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Out intervista… Massimo del Papa (seconda parte)
Continuiamo la chiacchierata col giornalista e blogger Massimo del Papa. (by Claudia Amantini e Laura Aiudi)
O. Secondo te si può parlare di informazione “indipendente” in Italia? Internet può dare una mano a questa “indipendenza”?
Massimo del Papa. Assolutamente no. Il discorso sarebbe lungo, ma, come tento di trasmettere nelle scuole, non bisogna – e lo dico sapendo di suscitare reazioni controverse – considerare l’informazione una patente di libertà, ma una merce. Con tutte le conseguenze del caso. Non esiste, non è mai esistita né mai esisterà, testata che non abbia sponsor, amici, gente da coprire. Che non chiuda i suoi occhi quando è il caso, e non li tenga fin troppo spalancati altrimenti. Un giornale serve a fare soldi, anzitutto. Inoltre, il sistema dell’informazione va visto a struttura inanellata, come i cerchi delle olimpiadi. E i cerchi si chiamano finanza, industria, pubblicità, politica, informazione. Tutti interdipendenti. Un’altra cosa: i giornali non sono in guerra tra loro come si pensa, sono molto più simili tra loro e i giornalisti lo sanno, sanno di far parte di una casta, almeno a livelli alti, e si riconoscono come privilegiati. È assurdo incolpare uno perché ha avuto un ingaggio con una testata, magari controversa, ed ha accettato: che deve fare, crepare di fame? I giornali si somigliano, anche nello sfruttamento: tutti, hanno inventato un nuovo sistema per sopravvivere: fanno scrivere i lettori, i blogger: gli prosciugano i blogghettini, quelli lavorano gratis e sono pure contenti. Sotto, ci stanno i cinquantamila schiavi, che, per dirla con Stracquadanio, sono “sfigati” da 500 euro al mese (molti meno, in realtà). Domanda: come può un sistema che si regge al 99% su questa schiavitù erogare informazione libera? Ma per gli schiavi, fateci caso, non si scende mai in piazza: solo per i divi da 1 milione di euro in su. C’è molta confusione, si confonde comunicazione e giornalismo (apposta, ma è tragico), diritto di espressione con diritto di informare, censura con controllo sulle fonti, eccetera. Nessuno si interroga davvero su questi aspetti.
O. Passiamo alla politica: toccare o non toccare l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Ha senso l’equazione “meno diritti=ripresa economica” o non è opportuno percorrere questa strada?
MdP. E’ una domanda con poco senso per me. Da una parte c’è un governo che vuole eliminare ogni forma di tutela sociale in nome di un liberismo di Stato di stampo totalitario: via tutto a tutti, per rimpinguare uno Stato ideale, superburocratico, che non a caso nella percezione di questi qui diventa etico: pretendono di rendere virtuosi gli italiani punendoli, come a scuola, di raddrizzarli prima stroncandoli, vogliono decidere cosa sia morale mangiare, bere, arriveremo al vestire e al pensiero. Per me andiamo verso uno Stato totalitario bancario. Monti ha detto, dall’America: voglio cambiare la testa degli italiani. Stia attento, ci ha già provato un altro e non gli è andata troppo bene. Dall’altra parte ci sono sindacati che pretendono di ragionare come 50 anni fa senza voler rinunciare a niente, come se il Paese non facesse parte di un contesto internazionale e assai più interdipendente di prima. In questa incomunicabilità secondo me sta il dramma. Non si trova un giusto mezzo, un modo per accordarsi. Arroccarsi non ha senso, per una serie di questioni: e parlo non da privilegiato, ma al contrario da sottoprecario che non ha mai avuto un contratto in vita sua, ed è stato sempre sfruttato – penso di poterlo dire a testa alta – nell’indifferenza generale. Pensate: io ho mandato ai direttori di tutti i giornali una lettera aperta, con la mia storia quasi 25nnale di cronista senza garanzie di sorta. Non per me, ma in quanto rappresentativa di centinaia di migliaia di persone. Nessuno mi ha neppure risposto. Vedete bene che delle prospettive sull’art. 18 in realtà non interessa un cazzo a nessuno, è solo un altro tema per riempire i giornali. Io so che significa non avere tutele. Ma so anche che la mia condizione, mia e di migliaia come me, è servita finora a garantire quella di tanti privilegiati con troppe tutele. Sapete qual è la vera partita? L’intoccabilità del posto pubblico. Per questioni di elettorato partitico, prima di tutto. Abolire l’articolo 18 scardinerebbe anzitutto questo sistema clientelare. Ma non credo che Monti “che vuol cambiare l’Italia” la spunterà. Succederebbero cose in grado di travolgerlo, inclusa una certa risorgenza della sovversione orchestrata.
O. Abbiamo l’impressione di un distacco progressivo di noi cittadini dalla politica e da quei valori che un po’ di anni fa erano imprescindibili. Valori quali la tutela collettiva, il senso di appartenenza ad una società possono essere recuperati? E se sì, come?
MdP. Ma non erano poi imprescindibili neanche allora! Si faceva molta retorica, questo sì, ma l’italiano ha sempre pensato prima al bene proprio, poi a quello familiar-familistico, e infine, se avanzava, anche per la collettività. Adesso quest’ultimo residuo è svanito, ed è una situazione da si salvi chi può. Ma io sono cresciuto nei cosiddetti anni di piombo (ci ho appena fatto un libro) e, a riguardarli ora, non è che fossero così diversi. Erano gli anni delle stragi nelle piazze, nei treni, delle inchieste che non approdavano a niente, dei processi insabbiati. C’era più vitalità, questo sì. C’era comunque un orizzonte, per quanto illusorio o, peggio, deformato dalle ideologie. Quell’orizzonte che, per tornare alla prima domanda, dischi come quelli (per esempio) di Lucio Battisti sapevano evocare alla perfezione: album credibili come documenti di coscienza collettiva. C’era, uno spazio per illudersi ancora: anche se Pasolini era giunto alla totale disperazione già allora. Oggi non c’è più niente, direi. Ecco, se per un attimo posso, indegnamente, affiancarmi a Pasolini, dirò che lui aveva “cancellato la parola speranza” (nel 1975, prima di morire). Io ho cancellato anche la disperazione.
O. Tuoi progetti attuali e futuri?
MdP. Sparire! Io non credo che continuerò a scrivere, perlomeno pubblicamente, perché non ci sono spazi, c’è troppa politica, troppa appartenenza e sono stanco. Ho sbagliato molte cose nella vita, e la prima è stata di alimentare le mie illusioni. La seconda di impormi una libertà, una verginità che non era plausibile, non stava sotto questo cielo. Io ho sempre sperato di raggiungere chi mi leggeva, chi veniva a sentirmi in un reading, e mi importava poco del resto. Davo tutto il valore al rapporto, allo scambio coi miei lettori, che ho sempre considerato parte integrante della mia vicenda e della mia vita. Dicevo: verrà anche la sopravvivenza, prima o poi. Invece io perdevo sempre più terreno. Ho cercato di difendere, sempre, una mia visione, un mio stile anche – perché se scrivi lo stile è importante, è lo specchio della tua anima e della tua onestà; è la prova della tua democrazia, farti capire e non nasconderti dietro le parole. E così ho finito per avere vita difficile in ogni posto dove ho lavorato. Ho cercato di mantenere la dignità, pur allo stremo: non sempre ci sono riuscito. Ho fatto quanto ho potuto. Oggi sono sconfitto. E non mi va più di fare lo slalom nei giornali, a questo punto. Io mi autoproduco fin che posso, ma anche questa strada, anche la rete, tradisce la solita dinamica perversa della televisione: non sei famoso se non ci vai, ma non ci vai se non sei famoso. Ormai sono completamente autonomo, ho il blog, la mia piccola rivista personale, Il Faro, e ho una serie di altri libri che, se usciranno, probabilmente usciranno ancora autoprodotti e in ebook. Quando smetterò, porterò con me migliaia di incontri, di facce, di vite di persone qualunque, come me, che per un attimo hanno raccolto le mie parole, affidandomi quelli che erano. In tutti ho trovato il dolore, ogni volto l’ho visto stravolto dalla sofferenza. Siamo meschini, tragicamente fragili, ogni tanto grandi per disperazione. Solo adesso, che divento vecchio, sto imparando a capirlo. Non ho più voglia di giudicare, ho solo troppe lacrime negli occhi. Le mie, quelle degli occhi che ho incrociato. Ho visto e raccontato tutto il peggio, mi sono imbattuto nella morte, nella violenza, nel sopruso, nell’ingiustizia, nella menzogna, nello squallore. Nella devastante tenerezza di chi soffre. La felicità in questo mestiere non l’ho mai incontrata.
Out intervista… Alessandra Gismondi (Pitch, Schonwald)
“Feeling immediato senza compromessi“
Claudia Amantini intervista Alessandra Gismondi
Out. Cerchiamo di partire dall’inizio: Alessandra Gismondi è Pitch, e Pitch ci proietta direttamente in quella che è stata la “scena” italiana della seconda metà degli anni ’90. Cosa puoi raccontarci di quel periodo e del panorama attuale? I Pitch di allora, i Pitch di oggi.
Alessandra Gismondi. Da allora è cambiato praticamente tutto. La scena di fine anni novanta come le etichette e tutta la discografia hanno stravolto le dinamiche commerciali. La band stessa è stata rinnovata già dal 2004 con una nuova line up ed anche per quanto riguarda la proposta musicale sono ritornata alla lingua inglese come al mio esordio.
O. Nella “vecchia” storia dei Pitch ci sono due album importanti (uno a firma Bmg), un video che ricordo aveva creato scalpore per la presenza di Selen (che so essere tua amica), la collaborazione con Manuel Agnelli (per i suoi Afterhours tuo il testo di “lasciami leccare l’adrenalina”), tanta carne al fuoco. Ce ne puoi parlare?
A.G. L’importanza che mi vincola ad ogni mia uscita discografica non è legata al fatto di uscire per una major, in quegli anni lo è stato semplicemente perché girava così! Il video con Selen è stato un “gioco” promozionale ed ha funzionato mentre la collaborazione con Manuel è nata dalla nostra amicizia e dal fatto che lui faceva parte dell’organico della VOX POP che era l’etichetta che pubblicò BAMBINA ATOMICA.
O. Premesso che io già vi ascoltavo allora (n.b. ho ancora la maglietta blu col cuore spezzato), questa nuova fase Pitch la vedo più orientata verso l’estero, vuoi per il passaggio dall’italiano all’inglese, vuoi per la tipologia di sound. “Comme Un Flux” guarda molto a New York, forse il paragone con i Blonde Redhead ti è già stato fatto e forse ti ha pure stancato: cos’ha segnato il cambio di rotta? Esigenza di crescita, voglia di cambiare, trovare nuovi stimoli?
A.G. Penso fondamentalmente che l’ispirazione debba nascere da ciò che si ama e si apprezza. Sicuramente il cambio di rotta c’è stato anche per un fattore di crescita e di evoluzione all’interno del gruppo che ci ha dato anche la possibilità di suonare all’estero e rapportarsi con realtà musicali diverse che danno a loro volta nuovi stimoli.
O. Oltre ai Pitch il nuovo volto di Alessandra si chiama anche Vassel e Schonwald: ti va di parlarci di questi due progetti paralleli? Recentemente sei stata in tour a Berlino: che differenza c’è tra i palchi italiani e quelli stranieri? All’estero la musica “nuova” con che occhi viene vista?
A.G. Negli ultimi 3 anni sono stata attiva con 3 progetti molto diversi tra loro che se da un lato mi ha dato molte soddisfazioni, dall’altro mi ha anche “spremuto” parecchio perché da parte mia non ho mai considerato PITCH il progetto principale mentre SCHONWALD e VESSEL i progetti paralleli ma tutti sullo stesso livello perché ogni progetto non deve essere considerato in secondo piano rispetto all’altro od un semplice passatempo. Sono appena rientrata da Berlino con SCHONWALD dove abbiamo suonato 6 volte nel giro di 3 anni e ti posso confermare che le cose funzionano davvero in maniera potente e questo ci ha gratificato e confermato che anche le realtà “nuove” sono ben recepite.
O. Vessel, correggimi: due album alle spalle, due cover, una di Leonard Cohen e una di Serge Gainsbourg, dal vivo pure De Andrè. Cosa pensi di questi tre artisti?
A.G.Per quello che mi riguarda ascolto da sempre Cohen e Gainsbourg, De Andrè lo conosco da pochi anni ma li stimo tutti.
O. Schonwald, tu e Luca Bandini, compagni di musica e nella vita: cosa significa per te suonare con lui?
A.S. Significa capirsi con un solo sguardo ed avere anche musicalmente un feeling immediato senza compromessi.
O. Parlando con Pablo Euchaurren, pittore che adoro, ma pure noto appassionato/collezionista di bassi, è saltata fuori la figura del bassista. Solitamente uno non nasce bassista, generalmente il bassista è un “chitarrista prestato”. Tu, da che ricordo io, sei sempre stata fedele al basso. Come mai la scelta del basso come strumento? Questione di polpastrelli?
A.G.In realtà ho iniziato come chitarrista all’età di 12 anni, solo con PITCH ho sentito l’esigenza di suonare il basso perché il chitarrista c’era già.
O. Visto che sei autrice dei testi delle tue canzoni: che differenza c’è tra scrivere un testo in italiano ed uno in inglese? Musicalmente parlando?
A.G.L’inglese è la lingua musicale per eccellenza con una metrica ideale per il songwriting. Anche se trovo che il francese sia di una musicalità straordinaria. Scrivere in italiano è stata solo una scommessa che mi ha divertito ma che non ripeterei.
O. Qual è la musica che per te ha significato tanto? Cosa ascolti e cosa adori.
A.S. La musica classica perché vengo da tanti anni di studio di danza classica, in particolare modo sono molto legata ai compositori russi : Prokofiev, Rachmaninov, Stravinsky e Shostakovic.
O. Tuoi progetti futuri? L’Ale tornerà all’italiano o l’ascolteremo solo in veste “straniera”?
A.G. Al momento sono impegnata solo con SCHONWALD. E’ previsto un ep in uscita a primavera ed a seguire un nuovo album per l’etichetta di Chicago HozAc Records, quindi solo in veste “straniera”.
Out intervista… Piccoli Omicidi
Out intervista… Piccoli Omicidi
by Claudia Amantini e Francesca Paolini
Prodotti da Paolo Benvegnù e cresciuti in Emilia Romagna: dopo anni di gavetta, eccoli finalmente con il loro primo album “Ad un centimetro dal suolo” (Still Fizzy Records). Dopo avere estorto una splendida puntata di “Press Play on Tape” sul nostro podcast, OUT ha intervistato la band. Enjoy!
Out. Un nome decisamente particolare per una band: Piccoli Omicidi. Come mai questa scelta?
Piccoli Omicidi. Il nome della band rimanda ad alcuni titoli di celebri film come quello di Alan Arkin o anche il noto “Piccoli omicidi tra amici” di Danny Boyle. È talmente bello il paradosso che si crea tra le parole “Piccoli” e “Omicidi”, nel senso che un omicidio o lo è, o non lo è, non può essere piccolo, che invoglia alla citazione. In realtà, non ha nulla di macabro. Nella mia visione, tutte le cose che racconto nelle canzoni sono piccoli omicidi. Se diamo un volto alle nostre paure, alle nostra ansie, alle nostre complicazioni quotidiane, forse è più facile combatterle ed ucciderle. Da qui il nome Piccoli Omicidi, non abbiamo intenzione di uccidere nessuno, solo eliminare le cose che turbano la nostra esistenza, giorno per giorno, anche in maniera ironica e dissacrante.
O. Dato il nome, quali sono le tematiche che trattate? Omicidi, vittime, carnefici?
P.O. Le tematiche affrontate negli undici brani del disco, riguardano la quotidianità, e non siamo andati ad affrontare argomenti insoliti o bizzarri. Il rischio era di raccontare storie in maniera banale e scontata. Lo stesso titolo “Ad Un Centimetro Dal Suolo” sintetizza quelle che sono le possibili interpretazioni della frase in sè: ad un centimetro dal suolo probabilmente ci siamo trovati tutti prima o poi nella vita. Quel giorno che eravamo talmente felici, innamorati e appassionati, che ci sembrava di non toccare terra, oppure quella volta in cui stavamo per toccare il fondo eppure quel piccolo spazio d’aria che ci separava dalla fine, ci dava ancora speranza. Un centimetro è uno spazio relativamente piccolo, ma magari sufficiente e anche necessario per separare l’uomo, che da sempre è istintivo e passionale, dalla concretezza del suolo, che a volte lo intrappola in maniera eccessiva.
O. All’interno dell’album, di imminente uscita, è presente una cover di Luigi Tenco (“Vedrai, vedrai”). I Piccoli Omicidi come si pongono nei confronti della canzone d’autore?
P.O. Crediamo fermamente nella canzone d’autore, tutto il disco ne è un esempio. Abbiamo ancora questo concetto che la musica debba supportare le parole e i messaggi che si vogliono trasmettere, col rischio anche di risultare anacronistici e demodè. Se prendiamo tutto il CD dal punto di vista prettamente musicale, sicuramente non è nulla di rivoluzionario. Per questo, anche nella dimensione live, le parole sono sempre valorizzate e messe in primo piano. Se si deve dire qualcosa, che si capisca chiaramente, non ci interessa essere notati perché picchiamo più forte il martello sulle lamiere.
O. Quali sono i gruppi e le influenze musicali (italiane e straniere) che vi accompagnano?
P.O. Il discorso delle influenze credo che sia d’obbligo per tutti i lavori pubblicati da quindici anni a questa parte, il nostro compreso. Credo che gli anni ’90 siano stati l’ultimo rantolo di creatività pura espressa dalla musica e, checché se ne dica, nulla di realmente nuovo è mai emerso da allora in poi. Se vogliamo, qualcuno è stato più o meno abile a perfezionare quelle che erano le materie prime prodotte in quegli anni. Potremmo nominare gli stessi Scisma, gli Afterhours, i CCCP, che sono forse, tra gli altri, l’ultima vera iniezione di ossigeno nel panorama della musica italiana, anche se, a loro volta figli di una tradizione anglosassone che come al solito è sempre un passo avanti. Parlo di Radiohead, Blur, per citarne alcuni, dando per scontati i Beatles. Troppo spesso e a sproposito si critica un artista perché “suona troppo” come un altro. Ritengo che ispirarsi ad altri non sia un limite, ma un pregio, se si porta valore aggiunto. È stato dato merito a tanti di aver attualizzato gli anni 60/70, perché non riservare lo stesso trattamento a chi valorizza ora gli anni ’90.
O. Il produttore del disco è Paolo Benvegnù. Com’è nato il rapporto di collaborazione con Paolo? Ci ricordiamo di lui al tempo degli Scisma.
P.O. Ad un certo punto, durante il corso dei lavori, mi sono reso conto che serviva un orecchio esterno, una persona che non fosse così coinvolta nel progetto che potesse sdoganarci da noi stessi ed avere una visione più critica del prodotto. Conobbi Paolo Benvegnù nel 2006, ad un seminario sulla musica e la scrittura, e gli proposi il mio materiale. Pensai che fosse la persona giusta, per capire il progetto e valorizzarlo. Lui stesso ha trovato molto affine il mio modo di scrivere al suo, anche se forse i nostri cuori battono a velocità diverse. Il suo apporto a tutto il lavoro ha permesso di impreziosire tutto il lavoro, senza snaturare l’essenza originale che rimane istintiva e sincera. Ovviamente è stato un vulcano di idee ed intuizioni che abbiamo assorbito, fatto nostre e sviluppate al meglio.
O. Siete un trio: chitarra, basso e batteria: puro stile rock. In Italia, si sa, le etichette vanno per la maggiore… voi siete finiti sotto la dicitura “indie rock”, vi riconoscete in questa “etichetta”?
P.O. In realtà si, anche se, come dici, le etichette sono quasi più un’imposizione che altro. Ma ci riconosciamo, esclusivamente nella vera accezione del termine. Oramai ci sono artisti e gruppi “Indie” che sfruttano la definizione perché va di moda, ma si appoggiano ad etichette e a sistemi di promozione che sono degni delle major più quotate. Per noi indie non è un genere, ma un modo di approcciare le cose. Un artista può essere indipendente facendo rock, metal, hip-hop, al limite anche liscio e chi più ne ha più ne metta. Noi abbiamo registrato il nostro disco nella nostra sala prove, facendoci prestare o noleggiando le attrezzature, abbiamo coinvolto persone che hanno lavorato al disco, per il puro piacere di farlo. Si l’etichetta ci veste alla perfezione, se considerata per quello che veramente significa.
O. Quanto ha influito nella vostra musica e quanto è stata ed è importante l’Emilia, la vostra regione, terra che ha conosciuto periodi di splendore musicale e che continua a sfornare talenti?
P.O. Non so, noi emiliani abbiamo sempre avuto questa indole estroversa ed espansiva, quasi mi fa pensare che sia una cosa genetica. Noi non a caso, abbiamo citato in un pezzo dell’album la figura del partigiano, un emblema della nostra regione. Continuiamo a ritenere che quando si ha qualcosa da dire o da fare, la cosa più importante sia quella di agire e di farsi sentire. L’Emilia, come dici tu, di talenti ne ha sfornati tanti, magari un comun denominatore c’è.
Out intervista… Marina Misiti
Un nuovo viaggio alla scoperta dei fotografi italiani di talento, by Claudia Amantini.
Out. Fotografia, per te una passione o un lavoro? Com’è nato il tuo interesse per la fotografia?
Marina Misiti. Viaggiando già da piccola… La passione per le immagini, i documentari e la fotografia in effetti è nata alle elementari con il regalo della prima macchinetta, e si è evoluta professionalmente accanto a quella per la scrittura e il fotoreportage: poi da quando venti anni fa sono diventata giornalista professionista e travel writer, non ho mai viaggiato senza una macchina fotografica al collo.
O. Come per la pittura si cerca di “identificare” un filone, visi/corpi, squarci di paesaggio, situazioni urbane: a Marina cosa piace fotografare?
M.M. Situazioni urbane, direi… I miei studi antropologici e la gavetta in cronaca di un quotidiano hanno influenzato il mio sguardo e fatto di me innanzitutto una documentary photographer. Solo dal 2005 sono passata ai progetti più artistici, ma sempre a cavallo tra estetica e antropologia: l’amore per i luoghi-non luoghi urbani in trasformazione, per i nuovi distretti dell’arte, per esempio, sono divenuti i soggetti di uno dei miei format fotografici più noti, recensiti ed esibiti, in Italia e all’estero: le Mappe Urbane Personali/MUP (www.muppress.com), oltre che dei mie tre libri fotografici sui colori dei “tessuti” urbani di New York, Tokyo e Londra (Urban Colors Collection).
O. Oggi quasi chiunque si “improvvisa” fotografo, vuoi per i passi avanti fatti dalla tecnologia, vuoi per il “mezzo” utilizzato… le foto scattate da cellulare sono quasi una moda-mania. Telefonini, iPhone; tu stessa curi un sito (http://www.scoop.it/t/iphoneography-style) che ruota attorno a questo tipo di fotografie. Che differenza c’è da una foto realizzata con “normale” macchina fotografica e una nata da un iPhone?
M.M. Ben vengano le nuove tecnologie accessibili a tutti, il divertimento e la sperimentazione, a patto però di mantenere la misura e consapevolezza di sé e dei propri limiti. Così come con la scrittura, oggi tutti pensano di saper fotografare, ma la realtà è ben diversa: è l’occhio, il gusto, la ricerca, il lavoro dietro a un’immagine, e quindi il talento a fare una foto. E si “vede”. Conoscere le regole, anche dell’iphoneografia, resta fondamentale per un percorso da professionista. Anche per sapere come e quando infrangerle.
O. La bellezza di una foto può nascere sia dalla pellicola che dal digitale… ma cos’è meglio? Sempre che esista un “meglio”.
M.M. Pellicola o digitale è relativo, secondo me, non vedo un “meglio” assoluto: la mobile art, ad esempio, mi permette più sperimentazioni, improvvisazioni e libertà di altri strumenti. Spesso la mia post produzione è fatta addirittura con colori e pennelli sulla stampa fotografica.
O. Marina Misiti mi ricorda un blog, Donneconlavaligia… cosa ci racconti in proposito? Ci parli dei tuoi progetti sul web?
M.M. Nel 2008 ho ideato un blog dove ho postato foto e articoli di lifestyle dalle città del mondo, insieme ai miei Carnet de voyages e alle mappe urbane.Ha avuto molto successo e ne è nato anche un libretto, un Little Pink Book (“Donne con la valigia”, Astraea editrice, 2009). Oggi, seguendo l’evoluzione del new web, sono approdata agli e-zine condivisi su piattaforme scoop e convozine, e presto alle app: le mie ricerche visive però vanno avanti come sempre, si possono ancora consultare sul mio sito (www.marinamisiti.com), a cambiare sono solo i modi di diffonderle…
O. L’Italia è un Paese che apprezza la fotografia? Noto difficoltà nel realizzare mostre di quadri (ovviamente mi riferisco a pittori non propriamente “famosissimi”, se parliamo di Picasso, Espressionisti, Dalì, Caravaggio, etc… i musei raccolgono vasto pubblico), una mostra di fotografia a cosa va incontro? Tu attualmente hai mostre in programma?
M.M. Mi chiedi se all’estero venga apprezzata di più? Se le logiche e le modalità siano diverse? Dalla mia esperienza, sì. In Italia ho esposto già diverse volte in Festival, musei, gallerie ma a Londra, per esempio, o a New York dove negli ultimi anni ho realizzato quattro mostre, le gallerie erano piene di gente, le opere si vendevano e le quotazioni delle mie foto sono salite parecchio… Attualmente ho in corso due mostre in Brasile, a Florianopolis, dove espongo opere di iphoneografia dalla serie “Rome-by-bus 87/70″. Anche le mie immagini di mobile art sono state richieste di più all’estero e stanno ottenendo un buon successo.
O. Forse questa domanda avrei dovuta farla all’inizio… ma io e il resto della “banda” ci definiamo Out, per cui… Marina cosa ci racconta di Marina? Oltre alla fotografia quali sono i tuoi interessi?
M.M. Mi definirei una persona eclettica e con molti interessi, dalla moda al design, ad esempio, ma in fondo sono una “raccoglitrice di storie” che ama spaziare dall’antropologia al giornalismo, dalla visual art alla realizzazione di libri, dalle consulenze come interior stylist alle mostre e ai workshop di iphoneography… E mi fermo qui. Almeno per ora, domani chissà…
Out intervista… Rossana Campo
(intervista di Claudia Amantini)
Rossana Campo è una splendida voce tra gli autori moderni che l’Italia ha partorito, narratrice “rivoluzionaria”, con una marcia in più. Nata a Genova, vive e lavora fra Roma e Parigi. I suoi libri, tutti pubblicati con l’editore Feltrinelli, sono tradotti in varie lingue:
Bibliografia
In principio erano le mutande. Feltrinelli, 1992.
Il pieno di super. Feltrinelli, 1993.
Mai sentita così bene. Feltrinelli, 1995.
L’attore americano. Feltrinelli, 1997.
Il matrimonio di Maria, 1998.
Mentre la mia bella dorme. Feltrinelli, 1999.
Sono pazza di te. Feltrinelli, 2001.
L’uomo che non ho sposato. Feltrinelli, 2003.
Duro come l’amore. Feltrinelli, 2005.
Più forte di me. Feltrinelli, 2007.
Lezioni di arabo, 2010.
Out. Com’è nata la voglia di scrivere?
Rossana Campo. Sai che mi è difficile ricordarlo? Mi sembra di avere scritto sempre, i miei primi raccontini li ho scritti verso gli undici, dodici anni e non mi sono più fermata… probabilmente è legata alla voglia di leggere. Attività praticata da sempre, la lettura è sempre stata per me come una specie di droga.
O. Personaggi disadattati, antieroi… mi viene da pensare alla Beat Generation. Da “scrittora” cosa pensi del movimento beat? Sfiga esistenziale, comicità, dolori, sesso, tematiche ricorrenti nei tuoi romanzi. Cerchiamo dei parallelismi. Ti faccio due nomi, dimmi cosa ne pensi: Henry Miller e Charles Bukowski.
R.C. E sono due gran bei nomi che mi fai! Henry Miller e il grande Buk sono due maestri di stile e di mondo poetico, per me, quando ho incontrato le frasi brevi, secche e crude di Buk e il mondo degli sfigati, degli artisti morti di fame, delle puttane e dei fuori di testa espatriati a Parigi raccontati da Miller mi sono detta: ma allora si possono scrivere romanzi senza metterci cazzate noiose! Per esempio, si può scrivere raccontando il sesso così com’è senza metafore che abbelliscano, si può chiamare cazzo il cazzo e fica la fica! Grande! La stessa cosa per i poeti e gli scrittori che vengono etichettati come beat generation, Kerouac, William Burroughs, Allen Ginsberg ecc… lo stile letterario scaturisce da uno stile di vita e di pensiero. Della letteratura vengono esplorate le possibilità liberatorie, eversive, e questo è rimasto negli anni quello su cui mi interessa lavorare.
O. Sei anche un’artista figurativa, cosa ci può dire la Campo scrittrice della Campo pittrice?
R.C. Lo stesso discorso che faccio per la letteratura lo porto anche nell’arte. Mi interessano gli artisti che cercano di forzare i limiti, ma sono molto legata alla pittura, all’uso del colore del gesto e del segno in direzione di un arte non abile, direi maldestra. I miei maestri qui sono Dubuffet, Matisse, de Kooning, tutti i primi lavori degli artisti che hanno dato vita al gruppo Cobra: Appel, Jorn, Corneille, eccetera. Mi interessano poi anche i lavori dei matti e i disegni dei bambini.
O. Da un tuo romanzo (In principio erano le mutande) è stato tratto un film. Come ti è parso? È bello ritrovare una tua “creatura” su pellicola? Quali sono i film che guardi, i tuoi preferiti?
R.C. Il film di Anna Negri a me è piaciuto, credo che un film tratto da un romanzo debba diventare un’opera a sé, debba trovare un suo linguaggio. Ad altri registi che volevano portare sullo schermo altri miei libri ho detto no, perché non mi interessava il loro linguaggio cinematografico, mi sembrava che non avessero una capacità di visione e dunque mi pareva inutile l’operazione che avevano in mente. Per quello che riguarda i miei registi preferiti su tutti regna John Cassavetes di cui sono proprio fanatica. Altri che amo: Abel Ferrara, Olivier Assayas, François Truffaut. I primi film di Jane Campion e naturalmente Rossellini e Fellini.
O. Visto che ne tuoi romanzi sono presenti diverse “tipologie” di figure femminili, qual è il tuo rapporto con le donne? Cosa pensi dei movimenti femministi e delle donne di oggi? A proposito di donne, da quali scrittrici ti senti influenzata?
R.C. Oddio, il mio rapporto con le donne? Le mie amiche sono tutto per me, sono il punto di riferimento affettivo più importante. Mi piacciono come pensano, come sentono, come parlano, mi piacciono quando sono intelligenti e sanno vedere il lato comico della vita, specie nei momenti di sfiga. Mi piace poterci parlare di letteratura e andarci insieme a comprare mutande sexi. Le donne sono il sale della terra. Il movimento femminista credo sia una delle poche rivoluzioni riuscite nella storia, e credo che il femminismo non sia affatto morto. La scrittrice più importante per me è stata Gertrude Stein, la sua capacità di sovvertire le regole letterarie mi ha svelato innumerevoli possibilità. Anche i saggi di Simone de Beauvoir, Betti Friedan e Judith Butler sono stati fondamentali nella mia formazione. Poi amo Kathy Acker, una scrittora punk poco conosciuta in Italia e secondo me geniale. Nel tempo sono state molto importanti: Ivy Compton Burnett per i suoi romanzi – conversazione fatti tutti di dialoghi, Jane Austen, Virginia Woolf, Grace Paley, Ingeborg Bachmann, Elsa Morante, Patrizia Cavalli. Poi mi interessa molto il lavoro di alcune scrittore francesi della mia generazione: Virginie Despentes e Christine Angot, per esempio.
O. Vivi tra Roma e Parigi. Due bellissime città. Da una parte il Tevere, dall’altra il Senna. Cosa ti piace di Roma e cosa di Parigi?
R.C. Sarò banale, di Roma il sole, il clima, la pizza, gli amici italiani, la bellezza di certe strade e piazze, meglio se di notte. Parigi: potersi fare i fatti propri, la letteratura di cui è imbevuta, i cinema, i quartieri arabi e africani.
O. Il gruppo ’63 cosa ha significato per te?
R.C. Moltissimo, considero Eduardo Sanguineti il più grande poeta italiano del Novecento e ho avuto la fortuna di averlo come professore all’università a Genova. Altri scrittori fondamentali sono stati legati al Gruppo ’63 e li considero tutti miei maestri: Gianni Celati, Alberto Arbasino, Germano Lombardi, Nanni Balestrini.
O. Il tuo modo di scrivere rimane “fresco” (non saprei trovare un aggettivo migliore), usi un gergo “da strada”, nel senso migliore del termine. Una sorta di “sound” tondelliano (mi viene in mente “Il pieno di super”). Esiste un collegamento tra i romanzi di Tondelli e i tuoi? Fosse solo per la “fauna” descritta…
R.C. Credo che Tondelli abbia saputo raccogliere anche lui la bella lezione che arrivava da questi scrittori del gruppo ’63, specie da Celati e Arbasino nel suo caso. Da questo arriva la capacità di sprovincializzare la letteratura italiana, il tendere a una lingua con toni e ritmi del parlato, e il mettere in scena personaggi “bassi”, tossici, travestiti, scoppiati. Adoro “Altri libertini”, poi con la produzione successiva di Tondelli non mi sento più molto in sintonia.
O. Che musica ascolti?
R.C. Vediamo, sento parecchio rock, soprattutto i classici, Pink Floyd, Lou Reed, Bob Dylan, Patti Smith, David Bowie, Tom Waits… più vicini, Nick Cave, P.J. Harvey e Radiohead. E poi i Beatles. Quando sono innamorata mi metto su i Cure, specie una canzone che s’intitola Just like heaven. Per fare l’amore però i Pink Floyd restano imbattibili.
O. Come compensi la solitudine dello scrivere? Stai lavorando al nuovo romanzo, qualche anticipazione?
R.C. La solitudine è qualcosa di cui ho bisogno, mi piaceva anche da bambina starmene per conto mio. È stupendo poter starsene parecchio tempo col naso per aria a pensare ai fatti propri, e se non stai bene da solo è meglio che non fai lo scrittore. Però mi piace anche vedere i miei amici e dopo varie ore passate a scrivere cerco sempre di uscire e andarmene in giro. Sto finendo un nuovo romanzo che mi sembra molto forte, vi anticipo che stiamo parlando di una grande passione d’amore, forse un po’ strappabudella… intrecciata a un’altra vicenda… di più non dico. Ah, ha un titolo che mi sembra molto fico, ma non lo dico che ho paura che me lo rubino.
Intervista a Karim (The Zen Circus)
by Francesca Paolini
Dopo aver pubblicato sei dischi in studio, dopo aver collaborato con Brian Ritchie (Violent Femmes), dopo aver passato più tempo nel furgone in giro per lo stivale che a casa loro, dopo averci mandato tutti amabilmente a quel paese, tornano: l’11 ottobre esce il loro settimo disco in studio, “Nati per subire” (La Tempesta dischi), Appino (voce e chitarra), Ufo (basso) e Karim (batteria), gli Zen Circus. Ora sono in sala prove, a novembre ripartono in tour, ma Karim ci ha concesso un po’ del suo preziosissimo tempo e ha fatto due chiacchiere con noi. Eh sì, avete capito bene. Enjoy!
Out. Da animatori della movida punk pisana (suonavate in strada e nelle situazioni più improbabili, è memorabile il vostro live davanti agli studi di Radio Maria) ad animatori della scena rock alternativa italiana vantando collaborazioni con musicisti del calibro di Brian Ritchie (Violent Femmes), Kim e Kelley Deal (Pixies), con Jerry Harrison (Talking Heads) oltre ai nostrani Nada e Giorgio Canali su tutti. Avete fatto boom nel giro di pochi anni, ma siete riusciti a restare sempre voi stessi: che cosa serve per farvi montare la testa?
Karim. Mah, io credo che il montarsi la testa spesso sia un fenomeno che avviene in persone catapultate dal nulla in un contesto di affermazione. Noi abbiamo avuto un percorso graduale, in più siamo cresciuti musicalmente al Macchia Nera (storico centro sociale pisano) dove vedevi concerti di gruppi come No Means No, Henry Rollins, Scream, band che scendevano dal palco ed andavano a bere con il pubblico. Quando cominci a distaccarti dal tuo pubblico o a temerlo, beh, è il segnale che qualcosa non sta funzionando.
O. Che cosa sono per te gli Zen Circus? Se dovessi descrivere il gruppo visivamente, come lo descriveresti?
K. Per me gli Zen Circus sono una famiglia. E rappresentano l’impegno e la dedizione ad un ideale, ma soprattutto la passione, che stranamente aumenta ogni anno invece di scemare. Visivamente, descriverei la band come un furgone, non ce n’è. Sempre in giro e compatto.
O. Tu sei arrivato nella band nel 2003, all’ età di vent’anni. Com’è stato crescere all’interno del gruppo?
K. Quando sono entrato negli Zen nel 2003 ero una persona molto diversa da ora, sia musicalmente che caratterialmente. Avevo già inciso una decina di dischi (di cui alcuni discutibili) con varie band che avevo e fondamentalmente ero un chitarrista-cantante che aveva scoperto la batteria da un paio di anni, trovando in essa il proprio strumento. Ero stato poche volte in tour, vivevo alla giornata, ero disoccupato ed ero abituato a prendere tutto alla leggera. Dopo un annetto con gli Zen conobbi la “fame”e la miseria, che già credevo di conoscere (ma in realtà al peggio non c’è mai fine) (ride).
Capii che ero finito in un altro mondo (musicalmente parlando). Qui pur di andare in tour e portare in giro il nome Zen Circus, si pelava i soldi dai nostri miseri stipendi. E questo durò fino al 2008, anno nel quale riuscimmo a far diventare gli Zen un vero lavoro. Capii cosa era davvero la passione e l’urgenza espressiva. Negli anni presi i concetti di preofessionalità e di impegno sempre più seriamente diventando in breve un nazista. (ride)
O. Noi nati negli anni ’80 abbiamo vissuto (anzi subito) l’Italia del boom prima e quella del degrado poi. Oggi tu come vedi questa società, anche grazie alla possibilità di fotografare continuamente realtà differenti?
K. Io sono del 1982. Della mia infanzia ricordo un ottimismo esasperato ed una rincorsa al nuovo. L’Italia è un caso unico. Un caso sociale. Berlusconi è solo la punta dell’iceberg. Dal secondo dopoguerra l’Italia è diventata sempre più malata: OSS, Gladio, P2, stragismo, terrorismo rosso e nero, Ustica, Moby Prince, SISMI, SISDE. Siamo stati usati come pedine dagli USA nella guerra fredda, un’avamposto sacrificabile. Siamo il paese dei mille misteri, degli insabbiamenti, del “una mano lava l’altra” e tutti siamo contenti, tanto fanno tutti così.
Faccio questo giro largo nel discorso per dirti che quando lo stato e le sue arterie sono intasate, malate, corrotte e mistificatorie, il popolo di conseguenza cresce sotto di esso, autoingabbiandosi. E assorbe, assorbe…tutta la merda possibile, fingendo amnesie, dimenticandosi dei crimini commessi in politica e non, giustificandosi con un”tanto sono tutti uguali”. Eh no cazzo, non sono tutti uguali! Poi vai in tour, dal paesino alla metropoli e conosci persone stupende che ti fanno stare bene dopo 5 minuti che le conosci. Dal fan al salumiere, al receptionist dell’hotel. Questa è l’Italia. C’è tanta gente con le palle, mischiata ad un mare di merda.
O. In un momento storico-musicale in cui il talento si misura sui reality show, Sanremo continua ad essere considerata “la grande manifestazione musicale italiana”e il rock perde il suo significato originario, mi viene da dire “che si salvi l’underground?”.
K. In questi ultimi 3 anni si sta un po’ capovolgendo la situazione: la musica”alternativa”sta pigiando così tanto da venire alla ribalta, usando spesso mezzi alternativi. E così vedi gruppi underground che riempono i locali e fanno un numero di paganti simile a quelli di Amici e X-Factor. La scena rock italiana di questi anni sta spaccando il culo come non mai: Verdena, Teatro degli Orrori, Pan del Diavolo, Le Luci della Centrale Elettrica, Brunori S.a.s., Tre Allegri Ragazzi Morti, Mariposa, Criminal Jokers, Fast Animals and Slow Kids… queste sono band valide, altro che crisi!
O. Tre aggettivi per definire il nuovo album, “Nati per subire”.
K. Bello, forte, vario.
O. Ritorna come anche negli altri album un vostro forte anticlericalismo. Credi che la musica possa avere un ruolo fondamentale per “svegliare” un Paese ancora non in grado di svincolarsi da certi legami che, inevitabilmente, ci stanno conducendo verso una sorta di medioevo bigotto e classista.
K. Guarda, questo disco rispetto ad “Andate tutti affanculo”, è meno ricolmo di anticlericalismo, pur mantenendo in sé questo tratto. La musica può essere la miccia per svegliarsi e per aprire gli occhi. Io ricorderò sempre l’epifania che ebbi, quando scoprii i Ramones, i Nirvana gli Stooges, i Sonic Youth, i New York Dolls, Johnny Thunders, John Coltrane, Frank Zappa, i Black Flag, i Dead Kennedys, i No Means No, i Germs, i Cramps e mille altri gruppi. Il tuo cervello comincia a macinare input, ti svegli e cominci a guardarti intorno e a dire: “Ah, cazzo!” E allora scatta in te la voglia di vedere, annusare, leggere,informarti e mettere e metterti in discussione. Ma ripeto può essere la miccia, poi sta a te.
O. In una società come quella attuale, i “Nati per subire” hanno una minima possibilità di riscatto o sono costretti a continuare a subire?
K. Io credo che esista il riscatto. Che non vuol dire crescere nella miseria in un quartiere popolare, fare i soldi e tornare a casa a fare il bello col SUV. E credo che nonostante l’importanza dei contesti socio-economici durante la propria crescita, in fin dei conti, se non ti schiaccia un pullman, uno nella sua vita fa quello che vuole fare.
O. Come avete spesso dichiarato, l’approccio nei confronti dei vostri ascoltatori è paragonabile a quello dei testimoni di Geova. Andate rompendo le scatole di città in città, ma invece di bussare alla porta, proponete dei live fenomenali e indimenticabili: dal 5 novembre ripartite in tour, anche se in realtà gli Zen Circus sono perennemente “on the road”. Lo scambio d’amore che avviene durante i live credo sia la soddisfazione più grande per un musicista, non credi?
K. Per noi il tour è la vita. Quando torno a casa, stanco da 3-4 date di fila, giro la chiave nella porta, saluto il cane, cucino per me e per lui e mi stendo sul divano tirando un sospiro di sollievo: “ah, sono a casa”. Il giorno dopo mi rendo conto che non vedo l’ora che passino 3 giorni, per ripartire in tour. E non perché non so cosa fare, ma perché questa e la mia vita, oltre che il mio lavoro. E lo scambio d’amore, perché in fin dei conti di questo si tratta, tra Appino, Ufo, io ed il pubblico, è il climax che corona il tutto.
Intervista ad Annika Kreusch (Pandora): seconda parte
Intervista ad Annika Kreusch (An interview with Annika Kreusch) – pt.2
by Francesca Paolini, Rosanna Bernacchia e Francesco Misiti
(segue)
Out. Come nascono le canzoni dei Pandora?
(How do you make your songs?)
Annika Kreusch. Di solito mi metto a suonare nella mia stanza e quando esce fuori qualcosa che mi piace cerco di stargli appresso fino a che non diventa una canzone. Durante le prove facciamo delle jam session per vedere fino a che punto ci porta suonare la canzone che proviamo . Alla fine è come cogliere una mela matura dall’albero.
(Usually I play around in my room and when there comes out something that I like, I keep following it and after a while it becomes a song, during rehearsals we jam it and when we see where it´s leading to we catch it, like you catch a ripe apple from a tree.)
O. Melancholic Freedom, il vostro primo album è potente, energico ed esplosivo. Ce ne parli?
(Melancholic Freedom is your first album. It is energetic, powerful and explosive. Can you tell us something about it? )
A.K. Il tema di ” Melancholic Freedom” è qualcosa che sto ancora sperimentando in questi giorni. Janis Joplin disse che “la libertà non è che una parola se non hai nulla da perdere” ed io sono pienamente d’accordo con lei. Ma quando ti senti finalmente libera di scegliere la vita che vuoi prima o poi ti imbatti anche nella malinconia, specie nel momento in cui realizzi che libertà non è sinonimo di serenità. È solo il fatto di scegliere di essere liberi.
(This feeling of a “Melancholic Freedom” is something I still experience very often in my days. Janis Joplin said “freedom is just another word for nothing left to loose”, and often I also agree with her, but when you are really free and you can choose your life and take it into your own hands, sooner or later you will meet the “melancholy” too, especially when you realize, that freedom is not a synonym for serenity, it is simply the freedom to choose.)
O. Ci spieghi il significato dell’immagine di copertina di Melancholic Freedom? Tu, mia e Roman con dei cerotti neri sugli occhi…
(Could you explain the meaning of Melancholic Freedom’s cover? You, Mia and Roman with black plasters above your eyes.)
A.K. La copertina è stata fatta da Heiko Herrmann. L’abbiamo scelta perchè siamo rimasti molto impressionati da quella foto. E’ dark e nello stesso tempo un po’ scherzosa. Sembravamo manichini in una stanza vuota. Ci sono tre persone ritratte ad occhi chiusi, come fossero cieche e perse nel nulla con un solo occhio aperto che guarda dritto dentro i tuoi e forse nemmeno in quelli. Solo quando lo guardi ti accorgi di cosa sta vedendo veramente.
(The cover photo was shot by the photographer Heiko Herrmann. And we chose it because we were all very struck by it. It looks very dark but yet a little playful, as we were puppets in a blank room. There are three people being shown with closed eyes, like being blind and lost into the nothing and there is only one eye open, that sees and it sees straight into yours. And maybe not even yourself, right when you look at it, knows what this eye really sees.)
O. “Bottle of wine”, “Cup of poisen”, “Dark milk”, “Like a pissed flower”…quante diverse sostanze liquide nelle vostre canzoni.
“Bottle of wine”, “Cup of poisen”, “Dark milk”, “Like a pissed flower”: why are there so many different types of liquids in your songs?
A.K. A dire la verità finora non ci ho fatto caso. Forse dovremmo aggiungerci anche ” Post Vomit Lines”, ” Breed my die” e ” Rad Masturbation”. I liquidi mi piacciono. Mi piace tuffarmi e nuotare nell’acqua. Adoro l’assenza di gravità. C’è stato un periodo in cui ogni notte avevo incubi e il leitmotive era sempre l’acqua, l’altitudine, l’omicidio, lo stupro, il sangue. Ma non sono sicura se abbiano una relazione con i brani.(Honestly I haven´t really noticed it till now, maybe we coud even add “Post-Vomit-Lines”, “Breed my dye” and “Rad Masturbation” to the list. I like it. I love very much the substance of liquids, and I love swimming and diving into the water. I adore the abscence of gravity. There was a period in which I had almost every night nightmares in which some of the Leitmotive were water, height, murder, rape and blood. Two of them also liquids. But I´m not sure if this has a real relation to the titles of the songs.)
Intervista ad Annika Kreusch (Pandora): prima parte
Intervista ad Annika Kreusch (An interview with Annika Kreusch)
by Francesca Paolini, Rosanna Bernacchia e Francesco Misiti
Pandora. Un nome. Un trio. Una miscela esplosiva.
Nascono ad Aachen, in Belgio nel 2005, sono Annika Kreusch (voce e chitarra), Michele Kreusch (basso) e Roman Grochol (batteria). Scoperti dal produttore tedesco Tom Bräutigam, nel 2009 registrano e pubblicano il loro primo EP “Shoot me I’ll pay you”: inizia per loro una serie interminabile di concerti in tutta Europa, più di 150 date tra Belgio, Germania, Francia, Italia, Olanda, Austria. Nel 2010 registrano il loro primo full-lenght, “ Melancholic Freedom”, pubblicato su etichetta Xochipilli/Radar Music in Europa e negli Stati Uniti.
Il BlogdiOut ha avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con la rossa frontwoman, Annika Kreusch, chitarrista e cantante della band.
Out. Presentaci i componenti della band. Perchè avete scelto il nome Pandora? Sei tu “il dono degli dei” che punirà l’umanità intera?
(Would you quickly introduce your band to our readers? Why did you name your band Pandora? Are you like the “god’s gift” that punishes humanity?)
Annika Kreusch. I Pandora sono Michèle al basso, Roman alla batteria ed io alla chitarra e voce. Io e Michèl abbiamo fondato il gruppo 5 anni fa e Roman si è aggiunto nel 2009 pochi mesi prima del nostro debutto con l’album Melancholic Freedom. Ho scelto il nome Pandora perché sono sempre stata affascinata dalla mitologia greca. Come Pandora anche io amo spingermi oltre i confini, aprire nuove porte, gettarmi nei misteri della vita e nei loro significati reconditi. Mi piace farlo a qualsiasi prezzo. Per me la storia di Pandora ha un significato simbolico proprio in questo senso. Quando ti getti in queste cose devi aprire bene i tuoi occhi e imparare da quello che ti succede attorno quanto può essere terribile e senza speranza questo mondo. Non devi lasciarti trascinare dalla corrente, ma devi imparare per poter meglio comprendere. Non devi chiuderti dinanzi tutta questa ignoranza, corruzione e ingiustizia. Io non sono credente e per quanto ci riguarda la speranza potrebbe essere solo una illusione, eppure ci accompagna ogni giorno ed ogni giorno ci alziamo dal letto e iniziamo a vivere di nuovo. Apri la scatola di Pandora e la speranza esce e riempie il mondo. Se fossi il regalo di dio agli uomini non avrei bisogno di punire l’umanità: sarei geniale abbastanza da creare un mondo assai migliore di questo.
(Pandora are Michèle (bass), Roman (drums) and me (guitar and voice). Michele and me founded Pandora about 5 years ago and Roman joined the band in 2009, some months before our debut “Melancholic Freedom” came out. I chose the name Pandora because I felt and still feel very inspired by the stories and the figures in greek mythology. In my life and with Pandora I love to cross borders, open new doors (or boxes), throw myself deeper and deeper into this life, its mysteries and what it means to me. And for what it is worth to pay every price and go on. To me Pandora´s story has a symbolic meaning this way; when you dare open your eyes and ears, you realize what happens in this world and what terrible, crucial and hopeless place this world can be (so you opened the box) but you don´t go with the flow, you go out of your way to learn more, to see more and to not shut up in front of all this ignorance, corruption and injustice. I am not a believer, and absolute hope might be just an illusion for what we can conceive, but at the same time it is our companion every day we wake up and start living again (you open the box again and the hope comes into the world). But if I was “god´s present”, I wouldn´t need to punish umanity, cause I then was genial enough to create a world that is far better than this one, sadly.)
O. Che musica ascolti? Da cosa ti ritieni influenzata?
(What kind of music do you like? What kind of music influences you?)
A.K. “La musica fu il mio primo amore”, come canta John Miles nella sua splendida canzone del 1975. Per me la musica è sacra, mi riempie il cuore di gioia , immensa come poche altre cose. Amo Lou Reed, Kate Bush, Breeders, PJ Harvey, Nirvana, Hole, Nina Hagen, Joy Division, David Bowie, Siouxie, Smashing Pumpkins, Genesis, Ravel, Debussy, Listz, Beethoven, solo per nominarne alcuni. Penso anche che tutto ciò che tocco, ascolto, vedo, assaggio e respiro mi serva d’ispirazione.
(“Music was my first love”, like John Miles sang in his beautiful song from 1975. Music is sacred to me, it can fill my heart with such an immense joy like only few things are able to do. I love Lou Reed, Kate Bush, Breeders, PJ Harvey, Nirvana, Hole, Nina Hagen, Joy Division, David Bowie, Siouxsie and the Banshees, Smashing Pumpkins, Genesis, Ravel, Debussy, Liszt, Beethoven, just to name a few. And I think that everything I touch, hear, see, taste and breath inspires me.)
O. Che ne pensi dell’Italia e della sua gente? Gli Italiani apprezzano i concerti dei Pandora? vete condiviso e condividerete il palco con i Betty Poison. Che esperienza è stata?
(What about Italy and his people? Do Italian like Pandora’s concerts? You’ve shared and you will share the stage with Betty Poison. How was the experience?)
A.K. Personalmente amo l’Italia. Ogni volta che atterro a Roma è come se mi sentissi a casa che per me significa un posto dove sentirsi felici. Forse è anche perchè qui ho molti amici. Amo la gente italiana, ma anche i luoghi, la cultura, la mentalità, l’arte, tutte cose che adoro e rispetto immensamente. Ma c’è anche questa grottesca situazione politica che alimenta e protegge personaggi corrotti e bastardi. Mi dispiace davvero molto per tutti quegli italiani coraggiosi, intelligenti e onesti. Questo paese ha molto di più da dare. Per questo siamo davvero orgogliosi di essere amici di artisti fantastici e coraggiosi come i Betty Poison e i Luminal. Con loro condividiamo le stesse idee, e abbiamo una filosofia comune sull’arte e su temi sociali e politici.
(Personally I love Italy. Everytime I land in Rome it has a feeling to me of “coming home”, which means to me being somewhere you´re happy to be. It might be certainly also because of my personal relations I have here, many good friends, my love are italians but they also showed me the country, the people, the mentality, the culture, the art, that I really adore and highly respect – but also the grotesque political situation, that feeds and protects all these corrupted maffia-like bastards, for which I am more than sorry for all the intelligent, brave and courageous italian people, for this wonderful country would have so much more to give. So we are really proud to be friends with amazing and courageous artists and minds like Betty Poison and Luminal. We share many artistic, social-political and philosophical visions and ideas. With Betty I can´t even count anymore the shows we played together. It is always wonderful, magic, a perfect combo and we will do it again in future for sure.)
O. Gli artisti pensi debbano temere la crisi globale? Uno scrittore italiano, Beppe Fenoglio, diceva che le persone vogliono divertirsi proprio quando le sciagure incombono, come durante la II Guerra Mondiale. Secondo te, è vero o no?
(In your opinion do you think that artists could fear the Global Crisis? A famous Italian writer – Beppe Fenoglio – said that people want to have fun even if disaster is looming; it happened during World War II. What’s your opinion about it?)
A.K. Sì. In un certo senso io la temo. Perdippiù mi sento triste ed arrabbiata per come è la situazione. Facciamo un esempio: per decenni hanno investito soldi e risorse umane in Africa. E allora come cazzo è che in molti posti non esistono ancora acquedotti? O almeno la garanzia di un pezzo di pane al giorno! Questa è solo una delle tante terribili realtà. Per ciò che riguarda Fenoglio , mi ricordo che in tempi difficili – ad esempio in Germania durante Repubblica di Weimar – la gente reagiva drogandosi o diventando alcolizzata. tutto ciò per crearsi un’altra realtà e scappare dalle paure e frustrazioni quotidiane. Durante quel periodo inventarono le luci rosse per esaltare la sensualità ed anche la musica e la danza fiorirono. L’artista crea per esprimere ciò che sente e sperimenta e lo spettatore lo apprezza perchè anche lui condivide le stesse sensazioni.
(Yes, in a way I fear it. And much more it makes me angry and sad for how disappointing it all is. For example for decades they have sent millions over millions and social helpers to Afrika, so how the fuck is it possible that in many places there are still not even pipelines for water, or the guarancee at least for some bread every day. This is just one point of a million other terrible realities. As for what Fenoglio said, I know that in bad times, for example between 1918 and 1933 in Germany during Weimarer Republik, when the country and economy was destroyed after World War I., even people from middle and upper class society in the metropoles often tended to take drugs and alcohol to somehow create another reality, fleeing from suppression and frustration. The red light for sensual pleasures but also music, dance and art were blooming and I think that it is a reciprocal effect, the artist creates to express what he experiances and the suspector enjoys it cause he feels the same.)
O. Louise Wener anni fa era solita indossare una t-shirt con su scritto: “Un’altra band capitanata da una cantante”; è solo una boutade o è qualcosa di speciale essere per voi una “band capitanata da una cantante”?
(Years ago Louise Wener wore a t-shirt with the writing ” Just another Girl Fronted Band“ on it. Was it a joke or did she mean something special, as for example to be another “girl fronted band“?)
A.K. Ultimamente ho comprato una maglietta con la scritta “odio le band femminili”. È stata ideata da una band punk femminile che porta lo stesso nome ed io ho molto apprezzato il loro sarcasmo. A me non interessa se il leader di una band è una donna o no, a me interessa l’artista: non è una questione di genere. Ciononostante non sopporto le oche giulive che vogliono dimostrare di essere fiche e alla moda indossando vestiti da punkrocker di grido, non avendo nemmeno la minima idea di cosa sia il rock’n'roll.
(I lately bought a shirt with “I hate girl bands” written on it, it was designed by a female UK punk band with the same name and I just loved their way of being sarcastic. You know, I just don´t care if a band is girl fronted or not, either I like a band/an artist or not, it´s not a matter of gender. But as a matter of fact I can´t stand these typical always-giggling chicks, trying every second to be cool and cute, wearing the latest punk rock fashion and have actually no clue about rock´n´roll.)
(continua)
Pablo Echaurren: Pittura e fumetto, artista perfetto
Intervista a Pablo Echaurren
by Claudia Amantini e Rosanna Bernacchia
Artista a tutto tondo, Pablo Echaurren ha attraversato varie facce dell’Arte, perché l’arte non ha confini: pittura, fumetto, ceramiche, illustrazioni, collage… musica. Figlio del pittore Sebastian Matta, quarant’anni di attività, sguardo curioso, ironia pungente. Un grande artista contemporaneo.
OUT. Out è una fanzine, al suo interno ci sono anche fumetti. Echaurren ha collaborato con Linus, Frigidaire, Tango, Comic Art, Alter Alter… Negli anni ’80, sulle riviste di fumetti, nascevano artisti come Dino Battaglia, Sergio Toppi, Alberto Breccia, Andrea Pazienza e tanti altri. Su quelle che venivano chiamate “riviste contenitore” c’era la possibilità di “sperimentare”, di promuovere artisti emergenti. Tu, che puoi essere definito padre di un fumetto d’avanguardia, cosa pensi del fumetto di allora e del fumetto di oggi? Come lo vedi oggi il Fumetto?
PABLO ECHAURREN - Penso che l’Italia abbia perso una grande occasione. Fu un periodo intenso, di grande sperimentazione, di totale capovolgimento. E noi eravamo alla guida del movimento. Nel mondo. Non c’erano altri “Frigidaire”. Ma il pubblico, come spesso succede, non ha premiato questa rivoluzione. E tutto si è ripiegato su se stesso. Un intera avanguardia fu mandata a spasso. A dimostrazione della cecità che affliggeva il mondo del fumetto. Ora non conosco la situazione. Ma credo molto nell’autoproduzione. E ho visto cose egregie in questa direzione.
O. In quarant’anni di carriera hai attraversato diversi aspetti dell’Arte, indubbio il tuo legame con il futurismo. Cosa pensi del futurismo? Come collochi i tuoi collage.
P.E. Il Futurismo è stato un secondo Rinascimento. L’unico momento, in secoli e secoli, in cui l’Italia ha dimostrato di poter condurre le danze. E’ stato. Non può essere riportato in vita. Ma può essere uno stimolo. Per me lo è. Inoltre il futurismo ha significato il diritto di ciascuno di fare avanguardia senza passare nel salotto buono. Per Marinetti bastava dichiararsi futuristi e lo si diventava. Anche senza sapere fare granché. Per questo considero il futurismo una sorta di pre-punk.
O. Pittura… Le tue tele sono anche di dimensioni notevoli, partendo dalla tela bianca come procedi per poi “ricoprirla”? Hai già in mente ciò che uscirà o procedi per bozzetti? Da chi ti senti, anche indirettamente, influenzato?
P.E. La gran parte nasce al telefono. Dagli scarabocchi fatti senza pensarci. È nei momenti di allentamento dell’attenzione che nascono le cose migliori. Poi si perfezionano, si limano, si correggono. Ma lo scarabocchio è alla base.
O. Prediligi colori molto forti, colori di grande impatto. Come scegli gli accostamenti? Preferisci l’olio o l’acrilico?
P.E. Mai usato l’olio. Sono uno rozzo, del tutto digiuno di tecnica, per cui l’acrilico è l’ideale.
O. Hai realizzato copertine di diversi libri, tra cui il celebre “Porci con le Ali”. Un libro-manifesto. Cosa pensi della politica?
P.E. In realtà la politica intesa come militanza mi ha sempre annoiato. Ma mi ci sono calato per provare l’effetto che fa. Comunque al dogma preferivo il magma.
O. Parlaci del tuo rapporto con Roma. Alla mostra al Museo della Fondazione Roma, c’era una sezione dedicata alla tua città.
P.E. Malgrado il nome sono romano. Sento Roma è un enorme collage. Sovrapposizione di strati, ere, culture, stili. Sicuramente una grande cipolla da sfogliare strato dopo strato. The Great Onion. Certamente più fascinosa della Great Apple. Girare per le chiese e scoprire i capolavori nascosti è un’esperienza che tutti dovrebbero fare.
O. Un’altra città per te fondamentale è sicuramente Faenza, Faenza che ci riporta alle ceramiche, al blu, alle figure “grottesche”… Pablo e le ceramiche. Che ci racconti?
P.E. La ceramica è un’attività che corre in parallelo. Un modo per coniugare il fare solitario dell’artista con il laboratorio, con la grandiosa perizia degli artigiani. Il p-artigiano Pablo.
O. Di te Achille Bonito Oliva ha scritto: “Pablo riconosce fertilità a tutti i territori della comunicazione, quelli alti della Storia dell’Arte e quelli cosidetti bassi dei fumetti”. Cosa lega la tua Arte Alta (i dipinti) alla tua Arte Bassa (i fumetti)? Tu credi ci sia un’Arte Alta e un’Arte Bassa?
P.E. Da piccolo in camera avevo sia il poster di Guernica che quelli di Disney. Anche qualcosa di Mirò, avevo. E mi pareva che le forme a tinte piatte e tondeggianti di Mirò avessero qualcosa di Topolino con quelle grosse orecchie tonde e nere. E i bottoni delle bretelle gialle e i pantaloni rossi. Mirò e Mickey Mouse si sovrapponevano. Pittura e fumetto, artista perfetto.
O. Bassa… bassi. Sei un collezionista di bassi elettrici… da dove nasce questa passione? Credo sia risaputo che sei un estimatore dei Ramones e sappiamo che hai avuto modo di conoscere questo gruppo. Quando e dove li hai incontrati per la prima volta?
P.E. Da adolescente avevo, come tutti gli adolescenti, un gruppetto di scalcinati. “Suonavo” il basso. Un Hofner. Volevo essere il quinto Beatle. Non mi hanno preso. Mi sono buttato sulla pittura. E molto dopo sui Ramones. No, ho conosciuto solo Marky. Marky Ramone. Mi ha fatto una sorpresa presentandosi a una mia mostra. Direttamente da NY. Ancora devo riprendermi.
O. Hai avuto modo di frequentare musicisti che hanno suonato durante gli anni ’70 e ’80? Com’era la scena musicale in quel periodo?
P.E. Molto viva. Stimolante anche se deprimente paragonata alla scena internazionale. Fondamentale fu il Piper Club. L’unico luogo in cui si sentiva musica dal vivo. Prima del Piper era il deserto. Ma io parlo degli anni ’60. Molto prima dei ‘70 e degli ‘80. Sono ormai un pensionato. Ah, no… è vero, hanno innalzato l’età del pensionamento. Bè comunque quasi.
O. Sei d’accordo quando alcuni critici musicali dicono che i Ramones furono il primo ed unico gruppo punk ?
P.E. Certo che lo sono. Il primo in assoluto. E il migliore. Quelli che sostengo che il punk è Sex Pistola sono dei revisionisti storici. Non esiste.
O. Da “Ramones ” del 1976 a “Road to Ruin” e finendo con “Animal Boy” del 1986, qual è il tuo disco preferito del gruppo e perché?
P.E. Sicuramente i primi tre (“Ramones”, “Leaving home”, “Rocket to Russia”). Ma perle ci sono in ogni loro disco. Anzi sta per uscire (Arcana editrice) un mio libercolo in cui affronto la loro discografia pezzo dopo pezzo. Senza tralasciarne uno.
O. Secondo te quali gruppi attuali hanno raccolto l’eredità musicale dei Ramones?
P.E. I Green Day mi paiono tra i pochi capaci di miscelare punk con melodia. Ma se la domanda è ardua, la risposta è impossibile. Come non ci sono eredi dei Beatles o di Picasso. Il genio è unico e irripetibile. Ci possono essere altri geni, ma per esserlo devono essere differenti. Totalmente differenti. Il genio non ammette imitazioni. Ogni imitazione è un plagio.
Intervista a Mirko Caiazza e Nunzio Falla (Betty Poison)
Intervista di Francesca Paolini e Claudia Amantini
Definiscono la loro musica, “rock alternativo sotto stelle radioattive”, sono tre e sono ben noti ai frequentatori del blog di Out: i Betty Poison. Il 2005 segna la loro nascita artistica: inizialmente noti come Betty Ford Center, nome che onde evitare problemi legali con l’omonima clinica di disintossicazione californiana, hanno dovuto modificare in Betty Poison. Due gli album, “Poison for you” (2009) e “Beauty is over” (2011), entrambi prodotti da Matteo Cifelli e registrati per l’etichetta Fastermaster Record.
Niente-popò-di-meno-che Courtney Love li ha scelti come opener dei suoi due live italiani nel 2010; con tre tour europei e uno americano alle spalle, sempre on the road, i nostri eroi a novembre ripartiranno alla volta degli Stati Uniti per diffondere il verbo bettypoisoniano.
Nome inglese, ma “còre italiano”, loro sono Lucia Rehab (voce e chitarra), Nunzio Falla (chitarra), Mirko Caiazza (batteria). Oggi, per voi, il blog di Out ha intervistato i fanciulli della family, Nunzio e Mirko, a loro dunque la parola.
Out – Ci presentate in breve i Betty Poison come persone e musicisti?
Mirko Caiazza - Lucia Rehab è decisamente un animale da palco, una bomba carica di intelligenza, genialità e sensibilità; tutte caratteristiche che la rendono non solo un’ ottima musicista ma anche una persona splendida nella vita e completa come poche. Nunzio Falla… che dire, è il mio fratellino minore! Dolce e premuroso, un chitarrista ottimo e mai banale.
Nunzio Falla – I Betty sono tre musicisti che vestono in genere di nero, piuttosto easy-going e disponibili anche se di loro si dicono storiacce. Tutte le altre info sul loro conto le potete raccogliere contattando amici e madri!
Out – Il vostro legame con i fans ci pare davvero speciale: siete stati in grado di creare proprio quel feeling che ogni sostenitore vorrebbe avere con la propria band preferita. Su Facebook, su myspace, gentili e attenti a ogni singolo Betty-fan. Potreste “tirarvela” ed invece collocate i fans al primo posto sempre e comunque. Quindi ci sono persone in grado di mantenere la propria anima salva dagli assalti della celebrità?
MC – Io non faccio che portare avanti quello che da anni hanno creato i Betty, imparando da loro e seguendo il cuore. Credo che i nostri fans siano persone molto speciali, con molti di loro ho stretto con piacere amicizia su facebook e ci ritroviamo spesso la sera per raccontarci le nostre giornate o per sussurrarci qualche confidenza o ancora per scambiarci consigli di qualunque genere. È davvero come far parte di una grande famiglia ed è grazie a chi ci segue se riusciamo ad andare avanti…in definitiva, più aumentano i fans e più cresciamo noi, quindi non vedo perchè tirarsela…per cosa poi? Per continuare a fare quello che meglio sappiamo fare con il loro aiuto?
NF – Risponderò a questa domanda non appena verrò assalito! CELEBRITA’, ASSALIMI!
Out – Il sogno americano… Voi che in in tour ci siete stati (e presto ci tornerete), come vedete l’America?
MC - Onestamente non so cosa sia il sogno Americano! In compenso, però, so bene quale sia la realtà Italiana e solo pensandoci mi verrebbe voglia di fuggire, anche subito. Credo che ovunque ci siano molte più possibilità di far qualcosa nella vita e non solo nell’ambito musicale. L’America in particolare credo sia il paese dalle mille possibilità… un altro mondo, tutt’altra cultura. Ricordo ancora i nostri concerti… la gente ti venera, e che ci siano una o cento persone sotto il palco, ti vien voglia di non scendere più.
NF - Il pubblico americano è attento, premuroso e pronto a supportarti. Un ‘misero’ “hey good job!” te lo dicono tutti, sono curiosi e vogliono sapere e vogliono ascoltare. E’ un pubblico caldo e non presuntuoso. Questo è quello che interessa a noi dell’America. Ci torneremo a Novembre, approfondiremo il nostro rapporto personale con il territorio e andremo in tour lungo l’East Coast.
Out – Una frase celebre di Vidal Sassoon diceva “L’unico posto in cui successo viene prima di sudore è il dizionario”. Quanto è stato difficile riuscire ad arrivare dove siete arrivati voi? Quanta gavetta c’è dietro? In questo paese chiuso e bigotto come fanno i Betty a coltivare il sogno di fare i musicisti?
MC - Qui lascio rispondere i ragazzi… io faccio parte della band da appena un anno e se i Betty Poison sono arrivati fin qui, non è certo anche merito mio. Naturalmente è stato difficile e lo è sempre di più portare avanti un progetto che non è più solo una semplice passione ma un vero e proprio lavoro. Personalmente, mi rendo però conto che in Italia, per quanta fatica tu faccia per crearti un curriculum con i controcazzi, non sei comunque niente e nessuno e sembrano elemosinarti quasiasi cosa, ogni tipo di visibilità…a meno che tu non sia amico o parente di Maria De Filippi!!! Scherzooooo!
NF - I Betty suonano perché è quello che vogliono fare. Tanto tempo fa hanno abbattuto qualsivoglia confine, sia psicologico che geografico, motivo per cui l’Italia non costituisce un fattore di stallo. Oltre l’America suoniamo spesso in Europa, ci manteniamo vivi. L’Italia (includici un po’ tutto e tutti) non supporta il musicista a dovere, è vero, ma devo piacevolmente ammettere che ci sono belle realtà e belle menti che si muovono e si sbattono per ottenere qualcosa, lavorano sodo per non chiudere i loro locali, lavorano sodo per organizzare live, lavorano sodo per credere ancora che qualcosa di buono ci sia là fuori. Non si può e non si deve stare con le mani in mano, non si può e non si deve aspettare l’arrivo del ‘messia’ che venga a te e alla tua band e ti guidi sino alle porte del successo. Tutto ciò non esiste. Bisogna farsi il culo: questa è l’espressione chiave.
Out – Vasco Rossi e Ligabue incarnano nel sentire comune il concetto di “rock italiano” (qualsiasi cosa esso sia), ma per dirla come il profeta di Quelo “Tu come la vedi?”. Che ne pensate della “scena italiana” e del cosiddetto “underground”?
MC – L’Italia è una donna sempre incinta che sforna migliaia di geni nella musica, nella letteratura, nella scienza e in tantissimi altri campi. Credo davvero che l’Italia abbia dei geni uguali a nessun altro paese, ma in qualche modo è l’Italia stessa che ci costringe a fuggire all’estero per portare alta la nostra bandiera… perché qui la bandiera quando provi a tenerla alta te la spezzano, e ti spezzano pure le braccia. Non c’è spazio per la cultura, né per nulla. Le cantine sono piene di grandi band destinate allo scioglimento o, per chi ci riesce, all’autoproduzione. Band che spesso perdono ogni stimolo e poi anche ogni entusiasmo per colpa di un sistema che purtroppo non sembra voler migliorare.
NF- Non appena ho letto quei due nomi mi sono venuti una lunga serie di tic!
Non sono in grado di definire ‘scena italiana’ e ‘underground’, potrei essere troppo riduttivo o allargarmi a dismisura. Penso ci siano ottime band là fuori, ottimo rock, ma a parte pochissimi esempi pare sempre che la ‘scena italiana’ rock sia e rimanga sempre ‘underground’ e non ci sia mai possibilità di spingerla oltre. Andrebbero depennati una serie di nomi dai primi posti delle classifiche rock italiane, cominciando proprio da quei due che hai nominato tu. Magari potremmo riuscire a portar su qualche realtà ‘underground’ che merita ed ha solamente bisogno di un briciolo di visibilità mediatica.
Out – Raccontateci della vostra ultima fatica “Beauty is over”.
MC - “Beauty is over” è un album che a mio parere ha confermato l’unione della band in tutte le sue sfumature…è un concentrato di energia, passione e rispetto, proprio i tre elementi che ci accompagnano quotidianamente in ogni nostro passo. Devo dire che tenere fisicamente in mano un album nato da fatica, sudore ma anche tanta soddisfazione ed approvazione, è stata una sensazione fantastica che spero di riprovare al più presto! Abbiamo in corpo ed in testa tantissime idee, siamo dei treni in marcia che non hanno intenzione di effettuare nessuna fermata!! Siamo carichi, abbiamo musica in ognuna delle nostre vene ed è per questo che investiamo così tanto nel nostro progetto.
NF – Sono molto soddisfatto del nostro ultimo cd, spacca il culo ed è stato ben concepito e ben registrato!
Out – L’estetica “cristologica” del booklet di “Beauty is over” è una scelta estetica, un messaggio, un giocare su archetipi stereotipati? Lucia “tumefatta”, Mirko con in primo piano il tatuaggio, Nunzio ricoperto di scritte… Tutto ciò ha un nesso con la vostra personale religiosità?
MC – Più che la nostra religiosità, abbiamo voluto scaraventare in primo piano gli scheletri nascosti negli armadi di ognuno di noi. Lucia, Nunzio ed io siamo in qualche modo accomunati da qualcosa che nella vita ci ha segnati… in positivo o in negativo, ma ci ha segnati. Ognuno di noi potrebbe raccontare la propria vita in maniera davvero unica ed inimitabile, ma allo stesso tempo ci troviamo spesso a capire quanti e quali siano i veri punti comuni che ci permettono poi di essere così affiatati nella vita così come nella musica.
NF - Per quanto mi riguarda, la scelta estetica ed espressiva non ha a che vedere con la mia religiosità. Amo le provocazioni.
Out – Domanda inevitabile: quali sono i vostri riferimenti musicali? Chi chiamate maestri?
MC - Ascolto davvero tanti generi musicali perché penso sia importante spaziare quando vuoi far musica tua…se no diventeresti solo la brutta copia di quello che ascolti. Sono nato e cresciuto con i Nirvana, Joy division, Cure, Depeche Mode, Iron Maiden, Cradle of filth e molto altro ancora. A volte mi è anche capitato di ascoltare band poco accreditate o non particolarmente dotate! Ma ho sempre assorbito grandi cose, ed è grazie a questa mia malleabilità che riesco oggi ad avere una mente molto aperta in ambito musicale.
NF - Non posso definire alcuno un mio ‘maestro’. Nel mio percorso non c’è stata alcuna figura che posso dire mi abbia formato, se non in prima persona, anche come riferimento da seguire o altro. Mi piacciono le teste piene e forti di idee e cultura. Sicuramente i primi artisti che ho potuto ritenere fondamentali per la mia crescita e la mia curiosità sono Fabrizio De André, Patti Smith, Pj Harvey, Hole, Nirvana. Loro sono stati i miei primi ascolti. Oggi ascolto un continuo miscuglio di roba, che va dai Pixies ai Sound ai Madrugada, NIN, Morphine, Luminal, Wovenhand, etc.
Out – Domanda di cultura generale: ultimo film visto e ultimo libro letto.
MC - Non sono un grandissimo lettore, né amo particolarmente il cinema… diciamo che nel mio tempo libero, quel poco tempo libero, preferisco continuare a dedicarmi alla musica. Insomma, non dico mai no ad un paio di auricolari e al mio lettore mp3! Del resto è così che sono cresciuto, a pane e bacchette, ed è quindi vitale per me ritagliare alcuni attimi della giornata per dedicarmi alla mia passione più grande.
NF - Sono molto disordinato in questo senso. Inizio a leggere sempre diverse cose e a guardare diversi film insieme, poi qualcosa me la perdo per strada. L’ultimo libro che ho letto del tutto dev’essere stato “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf e l’ultimo film “Sunset Boulevard” di Billy Wilder













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