You” che ho seriamente paura che il palco non sia in grado di reggere tanta potenza: mi impressiono piacevolmente nel vedere trasudare un rock and roll oscuro, un’energia nera e deflagrante. “Berlin” conquista definitivamente, la delicatezza del pianoforte accompagna un cantato di Mansoniana memoria, il pubblico apprezza, applaude. Siamo tanti e tutti presi da quello che accade sul palco.
Si alternano sul palco ospiti quali Federico Amorosi (Spiritual Front), con cui il gruppo esegue “Fake Love” e poi Alessandra Perna (Luminal) che interpreta con la band “The girl who dances alone in the disco”, (su disco il featuring è con Tying Tiffany). La cover che non ti aspetti è quella di “Born Slippy” degli Underworld riadattata in chiave new wave, cui segue il loro nuovo singolo, uscito lo scorso ottobre, “Best Porno” e mentre immaginiamo la persona di cui siamo innamorati come il nostro miglior porno (non a caso il nome della band riprende un film hard tedesco degli anni ’80), il live volge al termine. E’ la delicatezza di “Cover me” che chiude il concerto e apre la scena al dj set di No Fun.
Heroes ha colto di nuovo nel segno, gli Spiral69 spaccano, e voi tutti ricordate, “l’indie è un bluff” (cit.).
Heroes: The Rockumentary (prima parte)
Heroes – The Rockumentary (pt.1)
di Claudia Amantini e Francesca Paolini
Parte ufficialmente VideoOut!
Tra serio e faceto ecco il music report, stavolta VIDEO
, della prima serata romana di Heroes, protagonisti tutti: band e organizzatori, pubblico e amici, e noi di Out a documentare la serata!
Il grande tubo era contro di noi e per aggirarlo abbiamo optato per due parti… prima parte Heroes e seconda parte Heroes, in ognuna chicche incredibili, protagonisti e comparse di questa grande avventura.
Music Report: Heroes a Roma
WE CAN BE HEROES
Betty Poison e Luminal inaugurano la prima di una lunga serie di concerti romani targati AnnoZero Live Events.
by Francesca Paolini (foto Francesca Paolini + Claudia Amantini)
Viviamo in un “paese che sembra una scarpa” (citazione azzeccatissima di Skiantos prima, e Zen Circus poi), siamo un paese appeso al sud di un’ Europa strana, diversissima e caotica, declassato a terzo mondo culturale, politico e sociale, ma che quando serve, è capace di dare un bel calcione proprio con quella scarpa a cui assomiglia tanto: a un lavoro estenuante, a una famiglia insopportabile, a delle imposizioni assurde, ai lamentosi che non alzano mai il sedere dalla sedia, che sono capaci solo di sputare sul proprio paese e non far nulla per migliorare, illudendosi che dal lamento nasca la rivoluzione.
Rivoluzione. Ribelliamoci! Facciamoci sentire, facciamo vedere di cosa siamo capaci. Siamo vivi? Questa è la domanda che dobbiamo farci tutti. Volete continuare ad accettare supinamente quello che la radio e la tv vi propinano, volete continuare a non scegliere, ad accontentarvi? Volete continuare a farvi scegliere, a farvi vivere? Fate pure. Se invece il vostro motto è “toglietemi tutto, ma non la mia musica”, ecco, voi siete dei nostri. Persone che osano, che scelgono. Persone che potenzialmente erano il 7 ottobre a Le Mura, a san Lorenzo, “er quartiere ner core de Roma”. Al grido di “Pijamose Roma”, è iniziata la serie di concerti targati HEROES, promossa da Annozero Live Events e benedetta dalla somma e super blonde Angela Fiore. La rassegna durerà fino al sei gennaio 2012 e vedrà come protagoniste band della scena underground romana, eh sì, non i concertoni da stadio, ma gruppi a cui si deve visibilità, interessanti, differenti tra loro, i nuovi eroi, coloro che portano avanti la rivoluzione capitolina.
I nuovi eroi.
Prima serata: Betty Poison e Luminal. Insieme. In una zona stupenda di Roma, ma che dopo le due sembra il mio paesetto di provincia dove “signora mia, se ne vedono di cose brutte”, noi eravamo là. A vivere. A respirare. Con loro, per loro e per noi. Scambi d’amore continui. Prima del concerto, durante e dopo. Una botta di emozioni che ti possiede. Esplosioni cardiache al ritmo di due tra le migliori band in circolazione e vorresti tatuarteli nella memoria certi momenti di un’intensità mostruosa.
Aprono i Betty Poison. Teniamoci forte perchè si inizia duro, al massimo della forma, Lucia Rehab (voce e chitarra), Nunzio Falla (chitarra) e Mirko Caiazza (batteria) spaccano piacevolmente i timpani (alla sottoscritta che era di fianco alla cassa) e stravolgendo la scaletta, regalano un live strepitoso, senza fiato, un pezzo dopo l’altro, fanno “The big noise”, fanno “Set it on fire”, “My sexy star”, “Poison for you” perle selezionatissime da entrambi i loro album “Poison for you” e “Beauty is over”, e tirano giù il locale, la gente che fa su e giù con la testa, restiamo inebriati da tanta bellezza, che il noise sia con noi! “What about you” la suonano con i Luminal ed è lì che il concerto diventa davvero una grande festa, Lucia in braccio a Lucio Schirò (membro onorario della family) che canta tra il pubblico, trascinando fili, versando a terra bicchieri di birra e mettendo a dura prova i fotografi pronti a cogliere l’attimo.
A seguire, i Luminal. Dopo che in Germania e in Belgio sono stati osannati (come era ovvio che fosse), sono tornati in patria per continuare a diffondere il verbo e a smentire l’essere “nemo propheta in patria”: è una sfida. Quante volte capita di emozionarsi per una canzone? Quante volte si sentono cuciti addosso certi testi? Quante volte è obbligatorio cedere di fronte alle sensazioni di assoluto coinvolgimento nell’estasi musicale? Dieci pezzi, cinque dal primo album “Canzoni di tattica e disciplina”, e cinque dal secondo, “Io non credo” più una cover dei Gang of Four, “Damaged Goods” bastano a far vincere loro la sfida.
Sentire dal vivo una versione più soft de “L’uomo bicentenario” seguita da una splendida esecuzione di “La lunga corsa” e “L’ultima notte” è una serie ininterrotta di pugni e carezze al cuore e a parte i problemi tecnici di Carlo Martinelli con i suoi aggeggi (dicansi chitarre), il concerto regala emozioni impressionanti, è emotivamente devastante. E poi dicono che emozionare è impresa ardua. Loro tre: Alessandra Perna al basso, Carlo Martinelli alla chitarra e Alessandro Commisso alla batteria bastano a far scatenare un big bang di sensazioni, le mani tremano, il desiderio che vadano avanti a suonare a oltranza è tanto. Come si definisce tutto ciò se non amore nella sua forma più assoluta?
Quando su “Canzoni di tattica e disciplina” ti escono le lacrime vuol dire che sei vivo, vuol dire che hai disimparato tutte le cazzate che ti hanno insegnato e che sei riuscito a essere. Vuol dire che non hai scusa, non hai barriere, che gli ostacoli li hai buttati giù e sei tu, davanti al mondo. E viverlo è un dovere. Come vuoi è un diritto.
Chiude la splendida nottata il dj set di Anita Dadà, che con il suo tacco 12 e i pantaloncini leopardati ci delizia con una serie di brani scelti dalla sua playlist personale e NoFun direttamente dal Magnolia, storico circolo milanese.
La scena rock romana è viva, potente, lotta con tutta se stessa per sopravvivere e ce la fa perchè ha la pelle dura, e prima o poi ci sarà un boom che da Roma travolgerà tutto lo stivaletto fetish che ci accoglie. Heroes è tutto questo, è un modo di vivere noi e far vivere gli altri. Insieme. Il sostegno tra band è decisivo. Un’iniziativa che speriamo possa essere d’esempio per le altre regioni italiane. Band che promuovono altre band. La logica dell’altro come nemico, tristemente nota nel nostro Bel Paese, va demolita. La solidarietà e la stima. L’amore, appunto, in senso lato.
C’è chi torna a casa, c’è chi dorme in macchina, chi ha trovato ospitalità a casa di amici romani. Insomma, ognuno ha un suo posto in questa fantastica serata. Ma tutti accomunati dalla voglia di cambiare, di smettere di lamentarci e di fare, iniziare a fare qualcosa per cambiare realmente le cose. Basta crederci e esserci, il resto vien da sé. Tutti possiamo essere eroi, anche solo per un giorno, mai smentire il Duca Bianco.
Music Report – Roberta Carrieri live a Narni
“Le cose che più mi mancano della mia Puglia sono il sole, il mare…e il caciocavallo!”
Roberta Carrieri live il 22 luglio al Tabard Inn a Narni.
by Francesca Paolini
Credo che per “testare” il talento e la qualità di un artista si dovrebbe rendere obbligatorio il live in acustico. Gli artifici dell’elettrico (che personalmente non discrimino, ma al contrario, apprezzo tantissimo!) mascherano gli eventuali difetti, le sviste, gli sbagli, gli accordi scorretti le stecche che e le amnesie dei cantanti.
Ieri sera, al Tabard Inn di Narni, la sottoscritta ha avuto la prova tangibile del fatto che Roberta Carrieri sia in assoluto una eccellente professionista. Lei e la sua chitarra. Entra in scena quasi di soppiatto, vestitino da pin up, mollettina a forma di ciliegia tra i capelli e la frangettina verde. Rompe il ghiaccio con “Angelo bianco dagli occhi cerchiati” canzone con cui inizia un concerto che oscillerà tra emozione e cabaret, tra riflessioni e battute, tra storielle di vita vissuta e improvvisazioni clownesche.
Oltre ad avere una voce impressionante, è una performer fantastica, che fatta eccezione per coloro che erano lì appositamente per lei (tra cui la sottoscritta) già super coinvolti da questa eclettica e adorabile “terrona” (come lei stessa ironicamente si autodefinisce), è riuscita a coinvolgere e sconvolgere anche coloro che erano lì semplicemente a cenare. Il suo passato teatrale presso il Teatro Kismet Opera, la sua esperienza presso “il teatro della strada”, il suo essere autrice e performer nei Funambolici Vargas e nei Quarta Parete prima, e cantante dei Fiamma Fiumana poi, hanno certamente marchiato a fuoco il suo modo di stare sul palco, di convogliare su di sé l’attenzione e di interagire e rendere partecipe il pubblico.
È meraviglioso constatare come in una sola persona ci sia così tanto talento.
Il momento in assoluto migliore della serata organizzata da Tommy Moroni (Tommy Moroni Eventi & Managment) è stato quello in cui ha raccontato di come un indio aymarà boliviano che a sua volta aveva imparato a farlo da uno di Bressanone, le ha insegnato a cantare lo yodel.
Un susseguirsi di risate quando espone la tecnica preparatoria all’esibizione, scende dal palco per salire su un tavolo tra il pubblico e coinvolgerlo nel suo training: inspirazione, espirazione, concentrazione…e sfoderare poi lei, una barese doc, questa filastrocca alpina senza confondersi neanche una volta e catturando ancor di più l’attenzione.
“Vorrei” e “Mia madre” eseguite una dopo l’altra hanno seriamente messo alla prova la mia oggettività di reporter in quanto la lacrimuccia stava lì lì per scendere, ma d’altra parte, emozionarsi fa parte del gioco. A dir la verità, anche per presentare un pezzo emozionante come “Mia madre” Roberta l’ha buttata sul ridere ironizzando sul fatto che molte cose son cambiate da quando ha scritto la canzone tanto che la sua anti tecnologica mamma ha acquisito una familiarità assoluta con il mondo di internet e i suoi derivati, a dispetto di ciò che si narra nel pezzo in questione.
Eccentrica, stravagante, vintage oserei dire, si infila il cappello rosso da cowboy e presenta “Cadillac”, un pezzo nuovo che andrà nel prossimo album cui rivela di star lavorando, poi salta giù dal palco, risale di nuovo osannata dal pubblico che inneggia al bis e che viene accontentato con “Il valzer dei tre giorni”, “canzone d’amore con il morto” che trae spunto dalle antiche canzoni dei marinai scozzesi e irlandesi, inserita nella compilation “La leva cantautorale degli anni zero”, progetto nato dalla collaborazione tra Club Tenco e il MEI (Meeting Etichette Indipendenti) per valorizzare la nuova canzone d’autore italiana.
E quando il pubblico chiede il tris, la nostra eroina ci delizia con “Angolino”, canzone che mi ha resa ufficialmente “la corista dei to” (il pezzo è giocato sullo stacco della parte finale del participio passato e ad ogni “to” Roberta guardava verso di me che puntualmente ripetevo la desinenza, oltre a cantare tutta la canzone!).
Le soffici note di “Angolino” ci cullano e ci accompagnano alla conclusione del concerto, due chiacchiere con Roberta e poi di nuovo in macchina per tornare a casa con il cuore sempre più colmo d’amore per la somma arte.
Music Report: Brunori Sas + Le Luci della Centrale Elettrica
“ADDIO, FOTTITI, MA ASPETTAMI” BRUNORI SAS E LLDCE, LE PRIME “SOLUZIONI SEMPLICI”.
di Francesca Paolini
Roma, 1 luglio 2011: Si sono dati appuntamento alla Casa del jazz, dalla Calabria con furore la Brunori Sas e da Ferrara, dopo aver attraversato un nubifragio, Le Luci della Centrale Elettrica.
Sono loro ad aprire il Festival Soluzioni Semplici (in collaborazione con il Circolo degli Artisti).
Il calcio d’inizio spetta al sud, scende in campo la Brunori Sas, capitanata da Dario Brunori che con la sua chitarra acustica, pantaloni di lino, una camicia da figlio dei fiori e gli immancabili occhiali con la montatura nera, ironizza su se stesso, sul pubblico e strappa risate, applausi in maniera naturale e spontanea. Melodie orecchiabili, da falò sulla spiaggia, storie popolari, parole semplici, fotografie della vita di provincia. Proprio nella genuinità dei suoi testi si nasconde la profondità della sue canzoni che mi hanno piacevolmente sorpresa e conquistata (ho consumato il nuovo cd “Poveri Cristi” durante il viaggio di ritorno a casa!). Frecciatine al cuore con la triste ironia di “Come stai”, ricordi d’infanzia con “Guardia 82”. Malinconicamente allegro e allegramente malinconico. Si burla di se stesso, scherza con il pubblico, regala uno spettacolo divertente e allo stesso tempo molto appassionante. La performance di “Rosa” è stata qualcosa di micidiale, a parte il testo che è un mini romanzo in prosa che descrive l’aspettativa e poi lo strazio amoroso di un giovane emigrante di ritorno, l’arrangiamento è una scossa elettrica, brividi sulle braccia, come prendere uno schiaffo in piena faccia; il finale è sempre più veloce e quando la folla incita “bacio! Bacio! Bacio!” Delirio e boom! Un’esplosione che lascia il povero Dario con il fiatone, lui che non ha più “né il fisico né l’età per queste canzoni così rock”.
Rimanere seduti è stata quasi una tortura, proprio Dario ci ha invitato ad andare sotto il palco e noi non ce lo facciamo ripetere due volte. D’altra parte, la location è quella elitaria della casa del jazz, ma la fauna è quella del Circolo degli Artisti e si esige il contatto quasi fisico con il gruppo che suona!
Breve break: salutiamo Dario e la Brunori sas, per il secondo tempo è previsto lui, Vasco. Per me non avrebbe bisogno del cognome, ma onde evitare associazioni scorrette e degradanti preciso, Vasco Brondi, meglio conosciuto come Le Luci della Centrale Elettrica.
Avevo un sacco di aspettative e una duplice ansia prima del concerto: la voglia pazzesca di vederlo e sentirlo dal vivo, ma allo stesso tempo la paura per il mio cuore. Vasco è uno dei pochi che scava dentro, con i testi, con gli arpeggi della sua chitarra incerottata e avevo il terrore che potesse perforare la mia spessa corazza anche lì, davanti a un sacco di gente. Mi sono vaccinata, mi sono sparata a raffica i suoi due album per tutta la settimana per immunizzarmi, per buttare fuori tutte le lacrime e arrivare quindi preparata al concerto, secca, svuotata per lasciare che la sua musica colmasse quel vuoto.
Mi aspettavo che salisse sul palco con la sua chitarra, si sedesse su uno sgabello davanti a un microfono e iniziasse a declamare le sue poesie facendomi “arrugginire le guance” (“Quando tornerai dall’estero”) dalle lacrime. Invece la performance è stata in elettrico, con due chitarre elettriche e le percussioni che a mio parere hanno rubato l’ 80% dell’atmosfera. Chi conosce LLDCE sa che gli arpeggi della chitarra di Vasco e la sua voce sono una miscela esplosiva che fa rizzare i peli delle braccia, ma l’intrusione degli strumenti elettrici ha reso rock delle canzoni che sono rock come attitudine, ma che vanno ascoltate con attenzione, in tranquillità e senza scossoni. La batteria ha oscurato una parte di poesia vascobrondesca e le chitarre elettriche hanno sovrastato arpeggi acustici ammalianti, ipnotici e dolorosamente emozionanti.
Solo “La gigantesca scritta coop” è stata eseguita in acustico. Vasco, la chitarra, il microfono e il pubblico, ragazzi e ragazze che in fondo in quei testi ci si ritrovano, che hanno (abbiamo) cantato, a squarciagola vibrando con le sue corde.
Non voglio sembrare superba, ma in tutta sincerità, da Vasco mi aspettavo un concerto diverso. Provo davvero amore per la sua musica e per i suoi testi, ma ieri sera, non mi è “arrivato”. Troppa distorsione, troppo casino. Se volevo fare headbanging andavo a sentire un gruppo grunge, ma uno che è capace di scrivere “metteranno in vendita il colore dei tuoi occhi come dati statistici” (“Le petroliere”), avrei voluto che mi facesse esplodere il cuore, proprio come quando ho sentito per la prima volta “Canzoni da spiaggia deturpata”, che non ho tolto dallo stereo per due mesi di fila.
La serata si è conclusa con un inedito, questa volta senza amplificazione: tutte chitarre acustiche e percussioni, il pubblico in religioso silenzio ha ascoltato inebriato fino all’ultima nota.
E’ mezzanotte, siamo all’aperto, bisogna andare a casa, perché “il nostro ridere fa male al presidente” (“Una guerra fredda”). Me ne vado quasi arrabbiata. Forse delusa. E finalmente ho capito il senso della frase “ti lascio perchè ti amo troppo”.
















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