Capolavoro pop di una formazione che di pop aveva pochissimo (formazione blues, virtuosismo all’ennesima potenza), “Selling England by the Pound” (1973) ha una fruibilità cristallina anche nei passaggi più difficili. Riesce ad essere cattivo e graffiante, ma con una leggerezza quasi da romanzo cavalleresco in cui le avventure si snodino volatili da brano a brano. Un quadretto cinico e sfottente, invece, è rappresentato dall’indolenza di Jacob il giardiniere, che resiste al chiacchiericcio del mondo con sublime ironia, nella canzone che vi proponiamo in una traduzione speriamo non pessima.
I Know What I Like – Genesis (1973)
È l’una spaccata, ora di pranzo
Quando il sole picchia ed io me ne sto sdraiato su una panca
Li posso udire mentre parlano…
Ci stava sempre Ethel:
“Jacob, svegliati! Devi ordinare camera tua!”
E poi il signor Lewis:
“Non sarebbe ora che se ne andasse a vivere da solo?”.
Oltre il muro del giardino due uccellini ti fanno cucù.
Ma tu tieni affilate le lame della falciatrice…
Rit. So quel che mi piace, mi piace quel che conosco
facendo progressi nel tuo guardaroba
e passi avanti nel tuo show
Domenica notte m’ha chiamato il signor Farmer e m’ha detto:
“Ascolta figliolo, stai perdendo il tuo tempo,
hai un futuro nel ramo delle scale anti-incendio: vieni in città!”.
Ma io mi ricordai una voce dal passato:
“Giocare d’azzardo paga solo quando vinci”.
Devo proprio ringraziare la vecchia signora Mort per aver educato un fallimento,
Ma tu tieni affilate le lame della falciatrice…
Rit. So quel che mi piace…
Quando il sole picchia ed io me ne sto sdraiato su una panca
Li posso udire mentre parlano.
Io sono solo il falciaerba:
Mi riconosci da come cammino.
Nel 1994 Cobain stava per suicidarsi, il rock era tornato ad essere “figo”, il comunismo era morto e si celebrava la generazione X dei giovani, carini e disoccupati della fichissima Seattle, fucina di talenti e di effimere fortune musicali (pare fosse un secolo fa: ci va ancora qualcuno a Seattle in pellegrinaggio sui luoghi dei Nirvana e dei Soundgarden?).
Arriva sulle scene un ragazzino, bluesman e busker che sforna un album sghembo dai suoni affascinanti e sgangherati, eclettico come non mai, misto di blues, rock e folk psichedelico e di tante cose che ci vorrebbe un tomo della Treccani per contenerne solo i nomi.
L’album (“Mellow Gold”) ritrae una gioventù dispersa, che vive alla giornata in una provincia fatta di nulla, un po’ d’alcool e lavori saltuari, motel polverosi e amori che vanno e vengono, e in questo universo di sfigati si erge questo Beck Hansen che ci spiega cosa sia essere davvero uno sfigato (come nella celeberrima “Loser”, ritratto del perdente per antonomasia).
Al singolo troppo inflazionato e ritrasmesso ho sempre preferito questa “Fuckin’ with my head”, un collage di sensazioni e slanci di vita e di nulla, fatto di visioni suggerite da stati pesanti di incoscienza e da quel po’ di allegria che ti può dare lo stare insieme con le persone che almeno non ti rompono le scatole fingendo amore.
Traduco il meglio che posso, tranne un aggettivo riferito agli stivali (“check-out” o “jackeyed”) che sfugge a ogni mio assalto.
Fuckin’ with my head (Beck)
Non sono affatto propenso a mettere da parte la mia dolce sensazione;
me ne sto a dormire in un vecchio sgabuzzino,
uomo patetico che piange sul suo cuscino.
Quando vorrai stare con me scopriremo chi si sta scopando la mia testa.
Mi ritrovai a New Orleans con uno spaventapasseri nei miei jeans
sbatto la fronte sul il soffitto, ho bevuto un caffè con il tappo di plastica.
Quando vorrai stare con me scopriremo chi si sta scopando la mia testa.
Il diavolo si è preso i tuoi collant che avevi in testa
e ora mi sta derubando, ma tutto quello che ho è del pan di granturco.
Tu trasformi il mio corpo in una gruccia
e io zoppico ovunque quando sento il tuo tocco.
Mi metto i miei stivali correndo a casaccio sulla foce del fiume
e ora parlo con il walkie-talkie,
con la carta di credito incollata in mano (ed è una bella sensazione).
Quando vorrai stare con me scopriremo chi si sta scopando la mia testa.
Mi fai sentire uno stronzo, e non ho un’anima,
no, non ce l’ho.
Dopo anni di progressive, di fasci di metafore e atmosfere sognanti, i Genesis tra il 1979 e il 1980 escono fuori con un disco pop magniloquente e difficile, pieno di temi difficili e dolorosi: l’alienazione davanti a uno schermo televisivo (la celeberrima “Turn it on again“), la lacerante separazione di Phil Collins dalla moglie (“Please don’t ask“), la maledizione di dio sugli uomini (“Duke’s end“), le pene d’amore di chi è tradito (“Misunderstanding“).
Un disco vendutissimo, che segna il trionfo dei Genesis come rockstar planetarie, ma che non credo piacerebbe più, denso di testi difficili che parrebbero pretenziosi al limite della presunzione. Eppure, se ci si spoglia dei pregiudizi sul “progressive” e ci si lascia guidare dalle note delle splendide tastiere di Tony Banks e da un Mike Rutheford finalmente convincente alle chitarre (io sono un estimatore di Anthony Phillips e Steve Hackett, che avevano lasciato il gruppo da tempo) “Duke” è uno scrigno di tesori che consiglio anche da chi ha le orecchie avvelenate dagli “artisti” che passano per radio. La voce di Collins, perfetta (il suo apice artistico), completa il lavoro.
“Cul-de-sac”, che provo qui a tradurre al meglio, è un viaggio nell’oscurità del destino umano , apocalisse senza speranza. Spero vi piaccia così come ancora, dopo decenni che ammiro la splendida copertina di Lionel Koechlin con un uomo che guarda fuori da una finestra dove sta sospeso uno spicchio di luna, sua unica compagna.
Cul-de-Sac
Svegliati, è giunto il momento che attendevi .
Nei meandri della terra, dove le ombre più crescono e più si deteriorano,
un’armata forte di migliaia, ossessionata dal torto e dalla ragione,
avverte che il suo tempo è giunto:
essi si volgono quindi verso la luce dalla regione della notte
marciando sempre più forte:
sono quasi fuori all’aria: non ci vorrà molto.
Sai di essere alla fine, è solo questione di tempo.
Pensavi di dominare il mondo per sempre:
lunga vita al Re, nessuna pietà per lo sconfitto.
Dopotutto, non sei mica quello che pensavi di essere,
sei solo un fatto naturale, un altro vicolo cieco
nella percorso crudele della natura,
e tutti quei sogni da vecchio rimarranno storie non narrate,
interrotto alla tua prima, estinto prima della fine del suo tempo.
Il nemico ora emerge, comincia a scendere l’ombra;
nessuno sa cosa lo ferisca, dopotutto nessuno può vedere nulla,
e anche se la fine è vicina, loro non ne sono consapevoli.
Come puoi combattere un nemico così mortale
se non sai nemmeno che è lì?
E quando il tutto è finito…
forse c’è qualche via di fuga?
Come sarebbe vivere, pensare, amare, farsi compagnia se noi fossimo un essere unicellulare, un’ameba?
Mike Heron scrive questo pezzo incredibile, fatto di molli note psichedeliche a cui abbandonarsi per vivere una “vita senza tempo”, mentre si contemplano gli altri esseri viventi e, se ci si sente soli, basta scindersi molecolarmente per avere il proprio compagno di giochi.
Il pezzo è della Incredible String Band che lo incluse nel suo album capolavoro “The Hangman’s Beautiful Daughter” (1968), un album che non può mancare fra gli scaffali di chi ama la musica. Nella strofa iniziale è incorporato un canto spiritual delle isole Bahamas “I Bid You Goodnight” e alla fine un inno Sikh (“May the pure light within you”), confermando l’ispirazione eclettica e World-music ante litteram della band inglese.
La traduzione è mia, al solito, e spero non rovini le splendide liriche di Heron (suggerimenti e correzioni sono ben accetti).
The Incredible String Band – “A Very Cellular Song” (M. Heron)
L’inverno era freddo e i vestiti leggeri, Ma il gentile pastore prende una decisione: “O cara madre, cosa devo fare? Jenny, fai gioire prima i tuoi occhi e poi le tue orecchie, scambiando doni d’amore di’ la buonanotte.
Sdraiati mia cara sorella non ti sdraierai per riposarti? non chinerai il tuo capo sul petto del tuo salvatore? Io ti amo, ma Gesù ti ama oltre ogni immaginazione ed io ti auguro la buonanotte (buonanotte) una di queste mattine lucenti, premature e belle (buonanotte) né un grillo, né uno spirito mi griderà contro (buonanotte) io vado camminando nella valle dell’ombra della morte (buonanotte) il suo scettro e il suo bastone mi conforteranno (buonanotte) Oh John, il segno, lui vide il segno (buonanotte) Oh John ho visto gran quantità di segni (buonanotte) “A” sta per “arca”, quella nave meravigliosa (buonanotte) Come sai, l’hanno costruita sulla terra portando l’acqua per farla galleggiare (buonanotte) “B” sta per la “Bestia” alla fine del bosco (buonanotte) Come sai, essa mangiò i fanciulli quando non erano buoni (buonanotte) Me lo ricordo bene, sì me lo ricordo proprio bene (buonanotte) Camminavo in Gerusalemme proprio come John (buonanotte).”
Chi perderebbe e chi si ferirebbe e chi vivrebbe stupidamente? E chi amerebbe ciò che ci rivela a noi, riempiendo l’aria di gioiose canzoni? Chi se ne andrebbe, chi verrebbe, e chi semplicemente se ne starebbe lì in attesa? Chi si siederebbe dietro la tua sedia e ruberebbe il tuo zenzero in cristalli? Nebulose vicinanze piangono a me in questo attimo senza tempo Qualcuno a me caro mi vuole vicino, mi innalza, avverto volare vibrazioni Attraverso manghi, melograni e pianure, tutte uguali Quando ciò mi raggiunge mi insegna anche a singhiozzare
Chi sarebbe leone, chi topo? E chi sarebbe il più obbediente? E chi udrebbe chiara la direzione dall’innominabile essere che dà i nomi? Chi ignorerebbe e chi sopporterebbe? E chi mentirebbe quietamente? Chi cavalcherebbe una giraffa al contrario, fermandosi ogni tanto per farsi una risata? Le amebe sono proprio piccole piccole…
ohhhh… Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo Se ho bisogno di amici mi limito a girare su me stessa e mi divido in due E quando scopro che ci sono due me, entrambi belli come io sono Ci mettiamo a strisciar via e sguazzare Non ci sono proprio problemi mentre vivo questa vita senza tempo
Pelo nero o marrone, piume e squame semi e polline, e tutte quelle vite che vivono senza nome. Volgi i tuoi nervi tremanti nella mia direzione e senti che l’energia, protezione delle mie cellule, ti augura la buona fortuna. Possa un eterno sole brillare su di te: tutto l’amore ti circondi E la pura luce che è in te ti guidi nel tuo viaggio…
Un’altra traduzione tratta da un quaderno dei tempi che furono. Un altro pezzo di Alan Stivell che suona i poeti di Bretagna musicati da suo padre.
An eur-se zo ken tost d’ar peurbad (Quest’ora così vicina all’eternità)
Testi Maodez Glamdour Musica Jord Cochevelou
I corvi sono andati da lungo tempo ad adagiarsi sulla torre
Il sole splendente se n’è andato da lungo tempo sull’altra sponda del mondo
Spenta è la luce del giorno, ma nella mia camera ho visto una luce
Nel profondo della mia anima ho visto una luce
O intimo chiarore,
Tu
Così vicino all’eternità
Fuori c’è l’inverno, spogli gli alberi, gelati i fiori
La nebbia stasera stende il suo pauroso dominio
Ma nella mia camera
Sulla mia scrivania ho un ciclamino rosso in fiore
Ed anche nel mio cuore un ciclamino rosso in fiore
E nel segreto della mia anima un ciclamino rosso in fiore
O vita nel mistero,
Tu
Così vicina all’eternità
O pace,
Il mondo si è rannicchiato nel suo sonno
Gli allocchi non dànno più alcun suono stasera
E nella mia camera, nel mio spirito
Il grande fiume dei pensieri umani pare arrestarsi silenzioso
Ma nel segreto della mia anima
Odo cantilenare una voce limpida
La voce di una sorgente, mia preghiera
O canto di quella vita,
canto così vicino all’eternità
Alan Stivell - Trema'n Inis (Verso L'Isola) - 1976
Una traduzione dal francese di una vecchia canzone bretone del padre del grande arpista Alan Stivell, che aveva musicato un poemetto sul giorno del giudizio e sul suo angelo, il Ventesimo Arcano dei Tarocchi.
Non ho più il booklet (solo eterei file digitali della canzone) e non mi resta che qualche appunto su carta.
Echi dell’Apocalisse di Giovanni “verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te”, per poter domandare agli uomini il perché gettino via la propria vita in giorni senza significato.
RINNEN XX (Arcano 20)
musica: Jord Cochevelou; testo: G.B. Kerverzhioù
Stasera, a metà del cielo, ho visto un angelo
guardiano degli amori che non trovano la loro anima gemella.
Non giungerà nessuno a spezzare la loro prigione,
non arrivano mai costoro a rigettare il dubbio.
Stasera ho visto un angelo a metà del cielo
che mi ha detto di credere nel Liberatore,
perché noi saremo maturi per essere sconfitti:
“Io verrò in mezzo a voi come un ladro”.
Stasera, a metà del cielo, ho visto un angelo;
mi gridò: “attenzione, sono qui per giudicarvi
per il momento che è fuggito, per la volontà che dorme,
per i giorni senza significato: voi ne assaggerete la vergogna!”.
Dopo aver provato a tradurre “Feel”, ho pescato una canzone “minore” di Syd Barrett dal suo secondo album (Barrett, 1970) cantata con voce logora da un artista sulla soglia della follia, che si aggrappa con una voce stentata a dir poco ai rimasugli del proprio cuore per essere il lucido se stesso di sempre. E di lì a poco la follia.
Eppure mi incuriosiva sapere cosa dicesse di preciso una canzone la cui parola più frequente è “you”, “te”, la persona oggetto/soggetto di un amore che nasce e sfiorisce.
Il testo è sgualcito, tenue, senza ritornelli, scarno come un temino di scuola media (lontano dall’ermetismo di “Feel”) con poche cerniere logiche, ma inquietante ed amaro, con l’incessante “you” martellato a mo’ di rivendicazione di esistenza di un amante abbandonato.
È il flusso di una storia di un ritrovarsi ma anche dello smarrimento del senso, dello scivolamento verso un vuoto senza vertigine, senza eccitazione per il lasciarsi cadere. L’unica difesa possibile sono poche parole farfugliate di chi dice di non aver mai mentito, senza riuscire però a dare una direzione ai propri passi, diviso da un muro invisibile in cui gli sguardi uniscono e allontanano insieme.
E poi c’è la domanda, sussurrata e crepuscolare, che alberga come infinita paura nei cuori di ogni persona, anche di chi dice di avere tutta la verità in tasca: “Perché sono qui? Che significa tutto questo?”.
Signori, questo era Syd Barrett.
I Never Lied to You – Syd Barrett (“Barrett” 1970)
Ci sono spalle che pressano nella hall
e io non saprò affatto se tu sei lì;
ci saranno vino e cose da bere in cortile
e non ce ne saranno di troppo forti;
ci saranno tante cose che potremo fare
e tutto e ancor di più sarà per te.
Tutto quello che ho fatto,
ho provato a farlo con te
ma tutto per te non era mai facile.
Così sono andato avanti intorno al mio mondo:
ho visto le cose che fai arrivandoti vicina
e ho visto che anche tu mi osservavi.
Ma io so questo, che non ti ho mai detto bugie.
È come se tu fossi andata via solo un giorno, per così tanto,
è stato così duro sopportare che tu non ci fossi.
Ma sebbene io pensi a te, alle cose che fai
a quando sono con te, allo stare con te,
allo stare da solo…
io riesco solo a pensare:
“Perché sono qui? Che significa tutto questo”.
Phil Collins coi capelli @_@ e Peter Gabriel rasato come un faraone egiziano (la foto risale all'entrata di Collins nel gruppo dopo il terzo album).
I Genesis e il loro cantante Peter Gabriel avevano poco più che un diploma e 18 anni in tasca. Sfornano un primo disco che passa assolutamente inosservato, distrutto da una produzione atroce e violini zuccherosi al limite della carie dentale.
Eppure… eppure è un album acerbo e interessante, con un Gabriel in stato di grazia, cantante e poeta. Forse troppi svolazzi da post adolescenti, ma francamente non conosco alcun diciottenne che abbia mai sfornato robe simili, Nikka Costa permettendo.
In Hiding – da “From Genesis To Revelation” (1969)
Raccoglimi, riponimi
spingimi, fammi girare
Accendimi, lasciami andare:
io ragiono con la mia testa.
Stando nascosto,
lontano dalla città della notte
e dalle fabbriche della verità,
me ne sto su una montagna
a un milione di miglia da casa mia
e dai volti della paura.
Sono libero di pensare
Stando nascosto,
posso abbandonare
le maschere che tengo in viso.
Galleggio su un fiume
a milioni di miglia dai lamenti
che traforano le nuvole.
Sono perso nella bellezza
stando nascosto.
Raccoglimi, riponimi
spingimi, fammi girare
Accendimi, lasciami andare:
io ragiono con la mia testa.
Vorrei che tu fossi qui
stando nascosto.
Finalmente giaccio silenzioso,
libero dal mio passato.
Cammino fra alti alberi:
questa è la bellezza che conosco
ed amo tutto ciò.
Sono libero di amare
stando nascosto.
La splendida voce di Elizabeth Frazer ha segnato la mia immaginazione da quando dagli scaffali di un negozio ho comprato nel lontano 1998 “Mezzanine” dei Massive Attack. Suoni subsonici che pulsano, mentre si intrecciano parole liquide e brucianti: una storia d’amore, la vertigine di un sentimento che sta per nascere e che vuole rapidamente consumarsi, ma anche il pianto.
Il testo inglese è qui (sul booklet non c’è, ma credo sia una trascrizione fedele): la traduzione la abbozzo io, spero fedele.
Il videoclip trasporta la canzone in un utero materno, dove un bimbo sperimenta la tenerezza e l’orrore del dover nascere. Video fuori dai canoni: o lo si ama o lo si detesta con orrore, e non è il mio caso. A voi il giudizio.
TEARDROP
[EDIT- nei commenti troverete l'ottima traduzione di ROX - Enjoy ^^]
Diamo per scontato che sappiate chi è Syd Barrett, anche se ormai nessuno ha tempo di seguire la sua voce deformata dalla follia, la sua chitarra non sempre a tempo e suonata a mo’ di grattugia, i testi in un inglese troppo spesso difficile.
Il fondatore dei Pink Floyd visse artisticamente tre anni fino al 1970, per poi di botto sparire, facendo in tempo a editare due album pieni di melodie sghembe, di suoni di una psichedelia profonda e avvolgente grazie a un parterre di musicisti mostruoso (elementi dei Pink Floyd e dei Soft Machine).
La mia preferita è stata da sempre “Feel”, tratta da “The Madclap Madcap laughs”, dal testo non privo di ambiguità e volutamente ermetico, con una visione di una donna presso un ponte, una folla che la segue osannandola e proclamandole il suo strano amore, fino a una scena che forse allude a un suicidio, con un grido strozzato e una campana che suona, pare a lutto. Su tutti, lui, il poeta, che forse ricorda, ma ancora ama.
Provo una traduzione lacunosa (qui per il testo in inglese), che spero verrà integrata da qualcuno che l’inglese lo mastichi meglio di me.
FEEL – Syd Barrett
Tu mi senti
lontano, troppo vuoto, oh così solo.
Voglio andare a casa
e ritrovarmi in un notturno.
“O dama bionda”, essi gemono,
“come amo che tu stia al mio fianco”
la folla al suo fianco…
ella vagava sul ponte presso l’acqua.
Ella perde il suo passo…
lontano, testardo crebbe un prato
a parte in una piccola valle. “Dentro un occhio sii tu colei che è sola, o mia sposa”.
Essi si agitano:
come ch’io vivo sulla ruota che dondola.
Un grido strozzato
una malvagia campana che suona
l’angelo, la figlia.
Hanno sparlato di noi