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EBOOK – Betty Poison Japan Tour
Qualche mese fa abbiamo seguito l’avventura giapponese dei Betty Poison con grande curiosità: i Betty, assieme ai Pandora’s Bliss di Annika Kreusch, sono volati in un altro mondo, pieno di suoni, luci e colori diversissimi dai nostri, ma nel contempo così vicini. Lucia Rehab ci ha raccontato tutte le scoperte di questo viaggio con occhio curioso, da antropologa e mai da turista, prendendoci per mano e trascinandoci per strade ricolme di gente, palchi, giardini zen, e noi l’abbiamo seguita passo passo per dieci bellissime puntate.
Ma il blog stava stretto ad una scrittura di quel respiro, il blog è un ecosistema che fa fluire le parole tra pagine che non sono pagine: serviva una pagina che non fosse metafora di pagina.
Abbiamo, perciò, creato un libro fatto di bit, un ebook liberamente scaricabile, leggibile, stampabile, redistribuibile, e abbiamo così riscoperto quelle parole che stavano in archivio. Lucia ha inoltre aggiunto una traduzione inglese a fronte.
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Betty Poison Japan Tour (10) – Ultima gig. La lunga linea Chiba-Seattle. Arrivederci.
Betty Poison Japan Tour (10) -
Ultima gig. La lunga linea Chiba-Seattle. Arrivederci.
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Sesta, Settima, Ottava, Nona.
Chiba, data conclusiva del tour. Suoniamo nel locale di Koichi, un bassista che a quarant’anni ne dimostra venticinque (come vi dicevo nei precedenti “capitoli” i giapponesi, da questo punto di vista, sanno essere davvero sorprendenti), è amico di Krist Novoselic dei Nirvana, ha portato a suonare sullo stesso palco anche il chitarrista solista dei Foo Fighters, ha un altro locale a Seattle e sta pensando di aprirne uno anche a Los Angeles.
Dividiamo la scena con una band grunge-metal dalla cantante aggressiva e inquietante, con il gruppo dello stesso Koichi, che uscirà a breve con la Subpop, con dei ragazzi che a tratti mi ricordano i Cure e ovviamente con i Pandora’s Bliss, che eseguono la più bella versione di “Boehmian dust cake” della loro storia. Sulla coda Annie impazzisce, scende dal palco, emette suoni da uccello, simula gesti autolesionistici, colpisce l’asta del microfono, per poi finire con una lunga improvvisazione strumentale, prima malinconica e poi sempre più frenetica, isterica, bellissima. Lasciano veramente il segno. Anche noi non ce la caviamo male e alla fine del nostro set facciamo salire sul palco Koichi e un ragazzo scalmanatissimo che nel corso della serata conosceremo meglio, ci farà da interprete con i giapponesi che non parlano inglese, si farà truccare gli occhi, si cospargerà il naso di efelidi disegnate con un pennarello rosso, ci parlerà della sua fidanzata australiana, del fatto che Shibuya e Shinjuku siano dei “pubblici scopatoi” e ci dirà di aver vissuto un anno e mezzo in America e di essere il figlio di un mercante d’arte.
La richiesta invasione di palco, sul finale di “Silly pop song”, si porta via gli effetti di Nunzio, ma non importa, e tutto finisce nel clamore di una serata catartica che va avanti anche dopo che crolliamo nel backstage, che peraltro è dotato di ogni comodità, doccia inclusa. Koichi infatti continua a suonare con i suoi amici e dà vita ad una jam alcolica che si protrae per non so quanto tempo, visto che torno alla vita solo nel primo pomeriggio del mattino dopo.
Un vento fortissimo e una strana luce ocra invadono la città e tutto è immerso in un silenzio suggestivo… il tour è finito. Con un pizzico di immodestia possiamo dire di essere stati bravi. Ci godiamo l’ultima giornata di riposo prima della partenza salutando gli amici, chiacchierando con una batterista di Chicago, preparando pacchi e pacchetti, mangiando in un ristorante tipico, sorseggiando birra fredda durante l’happy hour e sentendoci rilassati e felici dall’altra parte del mondo e come non eravamo da tempo. Quando cala la sera una luna bellissima sale nel cielo, apparentemente così vicina che chiedo agli altri “Ma è possibile che qui la luna sia più grande o è un’illusione?”, come se avessi tre anni. Ed è esattamente con questa immagine, che mi ha realmente inchiodato, naso in su, in quel di Chiba, che ho deciso di concludere questo report. I Betty salutano quindi il Giappone, il suo fascino assoluto, la sua enigmatica ma radicale passionalità, la sua dignità, il suo pazzo cuore e il suo bellissimo cielo.
Arigato Gozai Mashta e arrivederci a presto!
Lucia Rehab
Betty Poison Japan Tour (9) – “Frullato di stranieri”. Lezioni di agopuntura. Scontro con gli inglesi.
Betty Poison Japan Tour (9) -
“Frullato di stranieri”. Lezioni di agopuntura. Scontro con gli inglesi.
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Sesta, Settima, Ottava.
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Un altro day off. God bless the days off. Siamo ospiti di una ragazza che ama avere intorno “poeti, santi e navigatori” occidentali. Arriviamo nel primo pomeriggio e scopriamo che è stata allestita a terra, all’uso giapponese, una cena buffet con maiale affumicato dalla padrona di casa, verdure di diverso tipo e una pregiata bottiglia di sakè di Hiroshima portata da Takeshi, agopunturista che si presenta con la sua intera classe di apprendisti e che ci darà dimostrazioni per tutta la sera tirando fuori aghi monouso dalla tasca e infilzando volontari. Uno di loro è un ragazzo di Kyoto, gli parlo della bellezza della sua città e quando faccio riferimento alle geisha, che a Kyoto ancora si possono incontrare per strada, lui ride e si imbarazza tantissimo, cosa che io trovo semplicemente adorabile.
Ci sono anche una ragazza scozzese, una belga, tre inglesi, un canadese, una francese, una finlandese e un paio di coreani, tutti con il loro cartellino di riconoscimento in evidenza. Sul mio c’è scritto: “Lucia, musicista” e poi, tra parentesi, “Pandora”. Non mi metto a rettificare, né a chiarire con la padrona di casa che siamo due band, sono troppo stanca, affamata e felice per fare altro che rilassarmi e divertirmi. Nel corso della serata Annika si fa rimettere in sesto da Masako, un’anziana e bravissima massaggiatrice, io chiacchiero con i giapponesi, con i coreani e con i finlandesi mentre Ayano, una bella ragazza con la faccia “da cinema”, scoppia a piangere commossa perché vorrebbe restare. Nel frattempo Nunzio ha un alterco con gli inglesi, che trova estremamente arroganti, e comincia a rispondere per le rime. Volano scintille, in seguito uno dei due viene a scusarsi, minimizzando, ma Nunzio rifiuta sdegnosamente le scuse e resta furibondo per tutta la sera, né io mi sento di biasimarlo, perché sono fatta nello stesso modo e ritengo che la diplomazia incontri sempre il limite dell’amor proprio. Intanto la notte avanza, la bottiglia di sakè si svuota (insieme a diverse bottiglie di vino e ad una di assenzio) e i giapponesi si ritrovano a guardare il mio profilo Facebook mostrando particolare apprezzamento per la foto in cui mi punto una pistola alla tempia… cominciano a sorridermi festosamente ripetendo “Suicide! Suicide!” e io penso che forse dovrei procurarmi il famoso “kaishakunin” di cui parlavamo qualche capitolo fa.
Me ne vado a letto quando gli inglesi cominciano a sculettare su un pezzo dance (immagine, peraltro, assai brutta…) e mi sveglio il mattino dopo con il suono delizioso di un vociare di bambini che giocano e che mi fanno sembrare la primavera una cosa meravigliosa, presente e nello stesso tempo lontanissima da me.
(continua – 9)
Betty Poison Japan Tour (8) – Fukushima. Bamboline o demoni? Terremoto alle prime luci dell’alba.
Betty Poison Japan Tour (8) -
Fukushima. Bamboline o demoni? Terremoto alle prime luci dell’alba.
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Sesta, Settima.

Il giorno dopo suoniamo ancora con il gruppo di Koji, che stavolta si presenta in acustico con dei brani inediti e una formazione chiamata “Koji and his grunge friends”. Con lui c’è Hideaki, un amico musicista che farà un featuring con lui. Insieme ci parlano della tragedia di Fukushima e ci raccontano di essere andati lì subito dopo il disastro nucleare, sia per “rendersi conto della situazione”, sia per supportare la popolazione locale in preda all’isteria. La cosa mi colpisce molto, in effetti è un tipo di atteggiamento che raramente si incontra ad altre latitudini, specie in situazioni ad alta induzione di panico e dove la presenza fisica di estranei sul luogo del disastro può fare ben poco. Parliamo anche del grunge, di cucina locale e del perché Koji abbia lasciato la scuola per dedicarsi alla musica ed è proprio lui ad aprire i live set, dandoci una bellissima prova di malinconia grunge e straordinaria espressività vocale.
Seguono le stesse ragazze con cui abbiamo diviso il palco anche ad Osaka e che mi ricordano le L7, Megumi, Kanako e Rumi. La cantante è una conturbante bellezza in total black e calze a rete, la batterista è un discreto carro armato sorridente e la bassista, Rumi, è un personaggio assoluto. Dall’esterno sembra una bambolina iperattiva, salta sui divani nella sua gonnellina rosa, ride deliziata, fa “smorfiette” e linguacce e poi sale sul palco ed è di una potenza infernale e di una presenza scenica devastante! Ovviamente anche questo ennesimo “paradosso crossover” mi fa impazzire, essendo abituata a un mondo in cui le “cattive ragazze” che suonano come le L7 si aggirano fuori dal palco con l’atteggiamento di Jennifer Finch e quelle che sembrano cartoni animati poi cantano effettivamente le canzoni di Cristina D’Avena.
Ancora più estremo, da questo punto di vista, il gruppo successivo, la cui cantante si aggira sorridente per il backstage, distribuendo flyers rosa con ripetuti inchini e avvisando tutti che sta per cominciare il suo set. Ha i capelli corti, il classico “faccino pulito”, una gonnellina a pieghe e l’aria innocente, potrebbe essere un’insegnante di catechismo delle elementari. Una volta sul palco, invece, dà vita a una realistica evocazione dell’Anticristo con una serie di urla belluine su più registri, mentre contemporaneamente si muove a scatti mostrando il bianco degli occhi e i suoi compagni di band si danno allo sperimentalismo isterico. Sembra “L’esorcismo di Emily Rose” e io ne ho timore! Da quel momento la ribattezzo “Satana” e la chiamo così anche quando torna “normale” e risponde con timidi sorrisi e sguardi da cerbiatta ai miei complimenti.
Il set dei Pandora’s Bliss è clamoroso, uno dei più belli e potenti di questo tour. Cominciano le invasioni di palco, chi si spoglia, chi si agita, chi si rotola a terra e anche noi in effetti aggiungiamo delirio a delirio, la gente mi commuove, adoro queste persone seminude, mi rotolo nel mio stesso sudore e cerco di esprimere in giapponese tutta la gioia che sto provando. Alla fine ce ne andiamo a dormire a casa di Rye, la ragazza che ci ospita, e alle prime luci dell’alba sono talmente in catalessi da non avvertire una scossa di terremoto che invece terrorizza Nunzio, che all’improvviso sente il pavimento oscillare da una parte dall’altra. Si volta verso Roman, Roman lo guarda e sussurra: “Shakey shakey!”. In Giappone sono cose che succedono.
(continua -8)
Betty Poison Japan Tour (7) – “Metti le scarpe, togli le scarpe”. Volumi inenarrabili. La foresta dei suicidi.
Betty Poison Japan Tour (7) -
“Metti le scarpe, togli le scarpe”. Volumi inenarrabili. La foresta dei suicidi.
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Sesta.
Nuova gig a Tokyo, insieme al gruppo del nostro amico Koji, una cover band degli Alice in chains chiamata filologicamente “Rain when I die”. Uscendo di casa perdo un sacco di tempo per mettermi le scarpe e capisco per quale motivo qui in Giappone sembrino aver abolito i lacci… non deve essere semplice entrare e uscire da ogni abitazione infilandosi e sfilandosi, come il costume richiede, complicatissimi anfibi al ginocchio come i miei. Il batterista di Koji, Andrea, è un italiano… marchigiano, per la precisione, lavora e vive a Tokyo e ha sposato una giapponese, Yumi, che ha trentasette anni, ma ne dimostra dieci di meno e questa è un’altra delle caratteristiche che rilevo in moltissimi giapponesi che incontro. Ci parla un po’ della sua vita e ci dice che nel complesso si trova molto bene, dell’Italia gli manca la capacità che abbiamo di esprimere disinvoltamente i sentimenti rispetto al pudore nipponico, che spesso sfocia in un’enigmatica incomprensibilità e nella totale repressione emotiva, ma in generale non tornerebbe mai in patria e non sembra averne la minima intenzione, visto che in Giappone ha trovato sicurezza economica, un completo rispetto delle regole di convivenza, amici e amore e che sta benissimo così. Il concerto dei “Rain when I die” è davvero potente, sono bravissimi e Koji ha una voce stupenda.
A parte loro si esibiscono, come capita sempre, diverse altre band. I volumi, come abbiamo già riscontrato e come riscontreremo, sono sempre altissimi, non capita mai che qualcuno chieda di abbassare o che si registri la necessità di contenere un suono che è sempre debordante e stratosferico.
Tra un concerto e l’altro beviamo e parliamo di musica, delle nostre storie e di cose belle, intense, grottesche o inquietanti, come l’altissimo tasso di suicidi che vede il Giappone detenere un primato che il governo cerca in tutti i modi di contenere, anche per non rendere il suicidio una specie di etichetta culturale del Paese. Diverse stazioni della metropolitana hanno delle barriere di protezione che avevo già notato e dei sensori che fanno fermare tutto quando si oltrepassa la linea di sicurezza, ma gli aspiranti suicidi si sono fatti furbi e vanno a buttarsi direttamente dai cavalcavia, quando il treno sta prendendo velocità, e ci sono squadre efficientissime in grado di “ripulire” i binari dai resti umani in pochissimi minuti. Ai piedi del monte Fuji c’è invece la foresta di Aokigahara, sinistramente ribattezzata “la foresta dei sucidi”, dove vanno regolarmente a impiccarsi talmente tante persone che i residenti si dichiarano ormai in grado di distinguere “a occhio” i normali escursionisti dagli aspiranti suicidi che si addentrano nei boschi e in questo secondo caso la prassi è quella di avvisare immediatamente la polizia, affinchè inizi le ricerche dopo poche ore
. Tra i tanti che decidono di farla finita molti sono “salarymen”, colletti bianchi un tempo simbolo di stabilità professionale, ma ormai da tempo schiacciati da lunghi orari lavorativi e basso prestigio nelle gerarchie aziendali, non mancano comunque anche studenti, anziani e donne. E’ un dramma vero, probabilmente dovuto anche a una certa mentalità per cui lamentarsi dei propri problemi e in generale esternare le debolezze è visto come qualcosa di concettualmente sbagliato e moralmente imbarazzante. Ci rifletto, tornando a casa in macchina, mentre il cielo di Tokyo continua a rovesciarci addosso una pioggia sottile e insistente e allo stereo ascoltiamo cose lontanissime nel tempo o totalmente bizzarre come “Moonlight shadow”, la soundtrack del film “L’esorcista”, che non avevo mai sentito per intero, e il tema melodico di “Astro del ciel”…
(7- continua)
Betty Poison Japan Tour (6) – Le mille luci di Shibuya e Shinjuku, yakitori e il crocifisso-souvenir
Betty Poison Japan Tour (6) -
Le mille luci di Shibuya e Shinjuku, yakitori e il crocifisso-souvenir
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta, Quinta.
Day off. Ce ne andiamo a Shibuya e a Shinjuku e osservo tutto quello che abbiamo intorno. Peraltro incontro il transessuale più bello che abbia mai visto, una donna stupenda con appena qualcosa di maschile nello sguardo e un’aria vagamente truce che trovo meravigliosa. Tante anche le nonnine curve e fragilissime, le pettinature sagomate, le calze sopra il ginocchio, i lavoratori distrutti che si addormentano pesantemente in treno o in metro e che vediamo persino addormentarsi mentre camminano e andare a sbattere contro i muri. È palese che lavorino in modo indefesso. In entrambi i quartieri si alternano case da gioco, megastore di elettronica, ristoranti di ogni tipo, outlet europei e americani. Mia ed Annika dei Pandora’s Bliss cercano invano un abito “tipico” per la loro madre ed io sono felice di aver comprato il servizio da sakè per i miei in uno dei negozietti della Nakamise, a ridosso del tempio Sensoji.
Al ritorno chiacchieriamo ancora del più e del meno con Uchida e mangiando dei saporitissimi spiedini di pollo chiamati “yaki tori” parliamo della pratica della cremazione, che in Giappone è la regola e che Uchida lega a un’epidemia di colera avvenuta più di 2000 anni fa. Mi dice anche che nei cimiteri ci sono solo le urne e che le ceneri di alcuni sono inviate a pagamento nei templi in modo che i sacerdoti possano coinvolgerle nei loro riti.
Parliamo anche dell’imbalsamazione dei monaci buddisti, della “Soka Gakkai” e in generale delle istituzioni religiose come fenomeno strutturato e politico e alla fine scopriamo con divertimento che il grosso crocifisso appeso in bella vista sul muro di Uchida, ateo e materialista, sebbene in senso molto giapponese, è un semplice souvenir portato dall’Italia, in pratica l’equivalente di tutti quegli oggetti orientali che alle nostre latitudini percepiamo come esotici. Vado a dormire piena di informazioni, con un paio di nuove frasi da memorizzare e con un libro della Fallaci che Ale Luminal mi ha prestato prima di partire, “Intervista con il potere”, aperto al capitolo “Ayatollah Khomeini”…
Betty Poison Japan Tour (5) – Interazioni live. Occhiali da sole in regalo. Il fetish delle uova
Betty Poison Japan Tour (5)
Interazioni live. Occhiali da sole in regalo. Il fetish delle uova
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza, Quarta.
Serata all’”Outbreak”, il locale di Mr.Uchida. Posto bellissimo, personale efficientissimo, grandissima accoglienza. Tra il soundcheck e l’esibizione si tiene un piccolo meeting in cui le band vengono presentate insieme agli addetti ai lavori, in modo che chiunque possa ringraziare ed essere ringraziato. Lo fanno tutti, spesso inchinandosi, anche i rocker più “scapigliati”, e la cosa mi fa impazzire, come mi fa impazzire il fatto che a fine serata non ci sia neanche uno schizzo di birra sul pavimento, né il “tappo” di carta igienica nei bagni (fantascienza per chi è abituato a trovare in Europa, in circostanze analoghe, ambienti ridotti come dopo il passaggio dei lanzichenecchi…), e questo perché amo la conturbante vertigine data dai paradossi e il senso parossistico della disciplina dei giapponesi, anche nel delirio, anche nella degenerazione.
Altra differenza che posso registrare è il fatto che si suoni prestissimo. Soundcheck medio alle tre, alle due e mezza, a volte anche all’una del pomeriggio, live acts dalle 18.00 fino alle 20.00, massimo le 21.00 di sera, e devo dire che questa prassi lascia moltissimo spazio all’”afterparty”, quando si ha ancora addosso l’adrenalina del live e molta parte della notte davanti. Noi suoniamo per penultimi, prima dei Pandora’s Bliss e dopo un gruppo grind, un gruppo hard rock e un altro paio di rock bands di orientamento vario. Il concerto viene trasmesso in streaming e devo dire che i miei sforzi per imparare almeno qualche rudimento di giapponese stanno dando i loro frutti. Presento la band, ringrazio il pubblico per la bellissima serata e brindo alla salute collettiva “in lingua”. A parte questo durante il live chiedo in prestito un paio di occhiali da sole a una ragazzo in prima fila, che me li regala, scavalco la transenna e mi mescolo alla gente, che si presta con totale spontaneità all’operazione. Anche durante il concerto dei Pandora continuo a vivere questa frenesia interattiva e pesco persone a caso con cui ballare, con cui brindare, con cui accompagnare il ritmo dei brani e il tutto vagando in reggiseno, con un grosso cuore disegnato con il rossetto all’altezza di quello di carne e le braccia piene di scritte, in inglese e in giapponese.
A un certo punto improvviso un’invasione di palco e passando dal backstage sbuco alle spalle dei ragazzi facendo segno al pubblico, con l’indice sulle labbra, di non tradirmi prima che mi abbiano spontaneamente notato. Quando i Pandora’s Bliss si accorgono di me la cosa si trasforma in un evento collettivo. E’ veramente una bellissima serata. Alla fine del concerto ci trasferiamo in un altro locale, in cui beviamo del gin e brindiamo con un gruppo di ragazzi che mangiano un mucchio di uova, altra cosa per cui i giapponesi sembrano avere un vero e proprio fetish. Tra un uovo e l’altro uno di loro mi fa capire a gesti di avermi riconosciuta, puntando il dito in corrispondenza della mia faccia su uno dei volantini che hanno preso dal bancone… ma non mi offre neanche un uovo. Peccato. Torniamo a casa “stanchi ma felici”, come nella migliore tradizione dei temi delle elementari, e crolliamo in un sonno di piombo. Quando finalmente mi alzo e mentre mi lavo i denti sento, all’improvviso e tutto a un tratto, come il rumore di una cascata… la pioggia giapponese ha fatto un blitz.
(continua, 5)
Betty Poison Japan Tour (4) – La Porta del Tuono
Betty Poison Japan Tour (4) – La Porta del Tuono
Il tempio “Sensoji” e la “Porta del tuono”. L’imperatore del Giappone non può comparire sulle banconote. Qualcosa in comune con Lenny Kravitz.
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda, Terza.
Visitiamo il tempio Sensoji, il tempio più antico di Tokyo, dedicato alla dea della misericordia. Vi si accede dalla Kanimarimon (la “Porta del tuono”) ed è circondato da altri piccoli templi e da una splendida pagoda a cinque piani. Quello che ci sconvolge è il fatto che ci siano svastiche ovunque, sebbene ruotate di quarantacinque gradi. Sono sulle lanterne, sui templi, dappertutto. Rifletto sul fatto che Hitler abbia di fatto usurpato in modo abominevole un simbolo religioso che aveva ed ha, a queste latitudini, un significato completamente diverso da quello che ormai in Europa identifichiamo, attraverso la svastica, con la tragedia e la barbarie nazista. Superiamo quindi un certo senso di vertigine mischiandoci a una folla di giapponesi che svolgono i loro riti propiziatori, agitano le braccia davanti a una grande incensiera, pregano e si purificano in vario modo e pescano l’”omikuji”, una specie di bigliettino oracolare che contiene una predizione sul futuro (nel caso in cui sia negativa viene annodata a dei supporti posti all’esterno del tempio, affinché resti come “bloccata”, nel caso in cui sia positiva il biglietto viene conservato…).
Tutto intorno i ciliegi sono in fiore, le bancarelle rigurgitano cibo colorato, ibrido, alieno… polipi fritti dentro palle di formaggio, zucchero filato avvolto dai ritratti delle “Aidoru”, riccioli caramellati dai colori violenti. A fine giornata ci addentriamo anche nel dedalo di negozietti tipici della Nakamise, la strada compresa tra la porta del tuono e la porta Hazomon. Compro ai miei un servizio da sakè mentre le “jinrikisha”, vetture a due ruote trainate da uomini con larghi cappelli e ancora diffusissime come mezzo di trasporto, ci sfrecciano accanto con sorprendente agilità. Passiamo un meraviglioso pomeriggio, mentre pian piano il tramonto incendia le lanterne esposte, il rosso dei templi e il cielo.
In serata incontriamo Mr.Uchida, il proprietario di una serie di bellissimi locali a Tokyo, incluso quello in cui suoneremo il giorno dopo. Andiamo a cena insieme, ci spostiamo altrove per un drink e finiamo la serata nel suo appartamento, dove beviamo vino e un liquore giapponese a base di patate. Guardando su una banconota da 10.000 yen il volto di Fukuzawa Yukichi, scrittore e saggista giapponese, chiedo molto stupidamente su che taglio si trovi l’imperatore del Giappone, ma ovviamente l’imperatore, che è un simbolo dell’assoluto, non può essere mescolato al denaro e non compare su alcuna banconota. Parliamo di nuovo delle Aidoru, le “idols” che tanto sembrano far sognare il Giappone e che per Mr.Uchida rappresentano una vera calamità, della religione, che sia quella cattolica di Roma o quella buddista in Giappone, e in generale di cosa sia vero e di cosa sia costruito nella musica e nella vita, un discorso che assume presto sfumature filosofiche avanzate, mentre la bottiglia si svuota. A proposito del nostro endorsement Gibson, deciso e perfezionato con tempi davvero record, veniamo invece a sapere dal nostro referente di Tokyo che l’ultima volta che la Gibson ha consegnato in Giappone delle chitarre con così breve preavviso l’artista era il signor Lenny Kravitz e la cosa ci fa un immenso piacere. Peraltro non vediamo l’ora di suonarle. E di suonare.
Betty Poison Japan Tour (3) – Psichedelia hippy e seppuku a colazione
Betty Poison Japan Tour (3) – Psichedelia hippie e seppuku a colazione
di Lucia Rehab
Puntate precedenti: Prima, Seconda.
Dopo la gig di Osaka dormiamo pochissimo e al mattino ripartiamo subito alla volta di Tokyo. All’arrivo noto alla stazione una donna che indossa un magnifico kimono rosso e quello che ha tutta l’aria di essere un prete cattolico, o quantomeno cristiano, visto che ha un gigantesco crocifisso al collo. Per il resto è tutto vestito di scuro e indossa uno strano mantello, ma la cosa più bella è che alle orecchie sfoggia degli orecchini di perle nere, molto vistosi, che farebbero l’invidia di molti distinti prelati romani! Alla stazione viene a prenderci un hippy della vecchia guardia, zoccolo duro dei Grateful Dead, e finalmente arriviamo in un delizioso locale, piccolo e accogliente, nonché pieno di gente adorabile. Dividiamo il palco con un gruppo garage sixties e con un gruppo prog, i cui membri terminano la performance scagliandosi contro i loro stessi amplificatori e in generale accanendosi sulla strumentazione. Noi viviamo il nostro set con totale entusiasmo e il feedback non si fa attendere: le persone ballano, interagiscono, gridano.
Comincio a dire qualche frase in giapponese e mi presento come “senpai Lucia” (in Giappone “senpai” è un termine usato con il collega più anziano, a scuola o sul lavoro), la cosa li diverte e da quel momento cominciano a chiamarmi sempre “senpai” e la gig finisce ancora una volta nella comunione post-concerto con nuovi affascinanti supporter che, scopriamo, odiano Facebook e prediligono Twitter, amano Damo Suzuki, gli Einstürzende Neuebauten e il krautrock e sono sempre molto imbarazzati quando li salutiamo con baci e bacetti, dimenticandoci che non siamo a Roma. Io farnetico in stato di ebbrezza sulla perniciosità della democrazia applicata al pop mainstream e ricevo un’approvazione entusiastica. Levatemi la bottiglia dalle mani, please.
Alla fine della serata dormiamo da Pipi, un altro hippy superfilologico con fascetta, frange e furgone coloratissimo fuori e attrezzato come il salotto di Stevie Nicks dentro, con tanto di divano, cuscini viola, soffitto psichedelico, pendagli da lampadario e rose finte. Ha una casa piccola e deliziosa, nonché piena di pupazzi, che sono una delle ossessioni trasversali dei giapponesi di ogni ceto, età e condizione… e avremo occasione di vederne davvero delle belle, in questo senso, vagando per il Paese… pelouches giganti attaccati a zainetti e borse, pupazzi allineati su davanzali, mensole e pavimenti, cellulari di plastica rosa con le orecchie da coniglio… un vero fetish.
A casa di Pipi troviamo anche il pupazzo di Jerry Garcia e mi sembra anche giusto, viste le tendenze musicali. Ad ogni modo passiamo una notte serena e il mattino dopo si presenta a colazione Jun, che significa “puro”, anche se lui scherza sul fatto di non esserlo affatto. Tiro fuori dal mio zaino l’”Hagakure” e “Pianto di sirena” di Junichiro Tanizaki.e faccio capire ad entrambi di essere un’appassionata estimatrice della cultura e della letteratura giapponesi. Si approda inevitabilmente a Yukio Mishima e cominciamo una discussione a gesti sul “seppuku”, il suicidio rituale, visto che Jun, come Pipi, praticamente non parla inglese. Non è esattamente un argomento da colazione, mentre gli altri vagano con sguardo ancora addormentato tra il bagno e la piccola cucina e noi fendiamo l’aria con spade immaginarie riproducendo i corretti movimenti del “kaishakunin”, la persona che ha il compito di decapitare il suicida subito dopo che si è squarciato il ventre…
Betty Poison Japan Tour (2) – Bagni con effetti sonori. Autolesionismo da palco e taxi nella notte
Betty Poison Japan Tour (2) – Bagni con effetti sonori. Autolesionismo da palco e taxi nella notte di Lucia Rehab
Ci spostiamo ad Osaka. Durante il viaggio sperimento la diversità degli autogrill “deoccidentalizzati”, pieni di foto di geishe e samurai, di prodotti locali, di pesce surgelato dalle forme e dai colori più disparati. La globalizzazione qui ha fallito, o comunque si è dovuta adeguare.
Durante una sosta al bagno scopro un mondo a parte… la tavoletta è riscaldata e c’è una pulsantiera su una specie di bracciolo della tazza: un pulsante attiva la funzione “bidet”, un altro l’emissione di uno spray, un altro ancora, e qui è l’apoteosi, innesca la simulazione del rumore dello sciacquone per coprire eventuali rumori intestinali…
solo che non è un rumore del tutto credibile, così alla fine si capisce comunque che stai cacando, ma che te ne vergogni profondamente. In altri bagni, invece, ogni volta che inizi a urinare parte uno strano rumore sibilante ed è a questo punto del tutto evidente che nei confronti dei rumori da gabinetto ci sia, a queste latitudini, un atteggiamento totalmente fobico!
Quando finalmente arriviamo a destinazione fa caldo e le biciclette corrono velocissime rischiando costantemente di investirci, anche perché ci ostiniamo a camminare dal lato sbagliato della strada. Incontriamo donne con il kimono, bambini con la divisa dell’asilo, tutto è esattamente come nei cartoni giapponesi con cui siamo cresciuti: colori, atmosfere, dettagli.
Il club in cui suoniamo è una bellissima espressione della vita underground della città. In sottofondo ascoltiamo i Bauhaus, i Nirvana, Blondie, gli Hole. La band che suona per prima si devasta letteralmente sul palco, non ho mai visto niente del genere, il cantante si percuote la testa e il petto, si tira i capelli con forza e tira calci nel vuoto durante la performance. Segue un gruppo quasi interamente femminile dall’aspetto vagamente gotico che però suona come le L7. La nostra gig è un successo assoluto, la gente si fomenta, grida, canta “Psychovicious” e “Silly pop song” e la cosa ci fa decisamente un certo effetto! Roman dei Pandora’s Bliss, al primo live con i Betty e praticamente senza prove, esordisce con la potenza di mille uomini, regalandoci un “boost” assoluto. Io mi spendo fino all’ultimo respiro, Mia dei Pandora fa stage diving, tutto è perfetto.
Dopo il live restiamo a chiacchierare fino a tardi e adoriamo tutti i personaggi che affollano il locale e con cui interagiamo con piacere totale. Un tipo si mostra indeciso su quale dei nostri due full lenght comprare, alla fine mi fa capire che vuole quello con la mia faccia in copertina e afferra “Poison for you”! Cerco di spiegargli che sulla copertina di “Poison” c’è in realtà Alessandra Perna dei Luminal e che io sono l’”alternative Jesus” sulla copertina di “Beauty is over”, ma non ci capiamo e alla fine firmo rassegnata le spalle di Ale. Un ragazzino di diciassette anni mi parla del fatto che il padre sia furibondo perché non va a scuola e non studia e in effetti resta nel locale fino a tarda notte, gli occhi gli brillano per la felicità, non ha neanche un filo di barba e cerca di toccarmi il culo, una ragazza cerca di baciarmi in bocca e io finisco per cantare malissimo un pezzo di Whitney Houston, mentre i nostri nuovi amici fanno scappare tutti i taxi che cerchiamo di fermare perché, nonostante si propongano di aiutarci con la lingua, di fatto si muovono e parlano come in “Paura e delirio a Las Vegas” e incutono un certo timore. Annika, Roman ed io riusciamo a prenderne uno al volo, Nunzio e Mia vengono bloccati e supplicati di non andare via e solo eludendo per un attimo la “sorveglianza” ormai praticamente carceraria dei supporter riescono a fuggire su un altro taxi, a notte ormai inoltrata.
(2 – continua)









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