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Recensione: Giovanni Peli, “il passato che non resta” (raccolta di poesie, 2012)
Confido incautamente all’Autore che il libro è labirintico. Il poeta, letta la mia frase sullo schermo, avrà strabuzzato gli occhi e forse sorriso, chissà. Di sicuro avrà pensato che il suo sforzo di condensare versi e parole musicanti ha incontrato il muro di gomma di un recensore ottuso.
Eppure il libro fila semplice, tenuto saldamente da un filo sicuro, la recherche di ciò che non può essere ritrovato, il tempo del passato vissuto come un fugace scintillio di forme che passano senza possibilità di fissarle, a meno che di non accontentarsi di ritratti dai colori falbi o ingrigiti. (Le tavolate col vino, e tante storie da raccontarsi/ davanti a quelle sei corde vigliacche (…)/ trovare nella memoria la parola da ridere/ quando il giorno dopo non sarai più lo stesso – “Zichi-pachi zichi-pu”). La semplicità del poeta confonde il lettore e lo costringe ad addentrarsi nel labirinto.
Prima sezione – Il passato che non resta
Il passato come terra straniera, come il titolo di un romanzo di Carofiglio, semplice permanere nel presente attraverso i segni, le striature delle rughe, gli oggetti che restano, i cocci rotti, ma che si apre ad un’improvviso lirismo non appena si tocca il tema del passato-persona. Verso la fine della prima sezione, l’attento sguardo del poeta, lucido e analitico come un entomologo che osserva l’oggetto della sua analisi senza partecipazione, decide di non conservare più ma di vivere liricamente il ricordo-persona, il passato legato al “calore del non pensabile” e si scioglie quasi in canto, quasi perché ancora mantiene un certo ritegno a disvelare e disvelarsi: (sempre sulla figura del padre: e l’odore di officina dentro/ e mai mai nomi per le stelle/ solo confondere col suo nero la sua notte). Un colpo di coda finale: (Quello che ricompare è un passato/ da rendere mutevole/e polvere sui libri (…) domani avremo un passato migliore/ di questo – “Corriamo dietro ai gatti”). Postilla: il tema dell’ubi sunt che ricorre in “Soltanto dei nomi” non lo vedevo in poesia dal Medioevo.
Seconda sezione – Canzoni d’amore
Mantiene quello che promette: canto. Il canto modula i sentimenti, e la musa che fa capolino ogni tanto fra i versi e nei titoli portano il poeta ad accenti sentimentali e sensuali che non ti aspetteresti dal lucido razionalismo della prima sezione. Emergono le venature sanguigne e i tormenti della contraddizione, si perde in paesaggio e si guadagna in ritratto (Sarò bambino ed il suo mostro./ Sarò il suo corpo – “Sarò per Elle”). L’amore parte, l’amore si disperde: l’abbandono (Ho rotto alcuni oggetti/ ma nessuno dei tuoi) è ben rappresentato così come il trovarsi degli esordi (Cosa ci potrà mai dividere? (…) non i cannoni, non il vento forte/ non il silenzio del sole). Il “Sonetto” della seconda sezione anticipa l’abbandono e il tema della terza: Canto la resa, la celebrazione/ dell’indifeso, le frasi incomplete.
Terza sezione – La Celebrazione dell’Indifeso
Come nei Trionfi di Petrarca, la sezione successiva sussume, supera dialetticamente quella precedente; l’amore aveva superato liricamente il passato, l’Indifeso, l’abbandonato richiude l’uscio alle persone e si riapre alle cose, alla visione degli spazi e alle geometrie del mondo (Contavi troppe volte/ i centimetri/ da qui ai continenti migliori – “Avere in mano”) alla ricerca di una possibile misurazione del mondo e di una sua inclusione in un’orizzonte di senso (Ma io vivo bene/ ed è la verità/ per il difetto agli occhi/ (…)che alle luci fa alone/ dà ai colori ingenuità/ e moltiplica le stelle). Il tono si abbassa, il lessico si semplifica (La domenica i pedoni/ attraversano in diagonale/ e fanno ombra come possono – “Domenica”). La chiusura, come un crepuscolo, abbrevia e attutisce definitivamente quasi come un sonno che sostituisce lentamente la logica e il fluire delle cose e del logos della veglia.
Qualche osservazione.
Il verso è perlopiù libero, il tono in generale è prosaico, come nelle Sature di Montale, raro l’uso di rime; seguendo il solco della tradizione del Novecento, la poesia di Peli privilegia assonanze e consonanze, una costruzione scarsa di figure retoriche di posizione e un’abile collocazione del verso spezzato a sottolineare i passaggi più densi di senso. Poesia quasi come brevi correnti di flussi di coscienza. D’altronde, non ci si può più appellare ad una poesia strutturata e formalmente quadrata se la visione del mondo è caleidoscopica.
Un libro labirintico, come dissi a suo tempo a Giovanni (mi permetto la confidenza e la caduta del formale “lei” perché ormai mi illudo che il poeta mi abbia aperto la porta e accolto, mentre l’altro lobo del cervello mi avvisa che ogni ritratto è parziale, ogni autorappresentazione è finzione, ogni visione di se stessi è un testamento verso il mondo che ci deve conoscere attraverso le visioni che noi produciamo, teste Petrarca). Anche dopo molte riletture, mi pare di averne solo sfiorato la superficie: ma in fondo il mio compito era solo recensire, invogliare alla lettura. I successivi dialoghi tra me e il testo interessano solo me perché divengono me, ed io non farò (per vostra fortuna) alcun altro accenno alle visioni suddette. Il poeta è Giovanni Peli, chi ha coraggio di parlare e lui e la sua voce è “Il passato che non resta”: leggerlo sarebbe ringraziare il fatto che esistano ancora gente da chiamare “poeti”.
Out intervista… Giovanni Peli
Cantautore e poeta, Giovanni Peli conduce una personalissima ricerca artistica che lo porta sia sui sentieri della scrittura che in sala di registrazione, dove ha editato per Kandinsky Records uno dei migliori dischi di quest’anno solare, che abbiamo già recensito non molto tempo fa, “Tutto ciò che si poteva cantare”.
Gli abbiamo posto qualche domanda e lo ringraziamo per la gentile disponibilità.
Una strada di continuo mutamento,
intervista a Giovanni Peli – di Francesco Misiti
Out. Chi è Giovanni Peli? Hai a disposizione poche righe, o il post sul blog scoppia…
Giovanni Peli. Sono un artista: scrivo, canzoni e poesie soprattutto. Ho fatto importanti esperienze come scrittore di teatro e non escludo in futuro di dedicarmi al cinema.
O. “Gli uomini non dimandano nulla più dai poeti” (cit.); per un poeta ormai è necessario evolversi in musicista-cantautore per trovare un pubblico?
G.P. No, credo che l’artista debba essere completamente libero, non deve fare niente per trovare un pubblico, o meglio: ogni evoluzione deve dipendere dalle esigenze espressive, l’artista credo debba essere in continua formazione ed in continuo mutamento, perché in questo modo ci si avvicina ad esprimere una cosa vera ed essenziale, emozionante per tutti. Credo che il terreno della certezza, (della tranquillità intellettuale, del perbenismo, del conformismo) non faccia bene ad un percorso di ricerca artistica. Poi trovare il pubblico è una questione extraestetica… si spera che ci sia! Quindi: il cantautorato è un’arte a sé, non è l’evoluzione della poesia.
O. La notte, la necessità e l’ineluttabilità delle illusioni sono temi di tanta poesia moderna e contemporanea. Hai padri nobili, poeti e cantautori che ti hanno ispirato?
G.P. Metaforicamente vivo come un antieroe postmoderno in un labirinto-libreria… difficile dire chi mi ispira davvero, ogni risposta potrebbe essere falsante. Amo moltissimo tanti cantautori italiani e stranieri e mi piace seguire le novità. Ho l’impressione però che la canzone segua più una sua tradizione antiletteraria, slegata dal percorso della poesia, e questo non lo condivido. Seguo la poesia contemporanea da vicino, mi interesso molto a questo genere letterario e ho scritto una canzone, recentemente, con Mario Benedetti, è stato molto emozionante perché credo che sia il migliore poeta italiano contemporaneo. il titolo è “Accorgetevi”. Inoltre sono anche poeta e sto lavorando da anni ad una raccolta dal titolo “Il passato che non resta”.
O. Musicalmente sei abbastanza eterodosso rispetto a certo cantautorame, sia quello evergreen, sia quello caposseliano odierno. Traccia un tuo identikit musicale.
G.P. Mi piace creare dei collage, affrontare stili diversi sempre tenendo conto che devo “mettere in scena” il testo. Inoltre ci tengo molto a creare una scaletta varia, credo che il mondo sia complesso, vario, e che contenga dinamiche opposte apparentemente inconciliabili. Anche il mondo artistico lo concepisco così. Per dare un’unità a molteplici sollecitazioni diverse, dopo la scrittura dei brani ho fatto un attento lavoro di preproduzione e arrangiamento con un grande musicista, Silvio Uboldi e poi tutto è stato ulteriormente analizzato e organizzato dall’ottima produzione artistica di Stefano Castagna.
In effetti pur avendo fatto esperienze di quel tipo mi allontano molto da sonorità classicamente acustiche come da influenze jazz o folk, molto in voga nel cantautorato. Sono più interessato all’elettronica, e tra i suoni “immortali”, al blues.
O. Libro sul comodino e cd nello stereo.
G.P. Leggo e ascolto più cose contemporaneamente… così su due piedi ti dico lo “Zibaldone” di Leopardi e “Sleep dirt” di Frank Zappa.
SOUNDCLOUD: Tutto ciò che si poteva cantare (2012)
Recensione: Giovanni Peli – Tutto ciò che si poteva cantare (2012)
“Qualcosa resterà sulla bocca.. polvere?”
Perdere le parole presuppone averne tante da farle spandere oltre il lago del cuore, presuppone spazio dove tracimare, territori che stanno oltre le parole stesse, le quali, emesse, si perdono.
E’ un disco di parole perdute l’ultimo lavoro di Giovanni Peli per Kandinsky Records, di labirintici messaggi in bottiglia che non cercano né il semplice né il complesso, ma girano a vuoto per aprirci la vuotezza dei cuori ansiosi di essere riempiti di qualcosa, ma cosa?
I bei versi di questo cantautore niente affatto consolatorio raccontano fiabe fin troppo vere dove i protagonisti sono annichiliti da se stessi in un processo di consunzione dei propri sentimenti, schiantati dalla malinconia di quei giorni troppo belli e lontani,
Dopo vari ascolti dei brani ci ritroviamo persi anche noi, distratti dal morbido pop chitarristico delle tracce venate di noise e wave quanto basta, q.b. come il sale nelle ricette della nonna, come il lucido cinismo sentimentale che avviluppa i testi, poetici e variegati di questo artista interessantissimo, solo in apparenza leggero e disincantato.
Eppure in un momento di lucido abbandono, qualcosa ci permette di riemergere, lasciando alle parole un valore almeno come baluginio lontano di momenti in cui il bambino che eravamo “chiamava quadrifoglio ogni fiore e ogni rapporto amore”.
SOUNDCLOUD: http://soundcloud.com/giovanni-peli/sets/tutto-ci-che-si-poteva-cantare/
FACEBOOK: http://www.facebook.com/pages/GIOVANNI-PELI/81589452991
Out segnala… Kandinsky Records
Gli artisti della Kandinsky Records
di Claudia Amantini e Francesco Misiti
Un’etichetta che ha come territorio principale la scena bresciana. In principio negozio di musica indipendente & alternativa, poi associazione culturale (Bandsyndicate) attiva nell’organizzazione di eventi. Ora tutte e tre le cose.
La Kandinsky Records non si pone limiti di territorio, linguaggio o genere; vi proponiamo una breve panoramica degli artisti al momento presenti in catalogo e un futuro in attesa di folgorazioni perché come disse un tempo Miles Davis: non c’è un buon genere musicale ed uno cattivo al limite solo buona e cattiva musica.
Andiamo a sbirciare tra le nuove uscite
Il 13 Gennaio è stato presentato “In Compagnia degli umani” di Jet Set Roger: pop-rock in italiano, bei testi, un sound intriso di sonorità glam-rock dei migliori anni ’70. Per ascoltare l’album andate qui. PAGINA FACEBOOK.
Il 6 Febbraio il cantautore Giovanni Peli ha presentato “Tutto ciò che si poteva cantare” che coniuga un bel songwriting (“Viene la notte” ) con un gusto musicale in bilico fra suoni acustici e analogici di un certo spessore. Per un ascolto, questo link. PAGINA FACEBOOK.
Il 2 Marzo al CARMEN TOWN di Via Fratelli Bandiera a Brescia gli Hyper Evel presenteranno il loro album omonimo, una manciata di tracce di rock venato di blues davvero gagliarde e volitive, grande tensione elettrica e liriche in inglese (l’arrangiamento di “Lost Generation” vale più di un ascolto). Insomma, la presentazione si prospetta davvero interessante… se siete nei dintorni sapete cosa fare il 2 Marzo alle 22. PAGINA FACEBOOK.



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