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Out intervista… Venus in Furs
Superiamo gli esordi, e se avessimo Syd alla console…
by Francesca Paolini
Out. Presentatevi al pubblico di Out Fanzine. Chi sono i Venus in furs? Come nascono, quando, dove…una breve biografia.
Venus in Furs. Beh, ci siamo formati nei dintorni di Pisa ed abbiamo iniziato a suonare insieme quando avevamo 11/12 anni… E prendevamo denunce dai vicini per inquinamento acustico, strimpellando cover dei Nirvana! Poi pian piano il gruppo ha cominciato a diventare una cosa seria…Dopo cambi di formazione e di genere nel 2007 abbiamo adottato il nome attuale, “Venus In Furs”. Poi nel 2009 abbiamo vinto “Italia Wave Toscana” ed il “Lucca Summer Festival Giovani”, suonando sui main stage dei due festival. Nello stesso anno siamo usciti per una compilation su XL de “La Repubblica” dedicata a Woodstock. Nel 2010 siamo stati selezionati dal MEI (Meeting Etichette Indipendenti) e Radio Popolare per un’iniziativa di solidarietà alle lavoratrici dell’OMSA licenziate e sempre all’interno del MEI dello stesso anno, siamo stati indicati tra le migliori realtà giovanili.
Senza mai fermare l’attività live abbiamo ultimato e pubblicato nel 2011 il nostro album d’esordio, “Siamo Pur Sempre Animali” che ha raccolto critiche molto buone dalla stampa specializzata (Blow Up, Rumore, Rockit, Fuori Dal Mucchio ecc…). All’inizio del 2012 siamo stati selezionati anche tra i primi 10 nazionali per il “Premio Buscaglione” di Torino… ed ora stiamo promuovendo il disco in giro!
O. Il vostro primo album, “Siamo pur sempre animali”, uscito per l’etichetta Cavalleria Burlesque, ha riscosso un grande successo sia di critica che di pubblico. Vi aspettavate un’accoglienza così calorosa?
ViF. Sinceramente no. O meglio, noi siamo molto soddisfatti e non abbiamo mai avuto dubbi sulla buona riuscita del lavoro.. Ma è anche vero che la viviamo “internamente” e che non si sa mai come può essere accolto un disco d’esordio in quanto tale! Questo disco non raccoglie soltanto 13 storie, ma anche un’evoluzione della band vissuta durante la scrittura del disco nei due anni precedenti. Evidentemente quello che pensavamo, siamo riusciti a trasmetterlo anche nel disco in maniera soddisfacente e “lo scoglio” dell’esordio è stato superato, ne siamo molto contenti.
Caparezza dice che “il secondo album è sempre il più difficile”, ma noi superato l’esordio siamo già al lavoro su quello con molto entusiasmo.
O. Pisa è, indubbiamente, una città rock and roll, una realtà che ha cresciuto e che continua a crescere piccole e grandi band. La considerate una platea ad hoc?
ViF. Sicuramente Pisa negli ultimi anni si è ritagliata un ruolo di primo piano sulla scena musicale italiana ed indubbiamente è una buona platea. C’è da dire anche che Pisa deve questa sua “posizione di prestigio” grazie alla gente che si è messa direttamente in gioco ed è riuscita pian piano ad ottenere ottimi risultati in tutta la nazione, non certo grazie alla città stessa. Sarebbe errato pensare Pisa come una “nuova Liverpool” o una “nuova New Orleans”, perchè fondamentalmente gran parte della città e soprattutto le amministrazioni, sono abbastanza ostili a questa scena.
O. Nel disco avete collaborato con Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo, Andrea Appino degli Zen Circus e Francesco Motta dei Criminal Jokers. Come sono nati questi featuring?
ViF. Beh Andrea Appino e Francesco Motta sono dei “pisanacci doc” nostri compaesani. Gianluca Bartolo lo avevamo conosciuto in passato e poi ha avuto la sua parentesi “pisana” con il Pan Del Diavolo. Ci piaceva l’idea di coinvolgerli nel finale strumentale di “In Questa Città”, che chiude il disco e che è anche il pezzo che più affronta la tematica territoriale in questo disco. E così abbiamo creato questa atmosfera molto zeppelininana.
O. I testi racchiudono storie che lasciano trasparire la vostra voglia di denunciare e di distruggere le certezze illusorie. Secondo voi, la musica ha ancora il potere di buttare giù i muri e sgomberare il campo dalle credenze?
ViF. Certo, forse la musica è rimasta una delle poche armi ancora attive e d’impatto per questo. Sicuramente (e purtroppo) non viviamo più nell’epoca di Woodstock ed anche se i mezzi di comunicazione certo non mancano, paradossalmente è più difficile “buttare giù i muri e sgomberare il campo delle credenze”, come dici tu. Viviamo in un’epoca più cinica e meno sognatrice, questo traspare anche dai testi di “Siamo Pur Sempre Animali”, ne siamo consapevoli. Ciò non toglie però alla musica il suo potere di impatto ed immediatezza che la contraddistingue e che ha innato.
O. Visto che siamo nel periodo giusto, il Festival di Sanremo, per voi sarebbe un traguardo o una nota di demerito?
ViF. Beh, forse per fare i finti alternativi potremmo risponderti che “San Remo è unammmerda, che sono tutti venduti” ecc…ecc…. In realtà San Remo pur non essendo eccelso dal punto di vista della qualità, costituisce comunque un canale di visibilità immenso in mondovisione e sicuramente il fatto che ogni tanto vi si veda all’interno qualche realtà proveniente dal mondo rock non è un fattore negativo o sinonimo di essersi venduti. Sicuramente poi, il festival e “quel mondo” hanno le loro contraddizioni, così come ce l’ha la nostra scena musicale. Questo è un problema di mentalità che negli States o in Inghilterra non esisterebbe… Certo, dato che siamo qua a parlarne, sarebbe molto divertente vedere i Venus In Furs sul palco dell’Ariston vestiti come i Temptations nel video di “My Girl” oppure meglio ancora, da bestie di Satana.. Ma così, giusto per vedere la reazione del pubblico!
O. “Vendetta Postuma”, poesia di Emilio Praga, musicata, rivisitata in chiave ViF e trasformata in “La vendetta di Praga” è una delle perle del disco, a mio parere. Come mai questa scelta?
ViF. Dovevamo musicare una poesia per un progetto, ed abbiamo scelto “Vendetta Postuma” perchè Emilio Praga a suo tempo ed a suo modo ribalta gli stereotipi tipici del buonismo della società del suo tempo e fa la parodia di quella che sarebbe stata una situazione tipica “romantica”, stravolgendola in modo molto più “diretto” e “materiale”. Alla fine il pezzo ci piaceva molto ed il testo, pur essendo di un altro tempo, alla fine ha un impatto che non è poi così lontano da quello del disco.
O. L’artwork del disco merita una riflessione a parte. Chi ha curato quest’aspetto del disco?
ViF. L’artwork del disco è stato curato da Francesco Fadda, un amico grafico e fotografo che ci segue ormai da moltissimo tempo. Anche il nostro sito ufficiale www.venusinfurs.it è curato da lui. E’ un ragazzo molto minimale e concettuale. Così per esprimere al meglio l’idea della materialità e del consumo, è uscita l’idea dell’amo, d’impatto e significativo. All’interno poi, ogni membro della band è rappresentato in una situazione di “consumo”: Claudio ha delle lenze che gli pressano una guancia, Zorro ha il volto completamente avvolto nella pellicola alimentare, Giampiero invece ha delle mani che gli deformano la faccia.
O. Con quale artista o band vi piacerebbe condividere il palco?
ViF. Beh, come per il primo disco ci piacerebbe coinvolgere artisti “attivi” durante lʼanno, quelli che stimiamo, che ci stimolano o che ci incuriosiscono. Poi è logico, se potessimo scegliere indistintamente (anche fra qualcuno che “non c’è più”) potremmo sparare un nome tipo quello di Syd Barret in veste di produttore del prossimo album!! Viceversa fra i viventi ci incuriosirebbe vedere cosa potrebbe venir fuori con Stevie Wonder!
O. Siete in tour per promuovere il disco… progetti per i prossimi mesi?
ViF. Si, nei prossimi mesi torneremo a Torino, poi Livorno, Massa ed altre date in definizione (con qualche festival annesso per l’estate ancora in definizione). Ad ogni modo stiamo già lavorando al secondo disco, quindi nei prossimi mesi affineremo il tutto!
Out Intervista… i Caronte
Le Jam, il malessere, la riscossa della poesia
Intervista ai CARONTE - by Francesca Paolini
Out. “Caronte” è un progetto che ha solamente un anno. Come nasce la band? Avevate esperienze precedenti in altri gruppi? Come vi siete ritrovati a suonare insieme? Raccontatevi…
Duilio. I Caronte nascono dall’esigenza di esprimersi suonando. Si tutti avevano esperienze precedenti in altri gruppi eccetto me, questo è il gruppo con il quale sono nato. Per fortuna ci siamo trovati molto bene, abbiamo iniziato facendo jam e ci siamo resi conto di essere molto in sintonia e dalle improvvisazioni iniziavano a nascere i primi brani fino ad arrivare a questi nove brani presenti nell’album di debutto.
Malte. Per la prima volta ho trovato persone con cui c’è stata subito sintonia, le prime due prove hanno portato a jam fantastiche. Ore di improvvisazioni con una grande sintonia tra gli elementi. Si è subito instaurato un legame.
Daniele. Era una giornata afosa di febbraio. Grondavamo di sudore in balia del calore, quando ad un tratto un folletto ci apparve e disse: “Perché non fate un gruppo e provate a diventare famosi esprimendo i vostri pensieri musicalmente?” la risposta fu chiara. Così nacquero i Caronte iniziando a improvvisare in chiave funk, via via nacquero i primi brani.
Gianfranco. E’ come se questa band dovesse nascere da tempo per ognuno di noi, veniamo tutti da gruppi diversi, con varie esperienze nel mondo musicale. Io ascoltai le prime registrazioni della band (inizialmente era una band strumentale), mi piacquero e così mi presentai alle prove… ed eccoci qua!
O. Come mai avete scelto “Caronte” come nome?
Caronte. Ci piace pensare che, come Caronte trasportava solo le anime che erano state “preparate” al viaggio che le attendeva, il nome della nostra band stia a significare il viaggio che solo la musica può offrire in questi tempi bui. La differenza sta che il viaggio che vorremo far fare con la nostra musica è inverso a quello che si affrontava sull’Acheronte: dall’inferno della vita alla pace, vita della musica. (E fa rima con rinoceronte).
O. Parlateci di questo nuovo album, “Red, Blue and Green” album d’esordio prodotto da PogoSelvaggio! Records.
C. “Red, Blue and Green” è un album del quale non riusciamo a dare un genere ed etichettarlo, ci sono chiare influenze funk, rock e anche metal volendo, tutto nato spontaneamente. Dopo tempo passato a ridefinire ogni singolo brano (circa 5 mesi pieni di lavoro per comporre l’album) abbiamo deciso di entrare in studio per registrarlo, con l’esigenza di dire la nostra e farci sentire musicalmente parlando. Fortunatamente abbiamo subito trovato appoggio dalla Pogoselvaggio! Records di Giuseppe Perrucca, che, pubblicherà l’album (in vendita dall’1 agosto 2012), e lo ringraziamo immensamente per ciò.
O. Quali sono i vostri riferimenti musicali?
Duilio. Veniamo fondamentalmente da generi musicali molto diversi, parlando per me, sono un patito dell’alternative rock, del progressive e dello sperimentale, i gruppi che prediligo sono i Radiohead e i King Crimson.
Malte. Ascolto quasi tutta la musica tranne alcuni generi metal. Prediligo funky, funk-rock e fusion.
Gianfranco. I generi che preferisco son il new wave, il pop rock, il metal, il progressive e l’hard rock. Come gruppi potrei menzionare i Duran Duran, Deep Purple, Dream Theater, Suede e i Led Zeppelin.
Daniele. Ascolto un po’ di tutto dall’hard rock al jazz, dal prog al blues, non ho dei generi e gruppi su cui mi soffermo principalmente, anche se rifiuto alcuni tipi di metal.
O. Come mai avete scelto di cantare in inglese?
Gianfranco. Questa è stata una mia decisione, preferisco l’inglese per esprimermi e ad essere sinceri, cantare in italiano non mi va molto a genio.
O. I testi (scritti da Duilio Scalici) sono molto intensi, molto cupi: si parla di vita dopo la morte, di speranza come unica salvezza, di ipocrisia e di gratuità del male. Come mai ti sei voluto concentrare su tematiche così profonde e tristi?
Duilio. I testi nascono sopratutto da esperienze poco piacevoli che stimolavano la mia ispirazione, infatti ogni volta che esco da una brutta esperienza mi sfogo scrivendo (in questo caso) o dipingendo. Purtroppo il malessere mi riempe d’ispirazione. Inoltre in alcuni testi faccio riferimento a dei grandi scrittori italiani che hanno contagiato il mio stile, quali Luigi Pirandello (in Living in Lies) e Giacomo Leopardi (in The Elderly and the Wall).
O. Chi ha curato l’artwork del disco? Cosa vuole rappresentare la copertina?
Caronte. La copertina è opera del grande artista simbolista Odilon Redon (1840 – 1916), abbiamo scelto quest’opera perché rappresenta appieno i temi principali dell’album.
O. Non vi chiedo chi curerà la regia del video… sarai tu, Duilio, immagino…
Duilio. Si sarò io, faremo uscire vari singoli/videoclip estratti dall’album.
O. Quali sono i progetti della band, post uscita dell’album? Prevedete un tour di presentazione?
Caronte. Dopo l’uscita del disco “fisico”, prevediamo un mini-tour in Italia, le tappe dovrebbero essere Palermo, Catania, Roma, Pesaro, Pisa e Milano. Nel mentre ogni volta che ci riuniamo in sala prove per riprodurre il più perfettamente possibile il nostro repertorio, iniziano a nascere nuovi suoni. Inoltre, dopo l’uscita del disco fisico uscirà un ep di remix in download gratuito dal sito dell’etichetta, i remix sono a cura di Enrico Mereu, aka Klimt Westwood, a nostro parere un giovane talento italiano.
EDIT.
Di seguito il primo estratto dall’album, “The Elderly and the Wall”.
Out intervista… Piccoli Omicidi
Out intervista… Piccoli Omicidi
by Claudia Amantini e Francesca Paolini
Prodotti da Paolo Benvegnù e cresciuti in Emilia Romagna: dopo anni di gavetta, eccoli finalmente con il loro primo album “Ad un centimetro dal suolo” (Still Fizzy Records). Dopo avere estorto una splendida puntata di “Press Play on Tape” sul nostro podcast, OUT ha intervistato la band. Enjoy!
Out. Un nome decisamente particolare per una band: Piccoli Omicidi. Come mai questa scelta?
Piccoli Omicidi. Il nome della band rimanda ad alcuni titoli di celebri film come quello di Alan Arkin o anche il noto “Piccoli omicidi tra amici” di Danny Boyle. È talmente bello il paradosso che si crea tra le parole “Piccoli” e “Omicidi”, nel senso che un omicidio o lo è, o non lo è, non può essere piccolo, che invoglia alla citazione. In realtà, non ha nulla di macabro. Nella mia visione, tutte le cose che racconto nelle canzoni sono piccoli omicidi. Se diamo un volto alle nostre paure, alle nostra ansie, alle nostre complicazioni quotidiane, forse è più facile combatterle ed ucciderle. Da qui il nome Piccoli Omicidi, non abbiamo intenzione di uccidere nessuno, solo eliminare le cose che turbano la nostra esistenza, giorno per giorno, anche in maniera ironica e dissacrante.
O. Dato il nome, quali sono le tematiche che trattate? Omicidi, vittime, carnefici?
P.O. Le tematiche affrontate negli undici brani del disco, riguardano la quotidianità, e non siamo andati ad affrontare argomenti insoliti o bizzarri. Il rischio era di raccontare storie in maniera banale e scontata. Lo stesso titolo “Ad Un Centimetro Dal Suolo” sintetizza quelle che sono le possibili interpretazioni della frase in sè: ad un centimetro dal suolo probabilmente ci siamo trovati tutti prima o poi nella vita. Quel giorno che eravamo talmente felici, innamorati e appassionati, che ci sembrava di non toccare terra, oppure quella volta in cui stavamo per toccare il fondo eppure quel piccolo spazio d’aria che ci separava dalla fine, ci dava ancora speranza. Un centimetro è uno spazio relativamente piccolo, ma magari sufficiente e anche necessario per separare l’uomo, che da sempre è istintivo e passionale, dalla concretezza del suolo, che a volte lo intrappola in maniera eccessiva.
O. All’interno dell’album, di imminente uscita, è presente una cover di Luigi Tenco (“Vedrai, vedrai”). I Piccoli Omicidi come si pongono nei confronti della canzone d’autore?
P.O. Crediamo fermamente nella canzone d’autore, tutto il disco ne è un esempio. Abbiamo ancora questo concetto che la musica debba supportare le parole e i messaggi che si vogliono trasmettere, col rischio anche di risultare anacronistici e demodè. Se prendiamo tutto il CD dal punto di vista prettamente musicale, sicuramente non è nulla di rivoluzionario. Per questo, anche nella dimensione live, le parole sono sempre valorizzate e messe in primo piano. Se si deve dire qualcosa, che si capisca chiaramente, non ci interessa essere notati perché picchiamo più forte il martello sulle lamiere.
O. Quali sono i gruppi e le influenze musicali (italiane e straniere) che vi accompagnano?
P.O. Il discorso delle influenze credo che sia d’obbligo per tutti i lavori pubblicati da quindici anni a questa parte, il nostro compreso. Credo che gli anni ’90 siano stati l’ultimo rantolo di creatività pura espressa dalla musica e, checché se ne dica, nulla di realmente nuovo è mai emerso da allora in poi. Se vogliamo, qualcuno è stato più o meno abile a perfezionare quelle che erano le materie prime prodotte in quegli anni. Potremmo nominare gli stessi Scisma, gli Afterhours, i CCCP, che sono forse, tra gli altri, l’ultima vera iniezione di ossigeno nel panorama della musica italiana, anche se, a loro volta figli di una tradizione anglosassone che come al solito è sempre un passo avanti. Parlo di Radiohead, Blur, per citarne alcuni, dando per scontati i Beatles. Troppo spesso e a sproposito si critica un artista perché “suona troppo” come un altro. Ritengo che ispirarsi ad altri non sia un limite, ma un pregio, se si porta valore aggiunto. È stato dato merito a tanti di aver attualizzato gli anni 60/70, perché non riservare lo stesso trattamento a chi valorizza ora gli anni ’90.
O. Il produttore del disco è Paolo Benvegnù. Com’è nato il rapporto di collaborazione con Paolo? Ci ricordiamo di lui al tempo degli Scisma.
P.O. Ad un certo punto, durante il corso dei lavori, mi sono reso conto che serviva un orecchio esterno, una persona che non fosse così coinvolta nel progetto che potesse sdoganarci da noi stessi ed avere una visione più critica del prodotto. Conobbi Paolo Benvegnù nel 2006, ad un seminario sulla musica e la scrittura, e gli proposi il mio materiale. Pensai che fosse la persona giusta, per capire il progetto e valorizzarlo. Lui stesso ha trovato molto affine il mio modo di scrivere al suo, anche se forse i nostri cuori battono a velocità diverse. Il suo apporto a tutto il lavoro ha permesso di impreziosire tutto il lavoro, senza snaturare l’essenza originale che rimane istintiva e sincera. Ovviamente è stato un vulcano di idee ed intuizioni che abbiamo assorbito, fatto nostre e sviluppate al meglio.
O. Siete un trio: chitarra, basso e batteria: puro stile rock. In Italia, si sa, le etichette vanno per la maggiore… voi siete finiti sotto la dicitura “indie rock”, vi riconoscete in questa “etichetta”?
P.O. In realtà si, anche se, come dici, le etichette sono quasi più un’imposizione che altro. Ma ci riconosciamo, esclusivamente nella vera accezione del termine. Oramai ci sono artisti e gruppi “Indie” che sfruttano la definizione perché va di moda, ma si appoggiano ad etichette e a sistemi di promozione che sono degni delle major più quotate. Per noi indie non è un genere, ma un modo di approcciare le cose. Un artista può essere indipendente facendo rock, metal, hip-hop, al limite anche liscio e chi più ne ha più ne metta. Noi abbiamo registrato il nostro disco nella nostra sala prove, facendoci prestare o noleggiando le attrezzature, abbiamo coinvolto persone che hanno lavorato al disco, per il puro piacere di farlo. Si l’etichetta ci veste alla perfezione, se considerata per quello che veramente significa.
O. Quanto ha influito nella vostra musica e quanto è stata ed è importante l’Emilia, la vostra regione, terra che ha conosciuto periodi di splendore musicale e che continua a sfornare talenti?
P.O. Non so, noi emiliani abbiamo sempre avuto questa indole estroversa ed espansiva, quasi mi fa pensare che sia una cosa genetica. Noi non a caso, abbiamo citato in un pezzo dell’album la figura del partigiano, un emblema della nostra regione. Continuiamo a ritenere che quando si ha qualcosa da dire o da fare, la cosa più importante sia quella di agire e di farsi sentire. L’Emilia, come dici tu, di talenti ne ha sfornati tanti, magari un comun denominatore c’è.
Out intervista… Le Fate Sono Morte
La morte delle fate?
by Francesca Paolini
È tempo di novità… e il Blog di Out è lieta di presentarvi una band, Le Fate Sono Morte. Nascono a Milano nel gennaio del 2009 e iniziano a fare la gavetta suonando e facendosi conoscere esibendosi dal vivo nei locali in provincia di Varese, Como, Milano, Bergamo. Nel settembre del 2009 esce il loro primo demo, composto da quattro pezzi che si intitola “Benvenuti negli anni zero”: partecipano al concorso rock di Varano Borghi, ne escono vittoriosi e un mese dopo registrano il primo Ep “SERIA(L)MENTE”. Abbiamo fatto due chiacchiere con il cantante Andrea Di Lago.
Out. Le Fate Sono Morte chi sono? Presentaci la tua band.
Andrea. Mi presento, sono Andrea, il cantante e chitarrista de Le Fate Sono Morte. Per prima cosa vi ringrazio per averci dato spazio. Passo subito a rispondere alle domande .
Chi siamo…? Noi siamo Le Fate Sono Morte, un gruppo rock che vive tra Milano e Varese, suoniamo insieme dal 2008. La formazione attuale è formata da me (voce e chitarra), Federico (chitarra solista), Stefano (basso) e Giuseppe (batteria ).
O. Come mai questo nome? Una triste constazione della società attuale?
A. Esattamente così, in “questi cazzo di anni zero” (come diceva qualcuno) è difficile riuscire ad avere delle certezze, crearsi qualcosa. Il precariato non è più solo lavorativo, ma lo si può trovare in tutti i campi , soprattutto in quello affettivo. Molto spesso noi ci troviamo ad affrontare nelle nostre canzoni temi come l’amore, come la disillusione , come l’ abbandono, la perdita delle certezze e quant’ altro. Personalmente invidio molto chi sa già che domani andrà tutto bene. Vivere nell’ incertezza dopo un po’ snerva: anche se c’è chi dice che tutto questo è molto rock, io amo la tranquillità e la sana routine, sarebbe già un buon inizio.
O. Nei vostri testi si parla d’amore e di disillusione. Come nascono i vostri testi?
A. Ecco , mi aggancio a quello che stavo dicendo nella domanda precedente .
Le nostre canzoni nascono da quello che viviamo, dalle esperienze che facciamo, vita vissuta, cose che vediamo ogni giorno, ciò che leggiamo, quello che proviamo che viviamo sulla nostra pelle, quello che ci dice il nostro stomaco. Tutto questo finisce dentro i testi e nella musica. Per noi i testi sono una delle parti fondamentali di una canzone, quindi cerchiamo di curarli il più possibile: i significati possono avere svariate interpretazioni; sta agli ascoltatori e a ciò che provano riuscire ad entrarci dentro.
O. Quali sono le vostre influenze musicali?
A. Durante gli anni ci hanno paragonato a tante band tra cui Afterhours, Giorgio Canali & Rossofuoco, Le Luci della Centrale Elettrica, Malfunk, Angeli (per chi se li ricorda) , Marlene Kuntz, Verdena ecc… insomma le band che vanno per la maggiore nell’ underground in questi ultimi anni. Ne siamo più che onorati visto che sono tutte band che seguiamo nei live e ascoltiamo da tempo. Il suono però è nostro non cerchiamo di copiare nessuno nè esser la brutta copia di nessuno, cerchiamo di esser il meglio di quello che possiamo e potremo essere: Le Fate Sono Morte, nel bene o nel male, che piacciano o no.
O. Se doveste scegliere un artista o una band con cui condividere il palco, chi vorreste con voi?
A. Se dovessi scegliere una band a cui vorrei aprire un live, non posso fare altro che dirvi Le Luci Della Centrale Elettrica, ma penso sia davvero difficile; non mi dispiacerebbero neanche i Fine Before You Came. Come artista è difficile fare un nome solo: lancerei un saluto e un sorriso alla nostrana Ilenia Volpe, poi chissà…magari le arriva e si riesce a fare una collaborazione.
Essendo un fan e ascoltatore della scena emergente underground italiana, quando si riesce, cerco di condividere il palco con band che amo ascoltare o vedere live, così unisco le due cose e la soddisfazione di conoscerli e aver condiviso pure una serata con loro è tanta. Siamo stati molto fortunati a mio avviso ad aver condiviso palchi con band che stimo molto, tipo Requierm For Paola P, Yokoano, Grenouille, Nemesi, questi per fare giusto qualche nome .
O. Avete in programma un tour invernale, vero?
A. Si abbiamo in programma un bel tour, è partito nel settembre del 2011e vediamo di portarlo avanti finchè si riuscirà. Siamo sempre in giro a suonare ormai da tre anni senza quasi fermarci, giusto gli impegni lavorativi o gli esami scolastici ci tengono lontani dal palco, abbiamo, come tutti, i doveri di ogni giorno da affrontare ed essendo in 4 dobbiamo riuscire a conciliare il tempo a disposizione.Non e’ facile ma cerchiamo comunque di fare del nostro meglio.
O. Vuoi ricordare ai lettori le coordinate per rimanere aggiornati su concerti ed eventi relativi alla band…
A. Sì, allora , vi dò semplicemente un sito: www.lefatesonomorte.com , abbiamo racchiuso tutto quello che ci riguarda lì dentro. Colgo l’occasione per ringraziare il nostro webmaster Sergio Calandra: pensiamo ad un inversione di rotta rispetto a gli ultimi anni in cui i siti come myspace la facevano da padrone. Penso che per non rimanere uno dei tanti gruppi su delle piattaforme tutte uguali, serviva avere davvero un nostro spazio e le statistiche di visualizzazione ci stanno dando ragione!!!
Out intervista… Pisa improvvisa
Pisa Improvvisa! by Francesca Paolini
Prendete l’urgenza espressiva, aggiungete la voglia di fare, l’amore per la musica, sommate il tutto alla città in cui svetta la celeberrima Torre Pendente. Ecco, il risultato è Pisa Improvvisa. Out non poteva lasciarsi scappare una rassegna così interessante e innovativa. Abbiamo intervistato il deus ex machina, Sandro Nullo Vincenzoni Sainati.
(le immagini sono tratte dal MySpace di PI, inerenti le ultime serate di Pisa Improvvisa)
Out. Come è nata l’idea di Pisa Improvvisa? Cosa è? Parlacene.
Sandro. Pisa Improvvisaè nata dall’esigenza di riportare la musica di ricerca tra la gente, nel quotidiano. E’ una rassegna itinerante che si svolge in varie realtà di Pisa, del centro storico e non, luoghi del tutto inusuali per la musica, tipo; negozi di artigiani, rivenditori, lavanderie self service, ecc…O. Quella del 12 novembre è l’ultima serata. Le altre come sono andate? Bilancio?S. Bilancio positivissimo, per la risposta che c’è stata da parte del pubblico, ma soprattutto per i musicisti che sono intervenuti con le loro performance, lo hanno fatto con il CUORE principalmente. Non credo sia l’ultima data quella del 12 Novembre, ma si sa, per le avanguardie il ritiro momentaneo è la conferma della rinascita.
O. Come ha recepito il pubblico l’idea assolutamente alternativa che propone Pisa Improvvisa?
S. Molto bene. Il pubblico è ottimo, attento, informato, ma anche critico. Mi piace.O. Come hanno accolto i negozianti questa iniziativa?
S. Benissimo! Spero che le adesioni si rinnovino. Non credo di riproporre le performance nei luoghi dove abbiamo gia operato, ma se l’idea piace a tutti, perché no.
O. Pisa Improvvisa predilige un genere o accoglie qualsiasi novità musicale?
S. Pisa Improvvisa è ricerca, avanguardia, non si nasconde dietro a nessun genere. A me piace l’umiltà è la profondità nel proporre cose innovative. Molte persone, dopo la performance di Ivano Nardi e Marco Colonna da Roma (due grandissimi musicisti di improvvisazione Jazz a livello internazionale), hanno scambiato Pisa Improvvisa per una rassegna di musica Jazz. Bè…Avevano proprio sbagliato strada…O. Pisa Improvvisa è un progetto pisano o è disponibile a coinvolgere musicisti anche geograficamente distanti?
S. È un progetto INTERNAZIONALISTA, ma se piace anche ad altri musicisti e compositori, che ne so, di Zeta Reticuli, che siano i benvenuti!O. Qual è lo scopo di Pisa Improvvisa?
Lo scopo di Pisa Improvvisa??? Tutti.
O. Vi saranno altre serate, altri eventi targati Pisa Improvvisa?
Credo proprio di sì!O. Sabato 12 novembre si conclude la rassegna. Ti esibirai tu. Parlaci del tu progetto musicale.
S. Sabato 12 Novembre mi esibirò anch’io con molti altri musicisti, alcuni di loro sono già intervenuti durante eventi precedenti, altri no, ma l’esperienza sarà APERTA a tutti coloro che vorranno lasciare la firma dentro l’album di PISA IMPROVVISA. E’ un onore per me esibirmi con musicisti del calibro di Eugenio Sanna, ma non solo. E poi, il posto è veramente inusuale, la performance si svolgerà all’interno ed all’esterno di un garage di un condominio. Sarà bella anche la reazione dei condomini, ma anche quella dei passanti: sicuramente un DELIRIO. Ma io sono per il Caos, perchè è da lì che le idee si liberano. E se vola anche qualche secchiata d’acqua dalle finestre…Ben venga. Il mio progetto solista va avanti, tra disco nuovo in preparazione (intanto è uscito il singolo “Ovunque“), si tratta di colonne sonore dal vivo, ma soprattutto ricerca, ricerca, ricerca. L’ascolto per me è tutto.
Per saperne di più:
http://www.myspace.com/pisaimprovvisa
https://www.facebook.com/SandroNullo
Music Report, Heroes 2 (28-10-11): Spiral 69 in concerto
HEROES.2 On stage: Spiral69
by Francesca Paolini
28 ottobre, Le Mura. Ancora il fedelissimo locale a San Lorenzo a fare da scenario ai protagonisti della serata, gli Spiral69, in occasione della rassegna musicale del rock and roll made in Rome.
Avevo ascoltato online alcuni estratti del loro ultimo album “No paint on the wall” e brani del primo “A filthy lesson for lovers”: non mi erano affatto dispiaciuti, ma sono sempre curiosa di assistere alla resa live dei gruppi, che reputo tra i pochi momenti in cui si misura la qualità di una band, quindi ho affrontato i miei soliti 90 km di viaggio per assistere alla serata.
Gli “eroi” della serata, una band che nasce ufficialmente nel 2007, quando Riccardo Sabetti (voce, basso e sintetizzatore), folgorato sulla via dei Cure, intraprende il suo progetto solista (dopo aver suonato con i Pixel e gli Argine); successivamente entrano a far parte del gruppo Licia Missori (piano), Enzo Russo (chitarra) e Andrea Freda (batteria): hanno fatto innamorare Steve Hewitt (storico batterista dei Placebo) che li ha voluti come support band nei concerti durante il tour italiano con il suo nuovo progetto, i Love Amongst Ruin e adesso vengono a pijasse Roma anche loro.
Premetto che non amo particolarmente le “interferenze” del sintetizzatore e del pianoforte (ho un’anima grezza e adoro i chitarroni), ma già dalla prima canzone, “Bleeding through” inizio a ricredermi, con la seconda, “Collecting your lies”, mi spingo fin sotto al palco, ma è con “You” che ho seriamente paura che il palco non sia in grado di reggere tanta potenza: mi impressiono piacevolmente nel vedere trasudare un rock and roll oscuro, un’energia nera e deflagrante. “Berlin” conquista definitivamente, la delicatezza del pianoforte accompagna un cantato di Mansoniana memoria, il pubblico apprezza, applaude. Siamo tanti e tutti presi da quello che accade sul palco.
Si alternano sul palco ospiti quali Federico Amorosi (Spiritual Front), con cui il gruppo esegue “Fake Love” e poi Alessandra Perna (Luminal) che interpreta con la band “The girl who dances alone in the disco”, (su disco il featuring è con Tying Tiffany). La cover che non ti aspetti è quella di “Born Slippy” degli Underworld riadattata in chiave new wave, cui segue il loro nuovo singolo, uscito lo scorso ottobre, “Best Porno” e mentre immaginiamo la persona di cui siamo innamorati come il nostro miglior porno (non a caso il nome della band riprende un film hard tedesco degli anni ’80), il live volge al termine. E’ la delicatezza di “Cover me” che chiude il concerto e apre la scena al dj set di No Fun.
Heroes ha colto di nuovo nel segno, gli Spiral69 spaccano, e voi tutti ricordate, “l’indie è un bluff” (cit.).
Recensione: NUT, “Gravità inverse”
Dopo lo splendido report video dedicato alla band pisana, Francesca ci racconta il disco dei NUT: vai Frà!
“Gravità Inverse”, nuovo album dei NUT: Pisa rules!
by Francesca Paolini
Benedetto sia Facebook che solo pochi mesi fa mi ha fatto scoprire per puro caso, i NUT. Si legge come si scrive, proprio come la dea che mangiava il sole al tramonto per poi partorirlo al mattino. Tre ragazzi, tre “bimbi”, come si dice in Toscana, ma basta che ognuno si posizioni al proprio posto, con il proprio strumento per far nascere una magia e un’atmosfera incredibili. Una assai favorevole congiunzione astrale ha fatto sì che dovessi andare a Pisa per qualche giorno e quale migliore occasione per fare due chiacchiere con questi tre promettenti musicisti?
Ascolto il loro primo cd (“Gravità Inverse”) durante tutto il viaggio, per calarmi dentro le atmosfere e le sonorità: quando finalmente giungo a Pisa, li conosco di persona e, a parte le tante risate che mi fanno fare, conosco tre personcine “a modo”, determinate, tre musicisti che sanno quello che vogliono, che credono nel loro obiettivo e lo perseguono sempre e comunque.

Divento quindi l’ospite che si intromette in sala prove, la fan coccolata dal gruppo, l’ “amante platonica” (non me ne vogliano le fidanzate!) di tutti e tre.
Premetto che nel caso in cui foste alla ricerca di canzoncine allegre e spensierate, sarebbe meglio che non continuaste a leggere questa recensione. Se invece siete curiosi di sperimentare e pronti ad ascoltare, i NUT sono la band che fa al caso vostro. Armatevi di pazienza, tempo libero e concentrazione e poi mettete su “Gravità inverse”, il loro primo full lenght, fresco di pubblicazione, uscito il 30 settembre 2011, frutto della collaborazione tra loro di due giovanissime etichette, la PogoSelvaggio! Records e la Sinusite Records.
Nonostante sia un’opera prima ha già le idee chiarissime, è una dichiarazione d’intenti, evidente già dalla copertina dell’album (artwork curato da Alberto Becherini) che raffigura un albero le cui radici si estendono verso l’alto. Un albero, ma in realtà un uomo che ha voglia di ascoltarsi, di capirsi, di andare alla ricerca della propria essenza e delle proprie radici appunto, ovunque queste protendano. Un concept album, il racconto della presa di coscienza del proprio stato in sette tracce.
Si inizia con “Sagome” (seconda classificata nella mia playlist personale) che, come benvenuto, è disarmante: tra l’intro ipnotico e l’atmosfera che si dilata, tra la voce sinuosa e avvolgente all’inizio (“e allora cerco rimedio, un sollievo, da questa mia ipocrisia. Dubito di sapere placare le mie domande e accetterò così da buon proiettile di rimanere destinato a traiettorie fisse.”) che poi graffia e finalmente esplode (“chiediti se puoi coltivare il seme di un’idea che non è la tua”) provoca un crescendo di sensazioni esplosive che sfociano poi nella pacatezza di “Abiti” (la mia number one), la canzone che mi ha fatto amare veramente questo gruppo. Dura la bellezza di 7.52 minuti, ma è talmente varia che riesce a non stancare mai e a trattenere all’ascolto.
Riconoscibilissimo è lo zampino di Nicola Manzan (Bologna Violenta) che collabora suonando violino e viola sia in questo pezzo che ne “Il sarto”, quest’ultimo presente nella seconda parte dell’album, la parte della rinascita, quella in cui si capovolge la visione e si prende finalmente atto del proprio stato: “Ordirò per me fila diverse, taglierò tutte ad una ad una quelle che non ho tessuto io…ricomincerò dal nodo più contorto il groviglio che parte da me, con pazienza lo districherò, senza fretta, le mia dita non si stancano…ho trovato il capo di quel nodo.”
“Mosaico” è forse il pezzo più complesso; complice l’intro dagli effetti assolutamente eterei che cullano e rilassano, il brano determina uno stacco totale rispetto alla prima parte del disco: dopo primi tre pezzi si passa ad un’altra fase, quella in cui la consapevolezza cresce e diventa determinatezza. Non a caso la voce che accompagna questo brano è quella di una donna, Marina Mulopulos (Almamegretta, Malfunk, Tilak): come sempre è una donna che illumina e conduce alla coscienza del proprio stato. “Quanto ancora puoi simulare, vuoi rinunciare a chiederti perchè non sai infrangere il velo che uccide le tue certezze, illude le tue pretese, distorce senza piegare.”
Il primo singolo e video tratto dall’album è “Inchiostro sprecato”, regia, montaggio e soggetto by il “fedelissimo” Duilio Scalici (Sinusite Records), nel quale si toccano i cambiamenti, l’orizzonte è ormai vicinissimo, voltare pagina è il passo seguente (“riuscirò a uscire da questi scenari che mi dai”).
Un album difficile, complesso, non da metter su per tener compagnia, un disco impegnato, da ascoltare con attenzione. Per il semplice fatto che se non lo si facesse, non lo si capirebbe, lo si confonderebbe in un’amalgama di suoni ed effetti.
O li si ama o li si odia. Non sono certo un gruppo per tutti i gusti. I riferimenti sono chiari: Tool, Deftones e tutto quello che si definisce post-rock, cui si unisce un cantato figlio dei “mostri sacri” del rock (Robert Plant, Jeff Buckley), e i NUT riescono a sintetizzare il tutto in sette brani perfettamente costruiti e armonici.
I NUT insegnano: tutti dovremmo concentrarci sulle prospettive, su quanto in realtà stiamo vivendo o siamo vissuti. Recuperare le nostre radici, svegliarci e smetterla di sprecare tempo e vita.
Music Report: Heroes a Roma
WE CAN BE HEROES
Betty Poison e Luminal inaugurano la prima di una lunga serie di concerti romani targati AnnoZero Live Events.
by Francesca Paolini (foto Francesca Paolini + Claudia Amantini)
Viviamo in un “paese che sembra una scarpa” (citazione azzeccatissima di Skiantos prima, e Zen Circus poi), siamo un paese appeso al sud di un’ Europa strana, diversissima e caotica, declassato a terzo mondo culturale, politico e sociale, ma che quando serve, è capace di dare un bel calcione proprio con quella scarpa a cui assomiglia tanto: a un lavoro estenuante, a una famiglia insopportabile, a delle imposizioni assurde, ai lamentosi che non alzano mai il sedere dalla sedia, che sono capaci solo di sputare sul proprio paese e non far nulla per migliorare, illudendosi che dal lamento nasca la rivoluzione.
Rivoluzione. Ribelliamoci! Facciamoci sentire, facciamo vedere di cosa siamo capaci. Siamo vivi? Questa è la domanda che dobbiamo farci tutti. Volete continuare ad accettare supinamente quello che la radio e la tv vi propinano, volete continuare a non scegliere, ad accontentarvi? Volete continuare a farvi scegliere, a farvi vivere? Fate pure. Se invece il vostro motto è “toglietemi tutto, ma non la mia musica”, ecco, voi siete dei nostri. Persone che osano, che scelgono. Persone che potenzialmente erano il 7 ottobre a Le Mura, a san Lorenzo, “er quartiere ner core de Roma”. Al grido di “Pijamose Roma”, è iniziata la serie di concerti targati HEROES, promossa da Annozero Live Events e benedetta dalla somma e super blonde Angela Fiore. La rassegna durerà fino al sei gennaio 2012 e vedrà come protagoniste band della scena underground romana, eh sì, non i concertoni da stadio, ma gruppi a cui si deve visibilità, interessanti, differenti tra loro, i nuovi eroi, coloro che portano avanti la rivoluzione capitolina.
I nuovi eroi.
Prima serata: Betty Poison e Luminal. Insieme. In una zona stupenda di Roma, ma che dopo le due sembra il mio paesetto di provincia dove “signora mia, se ne vedono di cose brutte”, noi eravamo là. A vivere. A respirare. Con loro, per loro e per noi. Scambi d’amore continui. Prima del concerto, durante e dopo. Una botta di emozioni che ti possiede. Esplosioni cardiache al ritmo di due tra le migliori band in circolazione e vorresti tatuarteli nella memoria certi momenti di un’intensità mostruosa.
Aprono i Betty Poison. Teniamoci forte perchè si inizia duro, al massimo della forma, Lucia Rehab (voce e chitarra), Nunzio Falla (chitarra) e Mirko Caiazza (batteria) spaccano piacevolmente i timpani (alla sottoscritta che era di fianco alla cassa) e stravolgendo la scaletta, regalano un live strepitoso, senza fiato, un pezzo dopo l’altro, fanno “The big noise”, fanno “Set it on fire”, “My sexy star”, “Poison for you” perle selezionatissime da entrambi i loro album “Poison for you” e “Beauty is over”, e tirano giù il locale, la gente che fa su e giù con la testa, restiamo inebriati da tanta bellezza, che il noise sia con noi! “What about you” la suonano con i Luminal ed è lì che il concerto diventa davvero una grande festa, Lucia in braccio a Lucio Schirò (membro onorario della family) che canta tra il pubblico, trascinando fili, versando a terra bicchieri di birra e mettendo a dura prova i fotografi pronti a cogliere l’attimo.
A seguire, i Luminal. Dopo che in Germania e in Belgio sono stati osannati (come era ovvio che fosse), sono tornati in patria per continuare a diffondere il verbo e a smentire l’essere “nemo propheta in patria”: è una sfida. Quante volte capita di emozionarsi per una canzone? Quante volte si sentono cuciti addosso certi testi? Quante volte è obbligatorio cedere di fronte alle sensazioni di assoluto coinvolgimento nell’estasi musicale? Dieci pezzi, cinque dal primo album “Canzoni di tattica e disciplina”, e cinque dal secondo, “Io non credo” più una cover dei Gang of Four, “Damaged Goods” bastano a far vincere loro la sfida.
Sentire dal vivo una versione più soft de “L’uomo bicentenario” seguita da una splendida esecuzione di “La lunga corsa” e “L’ultima notte” è una serie ininterrotta di pugni e carezze al cuore e a parte i problemi tecnici di Carlo Martinelli con i suoi aggeggi (dicansi chitarre), il concerto regala emozioni impressionanti, è emotivamente devastante. E poi dicono che emozionare è impresa ardua. Loro tre: Alessandra Perna al basso, Carlo Martinelli alla chitarra e Alessandro Commisso alla batteria bastano a far scatenare un big bang di sensazioni, le mani tremano, il desiderio che vadano avanti a suonare a oltranza è tanto. Come si definisce tutto ciò se non amore nella sua forma più assoluta?
Quando su “Canzoni di tattica e disciplina” ti escono le lacrime vuol dire che sei vivo, vuol dire che hai disimparato tutte le cazzate che ti hanno insegnato e che sei riuscito a essere. Vuol dire che non hai scusa, non hai barriere, che gli ostacoli li hai buttati giù e sei tu, davanti al mondo. E viverlo è un dovere. Come vuoi è un diritto.
Chiude la splendida nottata il dj set di Anita Dadà, che con il suo tacco 12 e i pantaloncini leopardati ci delizia con una serie di brani scelti dalla sua playlist personale e NoFun direttamente dal Magnolia, storico circolo milanese.
La scena rock romana è viva, potente, lotta con tutta se stessa per sopravvivere e ce la fa perchè ha la pelle dura, e prima o poi ci sarà un boom che da Roma travolgerà tutto lo stivaletto fetish che ci accoglie. Heroes è tutto questo, è un modo di vivere noi e far vivere gli altri. Insieme. Il sostegno tra band è decisivo. Un’iniziativa che speriamo possa essere d’esempio per le altre regioni italiane. Band che promuovono altre band. La logica dell’altro come nemico, tristemente nota nel nostro Bel Paese, va demolita. La solidarietà e la stima. L’amore, appunto, in senso lato.
C’è chi torna a casa, c’è chi dorme in macchina, chi ha trovato ospitalità a casa di amici romani. Insomma, ognuno ha un suo posto in questa fantastica serata. Ma tutti accomunati dalla voglia di cambiare, di smettere di lamentarci e di fare, iniziare a fare qualcosa per cambiare realmente le cose. Basta crederci e esserci, il resto vien da sé. Tutti possiamo essere eroi, anche solo per un giorno, mai smentire il Duca Bianco.
Intervista a Karim (The Zen Circus)
by Francesca Paolini
Dopo aver pubblicato sei dischi in studio, dopo aver collaborato con Brian Ritchie (Violent Femmes), dopo aver passato più tempo nel furgone in giro per lo stivale che a casa loro, dopo averci mandato tutti amabilmente a quel paese, tornano: l’11 ottobre esce il loro settimo disco in studio, “Nati per subire” (La Tempesta dischi), Appino (voce e chitarra), Ufo (basso) e Karim (batteria), gli Zen Circus. Ora sono in sala prove, a novembre ripartono in tour, ma Karim ci ha concesso un po’ del suo preziosissimo tempo e ha fatto due chiacchiere con noi. Eh sì, avete capito bene. Enjoy!
Out. Da animatori della movida punk pisana (suonavate in strada e nelle situazioni più improbabili, è memorabile il vostro live davanti agli studi di Radio Maria) ad animatori della scena rock alternativa italiana vantando collaborazioni con musicisti del calibro di Brian Ritchie (Violent Femmes), Kim e Kelley Deal (Pixies), con Jerry Harrison (Talking Heads) oltre ai nostrani Nada e Giorgio Canali su tutti. Avete fatto boom nel giro di pochi anni, ma siete riusciti a restare sempre voi stessi: che cosa serve per farvi montare la testa?
Karim. Mah, io credo che il montarsi la testa spesso sia un fenomeno che avviene in persone catapultate dal nulla in un contesto di affermazione. Noi abbiamo avuto un percorso graduale, in più siamo cresciuti musicalmente al Macchia Nera (storico centro sociale pisano) dove vedevi concerti di gruppi come No Means No, Henry Rollins, Scream, band che scendevano dal palco ed andavano a bere con il pubblico. Quando cominci a distaccarti dal tuo pubblico o a temerlo, beh, è il segnale che qualcosa non sta funzionando.
O. Che cosa sono per te gli Zen Circus? Se dovessi descrivere il gruppo visivamente, come lo descriveresti?
K. Per me gli Zen Circus sono una famiglia. E rappresentano l’impegno e la dedizione ad un ideale, ma soprattutto la passione, che stranamente aumenta ogni anno invece di scemare. Visivamente, descriverei la band come un furgone, non ce n’è. Sempre in giro e compatto.
O. Tu sei arrivato nella band nel 2003, all’ età di vent’anni. Com’è stato crescere all’interno del gruppo?
K. Quando sono entrato negli Zen nel 2003 ero una persona molto diversa da ora, sia musicalmente che caratterialmente. Avevo già inciso una decina di dischi (di cui alcuni discutibili) con varie band che avevo e fondamentalmente ero un chitarrista-cantante che aveva scoperto la batteria da un paio di anni, trovando in essa il proprio strumento. Ero stato poche volte in tour, vivevo alla giornata, ero disoccupato ed ero abituato a prendere tutto alla leggera. Dopo un annetto con gli Zen conobbi la “fame”e la miseria, che già credevo di conoscere (ma in realtà al peggio non c’è mai fine) (ride).
Capii che ero finito in un altro mondo (musicalmente parlando). Qui pur di andare in tour e portare in giro il nome Zen Circus, si pelava i soldi dai nostri miseri stipendi. E questo durò fino al 2008, anno nel quale riuscimmo a far diventare gli Zen un vero lavoro. Capii cosa era davvero la passione e l’urgenza espressiva. Negli anni presi i concetti di preofessionalità e di impegno sempre più seriamente diventando in breve un nazista. (ride)
O. Noi nati negli anni ’80 abbiamo vissuto (anzi subito) l’Italia del boom prima e quella del degrado poi. Oggi tu come vedi questa società, anche grazie alla possibilità di fotografare continuamente realtà differenti?
K. Io sono del 1982. Della mia infanzia ricordo un ottimismo esasperato ed una rincorsa al nuovo. L’Italia è un caso unico. Un caso sociale. Berlusconi è solo la punta dell’iceberg. Dal secondo dopoguerra l’Italia è diventata sempre più malata: OSS, Gladio, P2, stragismo, terrorismo rosso e nero, Ustica, Moby Prince, SISMI, SISDE. Siamo stati usati come pedine dagli USA nella guerra fredda, un’avamposto sacrificabile. Siamo il paese dei mille misteri, degli insabbiamenti, del “una mano lava l’altra” e tutti siamo contenti, tanto fanno tutti così.
Faccio questo giro largo nel discorso per dirti che quando lo stato e le sue arterie sono intasate, malate, corrotte e mistificatorie, il popolo di conseguenza cresce sotto di esso, autoingabbiandosi. E assorbe, assorbe…tutta la merda possibile, fingendo amnesie, dimenticandosi dei crimini commessi in politica e non, giustificandosi con un”tanto sono tutti uguali”. Eh no cazzo, non sono tutti uguali! Poi vai in tour, dal paesino alla metropoli e conosci persone stupende che ti fanno stare bene dopo 5 minuti che le conosci. Dal fan al salumiere, al receptionist dell’hotel. Questa è l’Italia. C’è tanta gente con le palle, mischiata ad un mare di merda.
O. In un momento storico-musicale in cui il talento si misura sui reality show, Sanremo continua ad essere considerata “la grande manifestazione musicale italiana”e il rock perde il suo significato originario, mi viene da dire “che si salvi l’underground?”.
K. In questi ultimi 3 anni si sta un po’ capovolgendo la situazione: la musica”alternativa”sta pigiando così tanto da venire alla ribalta, usando spesso mezzi alternativi. E così vedi gruppi underground che riempono i locali e fanno un numero di paganti simile a quelli di Amici e X-Factor. La scena rock italiana di questi anni sta spaccando il culo come non mai: Verdena, Teatro degli Orrori, Pan del Diavolo, Le Luci della Centrale Elettrica, Brunori S.a.s., Tre Allegri Ragazzi Morti, Mariposa, Criminal Jokers, Fast Animals and Slow Kids… queste sono band valide, altro che crisi!
O. Tre aggettivi per definire il nuovo album, “Nati per subire”.
K. Bello, forte, vario.
O. Ritorna come anche negli altri album un vostro forte anticlericalismo. Credi che la musica possa avere un ruolo fondamentale per “svegliare” un Paese ancora non in grado di svincolarsi da certi legami che, inevitabilmente, ci stanno conducendo verso una sorta di medioevo bigotto e classista.
K. Guarda, questo disco rispetto ad “Andate tutti affanculo”, è meno ricolmo di anticlericalismo, pur mantenendo in sé questo tratto. La musica può essere la miccia per svegliarsi e per aprire gli occhi. Io ricorderò sempre l’epifania che ebbi, quando scoprii i Ramones, i Nirvana gli Stooges, i Sonic Youth, i New York Dolls, Johnny Thunders, John Coltrane, Frank Zappa, i Black Flag, i Dead Kennedys, i No Means No, i Germs, i Cramps e mille altri gruppi. Il tuo cervello comincia a macinare input, ti svegli e cominci a guardarti intorno e a dire: “Ah, cazzo!” E allora scatta in te la voglia di vedere, annusare, leggere,informarti e mettere e metterti in discussione. Ma ripeto può essere la miccia, poi sta a te.
O. In una società come quella attuale, i “Nati per subire” hanno una minima possibilità di riscatto o sono costretti a continuare a subire?
K. Io credo che esista il riscatto. Che non vuol dire crescere nella miseria in un quartiere popolare, fare i soldi e tornare a casa a fare il bello col SUV. E credo che nonostante l’importanza dei contesti socio-economici durante la propria crescita, in fin dei conti, se non ti schiaccia un pullman, uno nella sua vita fa quello che vuole fare.
O. Come avete spesso dichiarato, l’approccio nei confronti dei vostri ascoltatori è paragonabile a quello dei testimoni di Geova. Andate rompendo le scatole di città in città, ma invece di bussare alla porta, proponete dei live fenomenali e indimenticabili: dal 5 novembre ripartite in tour, anche se in realtà gli Zen Circus sono perennemente “on the road”. Lo scambio d’amore che avviene durante i live credo sia la soddisfazione più grande per un musicista, non credi?
K. Per noi il tour è la vita. Quando torno a casa, stanco da 3-4 date di fila, giro la chiave nella porta, saluto il cane, cucino per me e per lui e mi stendo sul divano tirando un sospiro di sollievo: “ah, sono a casa”. Il giorno dopo mi rendo conto che non vedo l’ora che passino 3 giorni, per ripartire in tour. E non perché non so cosa fare, ma perché questa e la mia vita, oltre che il mio lavoro. E lo scambio d’amore, perché in fin dei conti di questo si tratta, tra Appino, Ufo, io ed il pubblico, è il climax che corona il tutto.
Videoclip: The Sickle, “Don’t you fail to try”
È la crisi, come cantavano i Diaframma. È la crisi, signora mia. E in tempi di crisi bisogna inventarsi i modi più assurdi per accattivarsi le simpatie degli acquirenti, bisogna improvvisarsi imprenditori. Farsi invadere il negozio da una punk band è indubbiamente un’idea eccellente, se poi la band in questione è quella dei padovani The Sickle, ancor di più. Accade tutto nel video del loro primo singolo, Don’t you fail to try, diretto da Massimo Toniato, tratto dall’album Hung up to dry.
Il punk, questo sconosciuto, che credevamo in Italia fosse morto e sepolto, eccolo che resuscita grazie a questi tre giovanotti che ci deliziano con canzoni ben fatte, divertenti e orecchiabili. Visto che ci siam dovuti ricredere sul rock’n'roll, credo sia il caso di farlo anche per il punk’n'roll. (F.P.)









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