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E fiocchi fiocchi fiocchi
Abbiano pazienza i cultori del pandoro e del mandorlato, che adorano i jingles pieni di babbinatale ribicondi con quella roba che scende dall’alto, fredda e umida (ma a loro non fa nulla: lì è polistirolo) che riempie gli spazi e azzera le sinapsi. La neve.
Splendida, meraviglioso affondare gli stivali quando la vedi soffice e intonsa, meravigliosa quando hai una persona da abbracciare per raccontarle cose qui irriferibili. Ma che palle.
Da giorni fantasie di spiagge assolate, sabbia torrida e fine, bagnine che giocano a pallavolo, birra fresca ma non fredda a combattere la calura, limpide legioni di ondine azzurre si affollano nella mente e non mi lasciano più. Mentre fuori nevica e non sacramento il santo patrono delle catene per le ruote solo perché ho potuto evitare di perdere quel residuo di ragione dietro ai loro meccanismi perversi.
Sarà che la prima poesia che mi hanno costretto a imparare non era Foscolo ma una roba tipo: “Le casette stupefatte/ sono bianche come il latte”, ma i fiocchi, anche virtuali su molti blogs e siti, immettono nell’animo una tristezza invincibile.
Ti invoco, o Agosto, mentre mi appresto ad entrare nella macchina del tempo e cancellare sei mesi di fiocchi fiocchi fiocchi, contento che se li goda qualcun altro.
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Hanno sparlato di noi