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Archive for the ‘Intervista’ Category

Out intervista… Snowdonia (Cinzia La Fauci)

luglio 10, 2013 1 commento

Manifesto-SnowdoniaUn’anomalia italiana, dice bene l’articolo scovato in rete. Snowdonia, label che più indipendente non si può, nasce in una città musicalmente a zero come Messina e porta avanti un suo discorso musicale, estetico e culturale estremamente eclettico, incredibilmente coraggioso. Snowdonia è apprezzata da chi non ama etichettare le note e preferisce alle parrocchie indie piene di uniformi (pantaloni a sigaretta e frangetta alla francese -cit.-) uno sparuto gruppo di fedeli ascoltatori che ha decretato un piccolo, ma meritato successo di iper-nicchia. Mixtapes, compilation a tema, elettronica, no wawe, pop d’autore: se avete di affrontare il loro fantastico sito internet, costruito negando tutte le linee guida dei web designing contemporaneo (spacchiosissimo!), siete pronti per un viaggio musicale affascinante e polidimensionale, dove un fanciullesco postmoderno vi travolgerà. Nascosto nelle sue pieghe tutto il mondo snowdoniano, compreso il mio vecchio articolo di quando avevo tutti i capelli neri, o quasi.

Dopo tanto tempo, miracoli della Rete, ritrovo Cinzia e posso porle qualche domanda.

Out. Cosa è Snowdonia? Cosa è cambiato dal 1998, quando ti intervistai per il mensile “Quartiere”?

Cinzia La Fauci. Per noi nulla, abbiamo trovato il nostro “centro di gravità permanente”. Continuiamo a tirar fuori dischi con lo stesso spirito e con la stessa passione di quando abbiamo iniziato, nel 1997. E’ tutto il resto che è cambiato. Non è certo la sede per fare un’analisi sociologica approfondita ma direi che la rivoluzione del web, strettamente connessa alla rivoluzione messa in atto dal capitalismo 2.0, ha prodotto un senso generale e diffuso di stanchezza, noia, superficialità. E’ sempre più difficile che un essere umano si entusiasmi davvero per qualcosa, figuriamoci per un disco.

O. Se dico “Indie” tu cosa mi rispondi? Ma esiste una scena Indie in italia?

C.L.F. Boh. In realtà non abbiamo neanche capito bene cosa si intenda per “scena indie”. La colleghiamo a qualcosa che ha a che fare con il seguire determinati gruppi, di solito non propriamente “geniali”, in determinati locali, ordinando un gin tonic dietro l’altro, soprattutto il sabato sera. Mi sa che noi non siamo indie.

snowdonia_coverO. Quali sono i dischi di Snowdonia a cui sei più affezionata?

C.L.F. A tutti, però ci sono diversi dischi che, probabilmente a causa del loro carattere “avant”, hanno venduto pochissimo ed è un vero peccato. Siamo molto affezionati a questi figli geniali e problematici: l’omonimo dei Magic Secret Room, Cantina tapes di Gomma Workshop, Fobetore dei Suono C…

O. Snowdonia si è sempre distinta per il coraggio e la sperimentazione musicale ed estetica: è stata fruttuosa come strada?

C.L.F. Ricchissima di soddisfazioni, da un punto di vista artistico. Siamo fieri di aver pubblicato i dischi che abbiamo pubblicato. In termini economici direi un disastro, una vera apocalisse.

O. Domandina facile facile: disco nell’mp3/cd/stereo e libro sul comodino.

C.L.F. In questo momento “Marco Polo” di Flavio Giurato e la biografia di Albano Carrisi (@___@ ndr). E Raymond Chandler, “Ancora una notte”.

Fatevi un giro anche sul loro sito su Bandcamp. Qui invece un bel video della band di Cinzia, i Maisie (e ai barrettiani fischieranno le orecchie!).

Out intervista… Andrea Costantini, fotografo

gennaio 21, 2013 4 commenti

Self Portrait by Andrea CostantiniPare che il futuro della fotografia, della pittura e della computer-grafica vadano a congiungersi in un unico sentiero dove passato e futuro dialogano intensamente per aprire nuove finestre sulle cose e sull’uomo. Siamo quindi lieti di ospitare un artista come Andrea Costantini e di scoprirne l’estro e la fulminante abilità visiva e lo ringraziamo per la traduzione in inglese dei testi. A Corredo dell’intervista, presentiamo alcune sue opere tratte da due progetti  ([AntiQueFuture] Project e The [reflective spoon] Anthology) di cui diamo alcune notizie nei commenti al post.

Perché rifiutare il dono del digitale?
Intervista ad Andrea Costantini, fotografo di Claudia Amantini
 (Italiano/English)
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[reflective spoon] The Guitarist | Tribute to Escher 11x14

[reflective spoon] Jesus | Tribute to Escher 11x14

Out. Com’è iniziata la tua storia con la fotografia? Che tipo di formazione hai avuto e in che modo ti sei affacciato nel mondo professionale?  (How did your story begin with photography? What kind of training did you have and how you facing the professional world?)
Andrea Costantini.
La mia formazione in fotografia è iniziata negli anni 90, all’istituto d’arte di Pescara. Allora tutto era analogico e “reale” e l’apprendimento si svolgeva tra pellicole, emulsioni, camere oscure e tavoli luminosi. Dopo un iniziale percorso formativo che mi ha consentito di acquisire e perfezionare le tecniche delle arti grafiche e della fotografia ho alternato negli anni una grande passione da autodidatta alla volontà di impreziosire il mio curriculum con specializzazioni in Photoshop e Illustrator che mi hanno permesso di diventare un “Adobe Certified Expert” nell’utilizzo dei software di fotoritocco e grafica vettoriale. Ho conseguito le specializzazioni a Madrid e Parigi e grazie a queste esperienze sono entrato in contatto con altri professionisti, ne ho assorbito esperienze e consigli e ho trasformato la mia passione in una professione diventando un illustratore e graphic designer. Negli stessi anni ho iniziato ad occuparmi di fotografia. Combinando queste due arti sono nate le mie creazioni e grazie alla rete e ai social network il mondo professionale mi ha definitivamente aperto le sue porte. La mia ultima sfida è stata quella di creare un magazine di fotografia on line: Photographize.org, di cui sono editore e curatore e che ha avuto l’onore di pubblicare lavori di alcuni tra i migliori artisti e fotografi contemporanei.
(My training in photography started in the 90′s at the Art Institute of Pescara. At that time everything was analogic and “real” and the learning process was about photographic films, emulsions, dark rooms and light tables. My training allowed me to acquire the techniques of graphic arts and photography. Over the years I mixed a great passion and the desire to improve my resume. I became an “Adobe Certified Expert” in the use of photo editing software and vector graphics.I have achieved these specializations in Madrid and Paris and through these experiences I got in touch with other professionals. I have absorbed their experiences and advices and I turned my passion into a profession becoming illustrator and graphic designer. In the same years I started working in photography.)

Il Giardino delle Delizie [Hortus Deliciarum] (The Garden of Earthly Delights) Tribute to Hieronymus Bosch

O.Vivi negli Stati Uniti, come mai questa scelta? Come definiresti il tuo percorso professionale? (You live in the US; why this choice? How would you describe your career path?)
A.C. La scelta di vivere negli Stati Uniti è nata inizialmente dal trasferimento, per motivi lavorativi, di mia moglie e dalla voglia di sperimentare e assaporare nuove atmosfere. Vivo e lavoro a Washington DC dal 2009. La multietnicità e i contrasti di questo paese hanno dato una nuova impronta alla mia arte e sono stati finora fonte di nuove ed eccitanti ispirazioni. Questo paese è aperto al mondo dell’arte e a nuove proposte e quest’aspetto è stato determinante nella mia scelta di continuare qui il mio percorso professionale che definirei quello di un autodidatta col vezzo della tecnica e una grande tenacia. I miei traguardi sono stati raggiunti a piccoli passi, alternando estro e metodo ma il mio percorso è ancora in evoluzione.
(Initially, I moved in US because my wife got a new job here. The choice of living in the United States was founded on the desire to taste new atmospheres. I live and work in Washington DC since 2009. The multi-ethnicity and contrasts in this country have given a new imprinting to my art and so far have been a source of new and exciting inspiration. This country is open to the world of art and to new perspectives, this was foundamental for my decision to continue my career here. I think about myself as a self-educated with the habit of the technique and a great tenacity. My goals have been achieved in small steps, alternating inspiration and method, but my journey is still evolving.)

Improvvisamente [Ex abrupto]

Ogni cosa a suo tempoO. Raccontaci che attrezzatura usi, che tipo di rapporto hai con le tecnologie digitali, cosa pensi della fotografia nell’era moderna. (Tell us what equipment you use, what kind of relationship you have with digital technology, what do you think of photography in the modern era.)
A.C. Per la fotografia mi affido alla mia inseparabile Canon Eos 60D, al mio obiettivo zoom grandangolare EF 16-35mm f/2.8L USM (il mio preferito!). Uso anche un fisheye, un teleobiettivo e l’ultima arrivata, una piccola “pancake lens” da 40mm! Un flash e un paio di cavalletti completano la famiglia…fino al prossimo acquisto! Per la postproduzione delle immagini, le illustrazioni e la grafica digitale utilizzo i software Adobe di ultima generazione e una tavola grafica Wacom e mi affido all’hardware del mio MacPro 3. Credo che la fotografia nell’era moderna abbia ricevuto il dono del digitale. Può servirsene per esprimersi al meglio sfruttando le tecnologie più avanzate ma può talvolta scegliere di allontanarsene per tornare all’odore delle emulsioni, alla scelta manuale delle esposizioni e ai fogli e le matite che nel mio caso accompagnano la nascita di un nuovo progetto. Sono bozzetti, appunti, post-it e foglietti vari che trasformano in ispirazione e in immagini ciò che mi circonda. Le tecnologie digitali hanno aperto alla fotografia nuovi orizzonti, senza impedirle di mantenere la sua identità.
(When I shoot I rely on my inseparable Canon Eos 60D and on my wide zoom lens EF 16-35mm f/2.8L USM (my favorite one). I also use a fisheye lens, a telephoto lens and the latest addition, a small “pancake lens” 40mm! I have a flash and a couple of tripods to complete the family… until the next purchase! For post production, illustrations and computer graphics I love the Adobe softwares and the latest generation of graphics tablet Wacom, and I process everything with my MacPro 3. I believe that photography in the modern era has received the gift of digital. You may use it to express yourself and you can take advantage of the most advanced technologies. Then, sometimes, you can choose to go back to the smell of emulsions and to the choice of manual exposure. Papers and pencils accompany the birth of a my projects. Sketches, notes, post-it notes and various leaflets turn into inspiration and images. Digital technologies have opened new horizons to photography without preventing it from maintaining its identity.)

Voce di popolo, voce di Dio (Vox populi, vox Dei)

Fatti, non parole [Facta non verba]O. Qui presentiamo due tuoi progetti, attualmente invece a cosa stai lavorando? (Here we present two of your projects, but what you’re currently working on?)
A.C. Qualcosa di nuovo bolle in pentola! Non vorrei dire molto sul mio prossimo lavoro ma il mio studio dei volti e dei segreti che un viso nasconde sarà il leitmotiv della mia prossima esperienza fotografica. Se restate sintonizzati il prossimo marzo 2013 potrete avere un assaggio delle novità.
(Something new is brewing! I would not say much about my next work, but my study of faces and the curiosity for secrets hidden bihind any face will be the leitmotiv of my next photographic experience. If you stay tuned for the upcoming March 2013 you will get something new.)

 RIMANDIAMO ALLE PAGINE CURATE DA ANDREA COSTANTINI PER UNA PRESENTAZIONE PIU’ AMPIA E DOCUMENTATA DELLE SUE OPERE.

www.constantinarts.com
www.photographize.org
https://www.facebook.com/pages/C-O-N-S-T-A-N-T-I-N-a-r-t-/135264913215665
https://www.facebook.com/pages/Photographizeorg/304966166010

Out intervista… Francesca Galliani, fotografa (seconda parte)

Intervista a Francesca Galliani di Claudia Amantini e Rosanna Bernacchia

(SECONDA PARTE)
link per la prima parte dell’intervista

OUT. Guardando le tue opere possiamo suddividerle in “categorie” (più per semplificare che per altro): corpi, movimento, città.  Partiamo dalla fase incentrata sui corpi. Sulla donna come oggetto del desiderio, erotismo e spiritualità. Francesca e le donne. Cosa ci racconti? In alcuni tuoi lavori i soggetti sono dei trans, cosa che un po’ ha creato “scalpore”.  Secondo te siamo ancora “indietro” su certi argomenti, come l’omosessualità? (We can divide your work into  categories: bodies, cities, movement. Let’s start with bodies.The image  of women , for instance, is conveyed through a sense of desire, erotism and spirituality. What do you think about women? Some of your works are about transsexuals. What do you think about homosexuality? Do you think today’s society is still behind with it?)
Francesca Galliani. I nudi sono per affermare la bellezza della sessualità femminile in tutte le sue forme. Libertà di espressione senza vergognarsi di ciò che si è: eterosessuali, bisessuali, transessuali. I miei nudi esprimono l’amore che provo per le donne e come questo è stato tradotto per me nella realtà. Diciamo che le foto sono autobiografiche. Penso che il modo in cui viene vista l’omosessualità e la transessualità sia ancora piuttosto antiquato. La comunità transgender si trova esattamente dove si trovava quella omosessuale prima dello Stonewall mouvement a New York. (The nudes are about affirming the beauty of female sexuality in all its forms. Freedom of expression without any shame for whatever their sexuality may be: heterosexual, bisexual, transgender. My nudes are about the love I have for women and how it has translated for me in reality. Let’s say that they are autobiographal. I think we are definitely behind in the way homosexuality and transgenderism in all its beauty and power is viewed. The transgender community finds itself just about where homosexuals were well before the Stonewall movement in NY.)

O. Movimento e danza. Probabilmente il movimento è difficile da “fermare” con uno scatto, da un certo punto di vista è più “funzionale” in altri campi (quello del Cinema o del Disegno animato),  anche se i risultati a cui sei giunta li definirei ottimi. Fermare il Movimento per fermare il Tempo? (Movement and dance. Movement is not simple to stop in a picture but you did it perfectly. Do you think that  stopping  the movement could somehow contribute to fix time?)
F.G. Il movimento è sempre stato uno dei miei soggetti preferiti. Corpi in movimento, danze, ritmo, musica, per me tutto ciò è espressione di gioia e di vita. Quando lo scopro in una cultura che è sopravvissuta attraverso i secoli anche a grandi difficoltà , allora la cosa mi tocca da vicino e comincia a delinearsi una straordinaria storia tra me e I miei soggetti. Una storia di profondo rispetto e apprezzamento di un popolo che capisce cosa può significare un momento di danza; il momento in cui liberi lo spirito da tutti gli affanni e le paure. Leggerezza e gioia è tutto ciò che rimane e ciò che essi mi permettono di catturare e quindi condividere con gli spettatori e gli amanti dell’arte. (Movement has long been one of my preferred subject matters. Bodies in movement, dance, rhytm, music, all that to me is an expression of joy, of life. When i find that in a culture which has gone through decades, even centuries of severe trauma, it touches me in a very special way and an extraordinary story starts unfolding between me and my subjects. A story of deep respect and appreciation of a people who truly understand what a moment of dance means. That moment of freeing your spirit of all cares, fears and burdens. Lightness and joy are what remain and that is what they allow me to capture and subsequently share with my spectators and art lovers.)

O. Ed ecco le città, il paesaggio urbano. I turisti immortalano monumenti-simbolo delle città, tu lo fai a “modo tuo”, cosa ci puoi raccontare di tutto questo? (And now let’s talk about other images:  cities and urban landscape. Tourists take pictures of monuments which are symbols of the cities. You also do it your way. Can you tell us how you do it?)
F.G.
Scorro le mie foto e le stampo in grande su tela. Intervengo manualmente con colori acrilici, pittura ad olio, carboncini, grafite e collage. Mi piace isolare parole ed aggiungerle all’immagine perché penso che se isolate il loro significato venga trasmesso a livello più profondo, completando l’essenza dell’immagine. (I scan my negatives, print them in larger scale on canvas and intervene manually with acrylic paint, oil pastel, charcoal, graphite and elements of collage. I like to isolate words and add them to the image, as i believe their meaning in isolation is transported to a deeper level, complimenting the essence of my images.)

O. E per concludere, chi sono gli artisti (in più campi, fotografia, cinema, pittura, musica, etc) che piacciono a Francesca Galliani? (In conclusion,who are the  photography, cinema, painting , music artists you like the best?)
F.G. Robert Mapplethorpe, Kusama, Rauschenberg, Almodovar, Lina Wertmüller, Patti Smith, Janis Joplin, Led Zeppelin….. Diciamo che mi piacciono gli anni ’70 (Robert Mapplethorpe, Kusama, Rauschenberg, Almodovar, Lina Wertmüller, Patti Smith, Janis Joplin, Led Zeppelin….. Let’s say I love the 70′)

O. Quando sarà possibile vedere una tua mostra in Italia? (Will we see your exhibitions in Italy?)
F.G. La mia prossima mostra sarà a Milano il 17 di Gennaio alla galleria della Barbara Frigerio
(exhibition will be on the 17th of January at Galleria della Barbara Frigerio)

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Ringraziamo Francesca Galliani non solo per la sua arte, ma anche per la sua disponibilità nel rispondere alle nostre domande. Per chi volesse esplorare meglio il suo mondo, eccovi i suoi link:

LINKS UTILI

PAGINA FACEBOOK: www.facebook.com/francescagalliani.artist
SITO: www.gallianiphoto.com

Out intervista: Giulia Delprato, Fotografa

by Maria Maddalena

Out. Sei una giovanissima fotografa freelance: quando hai capito che ti trovavi a tuo agio dietro un obiettivo?
Giulia Delp
rato. Diciamo che ho cominciato a scattare fotografie ossessivamente attorno ai diciassette anni. Sono andata ad un concerto qui a Roma di una band che allora mi interessava parecchio (concerto aperto, fra l’altro, dagli allora Betty Ford Center), e una volta lì ho preso in prestito la vecchia macchina fotografica di un’amica. C’era una fotografa “seria” sottopalco, con la reflex e tutto quanto, che si muoveva con spontaneità e confidenza, prendendo foto da angolature interessanti, sbucando fuori dal backstage… quella ragazza è stata, senza che né io né lei ne avessimo consapevolezza, la mia prima lezione di fotografia. Mentre lei scattava, ho scattato anche io e sono tornata a casa con qualcosa come centocinquanta fotografie. Farle prima, e riguardarle poi, mi è piaciuto talmente tanto che non ho più smesso.

O. Che tipo di soggetti ti piace fotografare e che immagini ti piace catturare? E che rapporto hai con la fotografia, quando davanti all’obiettivo ci sei tu?
GD.
Ovviamente il mio soggetto preferito è la musica, o meglio, i musicisti. In generale mi piacciono i volti, le mani, i gesti delle persone quando non guardano nell’obiettivo, e credo che fare foto ai concerti sia in questo senso un caso unico: chi scatta ha la possibilità di fermare un istante in cui per il musicista non possono esistere maschere, finzioni, sovrastrutture, se non quelle della musica. Sono emozioni immediate senza possibilità di mettersi in posa, e per me è vitale fotografarle non tanto per “conoscere” chi mi sta davanti quanto per la bellezza intrinseca di quell’attimo di verità (ecco, si sente che studio filosofia, vero?). Per quanto riguarda me davanti all’obiettivo, sia che si tratti di un autoritratto, sia di una foto fatta da altri, ho smesso molto tempo fa di avere complessi e anzi sono sempre molto curiosa di come posso essere vista dal di fuori.

foto di Arianna Massimi

O. Sei stata influenzata dal lavoro di qualcuno oppure hai sviluppato da sola questa passione?
GD. 
Come dicevo prima, la scintilla iniziale è stata improvvisa e spontanea. Poi, mano a mano che sono progredita nel campo della fotografia, ho iniziato a guardarmi intorno e i miei maestri e le mie ispirazioni sono diventati i miei colleghi, quelli che incontro nel pit, prima dopo e durante i concerti, specialmente su Roma (parlo della capitale perché è la compagine che conosco meglio), ci sono tanti fotografi dotati e c’è una varietà di approcci, di sfumature, di abilità davvero impressionante. Da questo punto di vista, confrontarmi con gli altri mi ha fatto crescere tantissimo, e internet è stato uno strumento essenziale per tenermi in contatto, per parlare, o anche solo per passare ore ed ore a sfogliare foto.

O. Parlaci della tua esperienza con il validissimo staff di Radio Bombay. Cosa fate e come vi muovete?
GD. Intanto, grazie per il “validissimo”!
Radio Bombay è nata nel 2009 principalmente come radio e poi piano piano, soprattutto nell’ultimo anno, si è espansa fino a diventare una vera e propria webzine musicale. Quindi oltre al palinsesto radio che si può ascoltare comodamente via web, scriviamo recensioni, diamo notizie, raccontiamo dei concerti a cui siamo stati e intervistiamo più musicisti possibile. Il tutto in modo obiettivo e neutrale, o almeno ci proviamo. Se devo dire cosa mi piace molto di Radio Bombay è che si fatica, e nessuno se la tira.
Vedremo come prosegue il progetto e per ora, sperando sempre di crescere, siamo molto contenti.

O. So che ami molto la letteratura e siccome la amo molto anche io io ti chiedo: cosa stai leggendo di interessante al momento? E quali sono i tuoi autori preferiti? Ti va di “suggerirmi” qualcosa?
GD.
Al momento sto preparando un bell’esamone di Fisica, quindi ho dovuto accantonare l’amata narrativa in favore della letteratura scientifica e sto leggendo “Sei Pezzi Facili” di Richard Feynman, un libretto divulgativo a proposito di meccanica quantistica, ma non so quanto possa interessare.
Ho tanti autori preferiti e potremmo stare a parlarne per ore, comunque: fra gli evergreen, ossia quei libri che non smetterei mai di rileggere, consiglierei qualcosa di Daniel Pennac come “Il Paradiso degli Orchi”, esistono pochi scrittori geniali come lui; mentre per quanto riguarda i libri che mi sono piaciuti di recente, direi “Cecità” di Josè Saramago, un classico sudamericano del Novecento che, purtroppo, ho scoperto in ritardo.
Per ultimi due libri che consiglio a tutti quelli che conosco e che, quindi, non posso esimermi dal citare: “Sommario di Decomposizione” di Emil Cioran, bellissimo e terribile, da prendere a piccolissime dosi, e “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess, tredicimila volte meglio del (bel) film, leggetelo!

O. Il tuo nome è spesso collegato ad “Heroes”, progetto romano che in pochissimo tempo è riuscito ad aggregare moltissime realtà non mainstream in un movimento compatto e organizzato. Ci vuoi dire qualcosa in più su quello che è successo a Le Mura quest’anno?
GD. Io credo che Heroes sia stato una rivoluzione (piccola? Locale? Non è importante). Al di là delle serate e dei concerti che sono stati spettacolari, alla base di tutto c’è l’idea di fondo di essere eroi perché si confida soltanto nelle proprie forze, nella propria volontà di dimostrare che la musica underground è viva e non teleguidata da una manciata di altoparlanti mediatici che a turno mettono dei nuovi indie-idoli sul trono.
Heroes è stata la dimostrazione che si può creare una rete di collaborazione fra musicisti, persone in carne ed ossa, dal vivo, in antitesi con tutto l’apparato consueto dell’industria musicale, che imporrebbe lo scambio di favori, o piuttosto la rivalità, la competizione, come uniche forme di percorso per una band emergente.
Per me Heroes è stata l’occasione per innamorarmi di tante band senza usare precauzioni.

 

O. In genere lascio l’ultima domanda indeterminata, in modo che l’intervistato possa avere l’opportunità di sviluppare una riflessione personale che ritenga rilevante. In poche parole… c’è qualcosa che ti piacerebbe dire, sussurrare o gridare?
GD.
Forse sarebbe giusto restare attuali. Parlare di lavoro, di casa, di come si sta in Italia e di come non ci si sta. Parlare di come sembri l’alternativa definitiva per molti di coloro che “lavorano” nel campo dell’arte andare a vivere all’estero, piuttosto che sopravvivere a casa propria tentando di rendere fertile il deserto.
Ma resterò sull’ideale, mi piace fare proclami: gente, cercate. Non fermatevi. È il leit motiv della mia vita adesso, o forse il risultato di tutto quello (ancora poco) che ho fatto finora: la verità non verrà da voi e difficilmente sarà sotto i vostri occhi per quello che è. La fotografia, la scrittura, il viaggio, la musica, l’ispirazione, non sono che vie per indagare. Seguitele e fatevene protagonisti, protagonisti consapevoli di esserlo.
C’è poco da essere felici se non si è veri.

Out intervista… Colonel Xs

Dissonanze eletroniche e analogia, noise e psichedelia, un approccio testardamente sperimentale e misantropo. Ecco a voi Colonel Xs.

I hate humans! – Intervista a Colonel Xs
di Francesco Misiti

Out. Chi è Colonel XS, hai trenta secondi a partire da adesso.
Colonel XS. Bah, colonel XS è sicuramente un terrorista sonoro, il crooner dell’astio. Ma anche un performer, un musicista, un produttore…

O. Musica elettronica, ma niente sinfonismo: rumore e distorsioni. L’amore per l’analogico e l’elettrico sono una scelta consapevole di un percorso o un approdo casuale?
CSX. No, tutt’altro che casuale… al massimo un retaggio del passato come musicista all’interno di band. Semmai l’esser diventato un soggetto unico, ed agire senza l’ausilio di una band (anche se spesso ci sono ospiti nei miei live come [Kaiser(schnitt)Amboss/Laszlo]), questo si che è stato un approdo pressoché casuale.

O. Molto originali i tuoi live su Youtube, in ambianti piccoli e raccolti come l’asettica pace del water closet. Misantropia o scelta estetica?
CSX.Misantropia prima di tutto. Sommata a sociopatia.

O.Noise elettronico e venature psichedeliche: sei più influenzato dalle musiche colte alla John Cage o dall’istrionismo di Aphex Twin?
CSX. Posso chiedere un cambio? Se a Cage sostituisci il nome di Luciano Berio o Karlheinz Stockhausen direi che ci siamo. Cage (per quanto mi riguarda) ha prodotto ottima teoria e pessima musica.

O. Perché la maschera da luchador? Seguivi il catch o sei fan di Rey Mysterio?
CSX. Perché la maschera da luchador? La maschera è arrivata col tempo, dapprima con mera funzione estetica, poi mi sono accorto di quanto in realtà fosse funzionale ad innalzare una barriera divisoria tra l’uomo e l’artista. In ogni caso attiene più alla sfera sessuale che non alla scena dei Luchadores.

O. Libro sul comodino e cd nello stereo.
CSX. Cito a caso dalla “pila” sul comodino: “Junkie Love”di Phil Shoenfelt; “Il Decamerone di Boccaccio” nella traduzione/italianizzazione di Aldo Busi; “Dietro ogni scemo c’è un villaggio” di G. Bucalo, un piccolo saggio sulla psichiatria e varie biografie (da Nikki Sudden a Gengis Khan). Poi: Sonic Violence “Casket Case” o Sex Pistols “Never Mind the Bollocks…”, ma in vinile. Entrambi fino alla fine dei giorni. Dovrebbero esser materia scolastica.

Dal suo portfolio
“Tra post-rumorismo e retro-avanguardismo. Vero e crudo rock’n’roll, suonato al computer, in cui i campionamenti si scontrano con l’adrenalina mentre il colonnello grida il suo astio. Ha collaborato (e/o collabora) con: black-sun-productions, [Kaiser(schnitt)Amboss/Laszlo], claudio lugo, joxfield projex, ankh sothis, 3lcf, p.g. conti, mariae nascenti, johnny grieco, i coprofili & altri.

MYSPACE: www.myspace.com/colonelxs

Out intervista… Giovanni Peli

Cantautore e poeta, Giovanni Peli conduce una personalissima ricerca artistica che lo porta sia sui sentieri della scrittura che in sala di registrazione, dove ha editato per Kandinsky Records uno dei migliori dischi di quest’anno solare, che abbiamo già recensito non molto tempo fa, “Tutto ciò che si poteva cantare”.
Gli abbiamo posto qualche domanda e lo ringraziamo per la gentile disponibilità.

Una strada di continuo mutamento,
intervista a Giovanni Peli – di Francesco Misiti

Out. Chi è Giovanni Peli? Hai a disposizione poche righe, o il post sul blog scoppia…
Giovanni Peli. Sono un artista: scrivo, canzoni e poesie soprattutto. Ho fatto importanti esperienze come scrittore di teatro e non escludo in futuro di dedicarmi al cinema.

O. “Gli uomini non dimandano nulla più dai poeti” (cit.); per un poeta ormai è necessario evolversi in musicista-cantautore per trovare un pubblico?
G.P. No, credo che l’artista debba essere completamente libero, non deve fare niente per trovare un pubblico, o meglio: ogni evoluzione deve dipendere dalle esigenze espressive, l’artista credo debba essere in continua formazione ed in continuo mutamento, perché in questo modo ci si avvicina ad esprimere una cosa vera ed essenziale, emozionante per tutti. Credo che il terreno della certezza, (della tranquillità intellettuale, del perbenismo, del conformismo) non faccia bene ad un percorso di ricerca artistica. Poi trovare il pubblico è una questione extraestetica… si spera che ci sia! Quindi: il cantautorato è un’arte a sé, non è l’evoluzione della poesia.

O. La notte, la necessità e l’ineluttabilità delle illusioni sono temi di tanta poesia moderna e contemporanea. Hai padri nobili, poeti e cantautori che ti hanno ispirato?
G.P. Metaforicamente vivo come un antieroe postmoderno in un labirinto-libreria… difficile dire chi mi ispira davvero, ogni risposta potrebbe essere falsante. Amo moltissimo tanti cantautori italiani e stranieri e mi piace seguire le novità. Ho l’impressione però che la canzone segua più una sua tradizione antiletteraria, slegata dal percorso della poesia, e questo non lo condivido. Seguo la poesia contemporanea da vicino, mi interesso molto a questo genere letterario e ho scritto una canzone, recentemente, con Mario Benedetti, è stato molto emozionante perché credo che sia il migliore poeta italiano contemporaneo. il titolo è “Accorgetevi”. Inoltre sono anche poeta e sto lavorando da anni ad una raccolta dal titolo “Il passato che non resta”.
O. Musicalmente sei abbastanza eterodosso rispetto a certo cantautorame, sia quello evergreen, sia quello caposseliano odierno. Traccia un tuo identikit musicale.
G.P. Mi piace creare dei collage, affrontare stili diversi sempre tenendo conto che devo “mettere in scena” il testo. Inoltre ci tengo molto a creare una scaletta varia, credo che il mondo sia complesso, vario, e che contenga dinamiche opposte apparentemente inconciliabili. Anche il mondo artistico lo concepisco così. Per dare un’unità a molteplici sollecitazioni diverse, dopo la scrittura dei brani ho fatto un attento lavoro di preproduzione e arrangiamento con un grande musicista, Silvio Uboldi e poi tutto è stato ulteriormente analizzato e organizzato dall’ottima produzione artistica di Stefano Castagna.
In effetti pur avendo fatto esperienze di quel tipo mi allontano molto da sonorità classicamente acustiche come da influenze jazz o folk, molto in voga nel cantautorato. Sono più interessato all’elettronica, e tra i suoni “immortali”, al blues.

O. Libro sul comodino e cd nello stereo.
G.P. Leggo e ascolto più cose contemporaneamente… così su due piedi ti dico lo “Zibaldone” di Leopardi e “Sleep dirt” di Frank Zappa.

SOUNDCLOUD: Tutto ciò che si poteva cantare (2012)

Out intervista… Paola Rotasso

Dalla nostra Maria Maddalena un altro bel ritratto in forma di intervista con Paola Rotasso, regista e fotografa, direttamente dal mondo di “Heroes” e dell’indie italiano.

“Conciliare le idee con la luce” -Intervista a Paola Rotasso
by Maria Maddalena

Out. Ciao Paola, intanto grazie della disponibilità. Ti va di presentarti da sola? Come ti definiresti? Chi è Paola Rotasso?
Paola Rotasso. Una ragazza con il pallino per le telecamere, i sogni, l’estetica dell’immagine, i suoni, i simboli, il surreale. E sono riuscita a scoprire ed entrare in un mondo in cui poter far convergere tutti i miei “pallini”.

 

Paola Rotasso con Giorgio Canali e Carlo De Ruggieri (attore di Boris) sul set di 'Roma, guanti e Argento' degli Operaja Criminale

O. Sei una bravissima regista di videoclip musicali, quanto ti somigliano i tuoi video? Hai un approccio neutro, teso a rappresentare l’essenza di una band con il linguaggio più adatto o lasci comunque la tua impronta stilistica? E quale video ti somiglia di più?
P.R. Intanto grazie per il “bravissima regista”! I miei video spesso sono parti di me. Cerco di conciliare le idee che i musicisti hanno del loro brano con l’idea che mi sono fatta io della canzone nella mia testa.. I personaggi che ritraggo nei miei lavori è come se fossero dei frammenti di me… ognuno di loro nasconde una mia passione, una mia debolezza, una mia follia, un mio desiderio, un mio amore perduto… e alla fine dell’opera è bellissimo vedere quella parte di te che prende vita in una forma esterna a te.
Mi è capitato di dover anche costruire personaggi che non celassero nulla del mio intimo, ma (essendo io l’operatrice principale dei miei video) a quel punto metto la mia firma nello stile dell’inquadratura, nella scelta dei movimenti di macchina e cospargo di dettagli surreali la scenografia.
Il video che considero più somigliante alla mia estetica è ODETE (da Roma Rotten Casino) degli Spiritual Front. Un video che ho elaborato nella mia testa per molti mesi e che poi ha preso una piega ancor più interessante grazie al supporto creativo di Simone Salvatori (frontman della band). Le atmosfere cupe, le tinte noir, le ambientazioni decadenti, la follia umana sono il mio leitmotiv; i miei personaggi sono malati, corrotti, contorti, marci e perversi, personaggi con cui la vita non è stata clemente e che hanno la possibilità di esprimere la loro rabbia nei pochi minuti che io do loro a disposizione. Non sono divertenti e quando siete in loro compagnia ci si fa difficilmente una risata, ma sono la cosa di cui più mi piace raccontare.

O. Ho visto il tuo “Overture for a broken arm” e l’ho trovato un interessante incrocio tra Orwell e le atmosfere più torbide delle opere “nere” di Pupi Avati. Ce ne parli? Cosa volevi rappresentare?
P.R. Il video “Overture for a broken arm” è stato realizzato per fare da ‘scenografia in movimento’ di sfondo ad una performance live di INDUSTRIA INDIPENDENTE (Erika Galli, sceneggiatrice e Martina Ruggieri, regista).
Con le autrici della performance ho lavorato così come lavoro con i gruppi musicali. Ho assistito alla nascita dell’idea della performance (totalmente simbolica), ho ascoltato le musiche (di ABACOM SYSTEM) e ho cominciato a pensare ad una serie di immagini che potessero essere in armonia con la loro idea e con il mio gusto estetico. Sono molto contenta che mi abbiate chiesto informazioni proprio su questo video, perché, nonostante tra i video che ho girato sia poco popolare, è una delle mie creature preferite.  Musica che dà i brividi. Respiri umani e bestiali. Suspence data dal nulla. Un personaggio (interpretato dal giovanissimo attore Josè Dammert) alienato e alienante, senza spazio e senza tempo. Senza nome. Senza connotati. Che svolge azioni senza senso. Un personaggio che va per sottrazione. Ha una maschera sul volto, ma quando si gira verso la telecamera ho ancora la sensazione di avere gli occhi di quell’uomo/maiale sulla pelle. (Ovviamente non parlo di Josè l’attore!! Ma di come lui è riuscito a rendere insidiosi e puntuali i movimenti di quel personaggio).

Vi riporto qui di seguito il concept scritto dalle autrici di INDUSTRIA INDIPENDENTE, meglio di così non avrei saputo raccontarlo io:

Cos’è l’abbandono se non la perdita di qualcosa che nessuno potrà mai restituirci?
Un lutto, una rottura amorosa, l’addio di un viaggio, un tradimento, sono eventi che spezzano il presente e che congelano il passato, rendendolo ibrido. È la consapevolezza di un vissuto che non potrà mai rigenerarsi nella forma e nella sostanza dell’evento trascorso, è un rimpianto.
Una nostalgia a cui non puoi sottrarti.
L’abbandono ricama sulla pelle di chi lo subisce l’amara sensazione del non ritorno, dell’allontanamento perpetuo divenendo sottrazione profonda e lacerante, paragonabile spesso alla perdita di un arto.
La performance si articola e si sviluppa sulla trama di queste variabili situazioni in cui l’essere umano reagisce bene o malevolmente alla circostanza dolorosa.
Il primo quadro apre all’uomo, alle reazioni spesso logiche e calcolate ma che nella maggior parte dei casi inducono ad atteggiamenti bestiali.
L’uomo diviene bestia, e in questo caso la più immonda di tutte: il maiale. Da qui si sviluppa il secondo quadro, che vede protagoniste le bestie più sporche e volgari, che tentano repentinamente di elevarsi, con mezzi abietti e da clima cameratista, da una condizione brutale ad una vicina alla sacralità.
Il terzo quadro dunque riguarda il mancato raggiungimento dell’obiettivo, la vera rottura del braccio, la perdita della ragione. Le bestie si rivolgono ed insultano il pubblico stante nel tentativo disperato di ricongiungersi al reale. Il tutto attraverso un monologo carico di tensione.
Dedicato ad un amore perduto.
Dedicato ad un braccio spezzato.

 

O. Ci parli della tua esperienza con “Heroes”, progetto romano che sta espandendo sempre di più la sua fama? Chi sono gli eroi? E cosa vuole essere la vostra rivoluzione?
P.R. Gli eroi siamo noi, questa è la rivoluzione. Ognuno porta il suo ed ognuno di noi ha molto da condividere con gli altri. La grandezza di Heroes è la forte complicità tra tutti coloro che hanno scelto di partecipare in maniera attiva a questo ambizioso progetto, tutti sostengono tutti, i musicisti vanno ai concerti degli altri musicisti, i registi fanno i report dei concerti live, i fotografi scattano foto rendendo quegli attimi immortali. Siamo un underground che sa cosa vuol dire avere una passione, siamo giovani (chi più chi meno!) che sanno cosa vuol dire essere “indipendenti”, autoprodotti e con le spalle scoperte, siamo persone il cui lavoro è ancora considerato un hobby.
Noi vogliamo credere in un cambiamento che ci porti a poter vivere del nostro lavoro, a dare dignità ai lavori creativi, a poter finalmente dire: faccio la regista e vivo di questo, faccio il musicista e vivo di questo, faccio il fotografo e vivo di questo.
Per ora sembra utopia, chissà in futuro…

 

O. Quali tra gli artisti della scena di “Heroes” ti hanno maggiormente colpita e perchè?
P.R. Dei musicisti saliti sul palco di Heroes mi hanno colpita Spiral69, Operaja Criminale, Luminal, Betty Poison, Ilenia Volpe, il reading di Sergio Gilles Lacavalla accompagnato dalla chitarra di Gianni Puri (Ivashkevic, ex Spiritual Front), tutti artisti diversi, musicisti di grande talento e persone meravigliose che meritano di avere palchi più grandi e pubblico più grande.
Meritano più spazi e più voce perchè hanno tanto da dare e tantissimo da dire.

O. Grazie ancora e se hai voglia di aggiungere qualcosa siamo a disposizione!
P.R. E’ uscito da appena una settimana il mio ultimo videoclip “The Funeral Parade of Roses” (Droupout, “How to measure the sky”) che trovate sul mio canale youtube PaolaRotasso. Avendo prima parlato analiticamente di “Overture for a broken arm” posso dire che fra i miei personaggi la donna senza volto di “The funeral parade of roses” e l’uomo/bestia di “Overture for a broken arm” sono fratello e sorella.
Grazie!

Out intervista… Alessandra Perna

Alessandra Perna, colonna dei Luminal e scrittrice. Intervista di una nostra nuova firma all’esordio, Maria Maddalena, foto di Luca Giorietto.

Vivere è scegliere: intervista ad Alessandra Perna
di Maria Maddalena


Out. Partiamo dalla notizia più recente: hai scritto un nuovo libro, non ancora uscito. Ce ne parli? Quando uscirà?
Alessandra Perna. “Il Papa che visse un giorno” è la storia di un uomo che rinuncia al soglio pontificio, dopo aver passato in rassegna tutti i motivi per i quali la religione è uno dei peggiori mali dell’umanità. Lo sto proponendo proprio in questo periodo a case editrici a cui penso possa interessare il soggetto… ad ogni modo non ho ancora raggiunto un accordo preciso con nessuno, quindi, editori, fatevi avanti!

O. Un approccio eretico, personaggi inquietanti, Chiesa e Natura che sembrano coalizzarsi contro l’Umanità… sei consapevole di vivere nell’Italia del Concordato e dei reality shows?
AP. “Ciao, mi chiamo Alessandra e di marketing non ho mai capito nulla.” “Ciao Alessandra!”

O. Qual è il tuo rapporto con il senso del sacro? E cosa sono per te, il bene e il male?
AP. Le persone si comportano bene e le persone si comportano male. Scelgono. Si può sempre scegliere. Chiaro e semplice. E’ un concetto talmente stupido che tutti fanno sempre un gran casino. Tutto è sacro. La propria vita, i propri sentimenti, e soprattutto la ragione, la razionalità.

O. A quali dei personaggi del tuo “Il Papa che visse un giorno” sei più legata? E ce n’è uno che ti rappresenti?
AP. Li amo profondamente, tutti e quattro. Sono talmente candidi e sinceri che vorrei tanto poterli conoscere nella realtà e abbracciarli. In ognuno di loro c’è qualcosa che mi appartiene. La paura del giardiniere del Papa, per esempio. Quando ero piccola ero come lui. Ogni volta che mi comportavo male pensavo sarei andata a finire all’inferno (quello con il fumo, il diavolo con le corna e tutti gli altri personaggi). Lo credevo sul serio. Oppure il Papa, i suoi silenzi, il suo modo di osservare tutto da lontano, la sua disperazione castrato in un ruolo che non gli appartiene. E i due fratelli, Corda e Madame, innamorati della vita, della ragione, della carne.

O. Che rapporto hai avuto con la Chiesa, nella vita?
AP. Perdonami, c’è una tizia con la pelle verde sul letto che urla bestemmie e cose strane e vomita verso il soffitto. Secondo te che vuol dire? Si è risentita per questa domanda? Vado a vedere, torno subito.

O. Leggendo il tuo libro sembra che tu non riesca a fidarti della gente, ma solo degli individui: ci parli del tuo rapporto con gli altri?
AP. Scusa? C’è qualcuno nella stanza? Chi ha parlato?

O. Alessandra, cos’è per te la famiglia?
AP. La famiglia è un nucleo di persone che si amano e si supportano, e che di solito non vivono sotto lo stesso tetto.

O. Parliamo della letteratura in Italia? Quando è stata grande e trovi che sia ancora grande? E ci sono scrittori italiani viventi che apprezzi?
AP. Non c’è posto per la grandezza in questo paese, non più. Siamo noi i primi a non volerla. Siamo diventati talmente bravi a lamentarci e a cercare di difendere il nostro orticello che non ci rendiamo conto di quello che sta succedendo. Un paese alla deriva, che non sa più riconoscere la bellezza, che non sa più combattere per la bellezza. Troppa gente ai vertici dell’industria culturale che deve pagare il mutuo alla figlia, all’amante, alla sorella, alla nonna.  Recentemente ho letto il libro che ha vinto l’ultimo Premio Strega. Un libro brutto, noioso, pretenzioso, che cerca di analizzare la situazione di una Prato invasa dai cinesi, sconfinando a tratti nel razzismo con una prosa fatta di pensierini ai limiti dell’imbarazzante e qualche citazione sparsa per alzare il livello. D’interessante invece ho letto un libro di Michele Vaccari, “Giovani, nazisti, disoccupati”, un libro contro l’ideologia, contro l’ipocrisia, una piacevole sorpresa. Consigliatissimo.

O. Hai la possibilità di sparare a zero contro tutti i bersagli che se lo meritano: procedi pure
AP. Ho letto un’intervista in cui Fabio Volo dice di ispirarsi ad Hemingway, Bukowski e Fante. Nicole Minetti è una fan di Fabio Volo. Devo aggiungere altro?

O. Grazie della tua disponibilità, Alessandra… ora guarda in camera e dicci chi sei
AP. Un panino al tonno, un bicchiere di succo di limone e un hot dog piccante.

Out intervista… Venus in Furs

marzo 5, 2012 1 commento

Superiamo gli esordi, e se avessimo Syd alla console…

by Francesca Paolini

Out. Presentatevi al pubblico di Out Fanzine. Chi sono i Venus in furs? Come nascono, quando, dove…una breve biografia.
Venus in Furs.
Beh, ci siamo formati nei dintorni di Pisa ed abbiamo iniziato a suonare insieme quando avevamo 11/12 anni… E prendevamo denunce dai vicini per inquinamento acustico, strimpellando cover dei Nirvana! Poi pian piano il gruppo ha cominciato a diventare una cosa seria…Dopo cambi di formazione e di genere nel 2007 abbiamo adottato il nome attuale, “Venus In Furs”. Poi nel 2009 abbiamo vinto “Italia Wave Toscana” ed il “Lucca Summer Festival Giovani”, suonando sui main stage dei due festival. Nello stesso anno siamo usciti per una compilation su XL de “La Repubblica” dedicata a Woodstock. Nel 2010 siamo stati selezionati dal MEI (Meeting Etichette Indipendenti) e Radio Popolare per un’iniziativa di solidarietà alle lavoratrici dell’OMSA licenziate e sempre all’interno del MEI dello stesso anno, siamo stati indicati tra le migliori realtà giovanili.
Senza mai fermare l’attività live abbiamo ultimato e pubblicato nel 2011 il nostro album d’esordio, “Siamo Pur Sempre Animali” che ha raccolto critiche molto buone dalla stampa specializzata (Blow Up, Rumore, Rockit, Fuori Dal Mucchio ecc…). All’inizio del 2012 siamo stati selezionati anche tra i primi 10 nazionali per il “Premio Buscaglione” di Torino… ed ora stiamo promuovendo il disco in giro!

O. Il vostro primo album, “Siamo pur sempre animali”, uscito per l’etichetta Cavalleria Burlesque, ha riscosso un grande successo sia di critica che di pubblico. Vi aspettavate un’accoglienza così calorosa?
ViF. Sinceramente no. O meglio, noi siamo molto soddisfatti e non abbiamo mai avuto dubbi sulla buona riuscita del lavoro.. Ma è anche vero che la viviamo “internamente” e che non si sa mai come può essere accolto un disco d’esordio in quanto tale! Questo disco non raccoglie soltanto 13 storie, ma anche un’evoluzione della band vissuta durante la scrittura del disco nei due anni precedenti. Evidentemente quello che pensavamo, siamo riusciti a trasmetterlo anche nel disco in maniera soddisfacente e “lo scoglio” dell’esordio è stato superato, ne siamo molto contenti.
Caparezza dice che “il secondo album è sempre il più difficile”, ma noi superato l’esordio siamo già al lavoro su quello con molto entusiasmo.

O. Pisa è, indubbiamente, una città rock and roll, una realtà che ha cresciuto e che continua a crescere piccole e grandi band. La considerate una platea ad hoc?
ViF.
Sicuramente Pisa negli ultimi anni si è ritagliata un ruolo di primo piano sulla scena musicale italiana ed indubbiamente è una buona platea. C’è da dire anche che Pisa deve questa sua “posizione di prestigio” grazie alla gente che si è messa direttamente in gioco ed è riuscita pian piano ad ottenere ottimi risultati in tutta la nazione, non certo grazie alla città stessa. Sarebbe errato pensare Pisa come una “nuova Liverpool” o una “nuova New Orleans”, perchè fondamentalmente gran parte della città e soprattutto le amministrazioni, sono abbastanza ostili a questa scena.

O. Nel disco avete collaborato con Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo, Andrea Appino degli Zen Circus e Francesco Motta dei Criminal Jokers. Come sono nati questi featuring?
ViF.
Beh Andrea Appino e Francesco Motta sono dei “pisanacci doc” nostri compaesani. Gianluca Bartolo lo avevamo conosciuto in passato e poi ha avuto la sua parentesi “pisana” con il Pan Del Diavolo. Ci piaceva l’idea di coinvolgerli nel finale strumentale di “In Questa Città”, che chiude il disco e che è anche il pezzo che più affronta la tematica territoriale in questo disco. E così abbiamo creato questa atmosfera molto zeppelininana.

O. I testi racchiudono storie che lasciano trasparire la vostra voglia di denunciare e di distruggere le certezze illusorie. Secondo voi, la musica ha ancora il potere di buttare giù i muri e sgomberare il campo dalle credenze?
ViF.
Certo, forse la musica è rimasta una delle poche armi ancora attive e d’impatto per questo. Sicuramente (e purtroppo) non viviamo più nell’epoca di Woodstock ed anche se i mezzi di comunicazione certo non mancano, paradossalmente è più difficile “buttare giù i muri e sgomberare il campo delle credenze”, come dici tu. Viviamo in un’epoca più cinica e meno sognatrice, questo traspare anche dai testi di “Siamo Pur Sempre Animali”, ne siamo consapevoli. Ciò non toglie però alla musica il suo potere di impatto ed immediatezza che la contraddistingue e che ha innato.

O. Visto che siamo nel periodo giusto, il Festival di Sanremo, per voi sarebbe un traguardo o una nota di demerito?
ViF.
Beh, forse per fare i finti alternativi potremmo risponderti che “San Remo è unammmerda, che sono tutti venduti” ecc…ecc…. In realtà San Remo pur non essendo eccelso dal punto di vista della qualità, costituisce comunque un canale di visibilità immenso in mondovisione e sicuramente il fatto che ogni tanto vi si veda all’interno qualche realtà proveniente dal mondo rock non è un fattore negativo o sinonimo di essersi venduti. Sicuramente poi, il festival e “quel mondo” hanno le loro contraddizioni, così come ce l’ha la nostra scena musicale. Questo è un problema di mentalità che negli States o in Inghilterra non esisterebbe… Certo, dato che siamo qua a parlarne, sarebbe molto divertente vedere i Venus In Furs sul palco dell’Ariston vestiti come i Temptations nel video di “My Girl” oppure meglio ancora, da bestie di Satana.. Ma così, giusto per vedere la reazione del pubblico!

O. “Vendetta Postuma”, poesia di Emilio Praga, musicata, rivisitata in chiave ViF e trasformata in “La vendetta di Praga” è una delle perle del disco, a mio parere. Come mai questa scelta?
ViF.
Dovevamo musicare una poesia per un progetto, ed abbiamo scelto “Vendetta Postuma” perchè Emilio Praga a suo tempo ed a suo modo ribalta gli stereotipi tipici del buonismo della società del suo tempo e fa la parodia di quella che sarebbe stata una situazione tipica “romantica”, stravolgendola in modo molto più “diretto” e “materiale”. Alla fine il pezzo ci piaceva molto ed il testo, pur essendo di un altro tempo, alla fine ha un impatto che non è poi così lontano da quello del disco.

O. L’artwork del disco merita una riflessione a parte. Chi ha curato quest’aspetto del disco?
ViF.
L’artwork del disco è stato curato da Francesco Fadda, un amico grafico e fotografo che ci segue ormai da moltissimo tempo. Anche il nostro sito ufficiale www.venusinfurs.it è curato da lui. E’ un ragazzo molto minimale e concettuale. Così per esprimere al meglio l’idea della materialità e del consumo, è uscita l’idea dell’amo, d’impatto e significativo. All’interno poi, ogni membro della band è rappresentato in una situazione di “consumo”: Claudio ha delle lenze che gli pressano una guancia, Zorro ha il volto completamente avvolto nella pellicola alimentare, Giampiero invece ha delle mani che gli deformano la faccia.

O. Con quale artista o band vi piacerebbe condividere il palco?
ViF.
Beh, come per il primo disco ci piacerebbe coinvolgere artisti “attivi” durante lʼanno, quelli che stimiamo, che ci stimolano o che ci incuriosiscono. Poi è logico, se potessimo scegliere indistintamente (anche fra qualcuno che “non c’è più”) potremmo sparare un nome tipo quello di Syd Barret in veste di produttore del prossimo album!! Viceversa fra i viventi ci incuriosirebbe vedere cosa potrebbe venir fuori con Stevie Wonder!

O. Siete in tour per promuovere il disco… progetti per i prossimi mesi?
ViF.
Si, nei prossimi mesi torneremo a Torino, poi Livorno, Massa ed altre date in definizione (con qualche festival annesso per l’estate ancora in definizione). Ad ogni modo stiamo già lavorando al secondo disco, quindi nei prossimi mesi affineremo il tutto!

Out intervista… Mezzafemmina

febbraio 26, 2012 Lascia un commento

Gianluca Conte (aka Mezzafemmina) è un cantautore che stiamo cominciando ad apprezzare ed abbiamo ospitato già nella prima puntata di Sotterranei. Ora l’intervista, cuoce e conduce la nostra FraP.

Scrivere di cose tristi non è un tabù
intervista a Mezzafemmina by Francesca Paolini

Out. “Mezzafemmina” è il soprannome che hai ereditato da tuo nonno e che più ti rappresenta. Raccontaci la motivazione di questa scelta.
Mezzafemmina. Quando ho cominciato a pensare a questo mio nuovo progetto solista la prima cosa a cui ho pensato è stato, prima ancora del genere e di tutto il resto, il nome. Non volevo usare il mio nome e cognome ed immediatamente mi è venuto in mente il nome “Mezzafemmina” che è il soprannome della mia famiglia, a Rocchetta Sant’Antonio, un paesino ai confini tra Puglia e Campania. Questo nome era stato dato al mio bisnonno perché aiutava nelle faccende domestiche e ai tempi del fascismo ciò non era sicuramente ben visto. Ho pensato che questo soprannome fosse quello che mi rappresenta più di qualunque altro affibiatomi in vita: ha in sé una certa sorridente critica al fascismo, una sensibilità femminile che non nego di avere, e quel sapore di sud e di storie da paese molto presenti nella mia musica.

O. Con il pezzo “Le prigioni del 2000”, riguardante la tematica del lavoro, ti sei aggiudicato il Premio Supersound 2011. Quanto è importante continuare a denunciare la precarietà del lavoro e le morti bianche?
M. “Le prigioni del 2000” e “Articolo 1” sono le prime canzoni su cui ho puntato. Anche se forse non lo sono state cronologicamente le considero le prime due vere canzoni di Mezzafemmina. Ho deciso di trattare per primi proprio questi temi, perché penso che non se ne parli mai troppo. E ho voluto parlarne in maniera semplice, diretta, anche un po’ nazional-popolare, se vogliamo, ma proprio perché son temi che non riguardano la destra o la sinistra, sono pure questioni di buon senso e non si capisce per quale motivo non se ne parli mai in maniera accurata.
La cosa che più mi spaventa della precarietà del lavoro non è tanto la precarietà economica ma la precarietà da un punto di vista dell’identità dei nuovi giovani. Se un ragazzo continua a fare, magari di malavoglia, numerosi lavori, magari per pochi mesi, lavori che non lo soddisfano, che non riescono a dargli una continuità economica e professionale, rischia seriamente di non riuscire a crearsi mai un’identità personale e lavorativa. Così si rischia di avere una generazione davvero insoddisfatta, nell’accezione più negativa del termine, con tutto ciò che può conseguirne, da un punto di vista sociale, politico e anche artistico.

O. Come è stato cimentarsi nella carriera solista dopo un lungo periodo come voce e autore dei Melanie Efrem?
M. All’inizio, lo ammetto, non è stato facile. Dopo essermi abituato per anni ed anni a fare qualsiasi cosa in 4-5 l’impatto non è stato subito semplice. Era un po’ strano trovarmi da solo in sala prove a suonare e cantare. Però ero talmente carico e convinto di quello che stavo iniziando a fare che ho cercato da subito di sublimare i primi impacci in maggior grinta e voglia di buttarmi subito con entusiasmo ed anche un po’ di sana ingenuità in un mondo del tutto nuovo per me.

O. Quali sono le tue influenze musicali?
M. Le mie influenze musicali sono variegate e apparentemente poco collegate a ciò che poi faccio. Sicuramente nella scelta di intraprendere un percorso maggiormente cantautorale ha inciso una certa riscoperta negli ultimi anni di cantautori che avevo in passato un po’ snobbato, in particolare Paolo Conte e Giorgio Gaber, ma a parte questo continuo ad essere molto affascinato dalle sonorità più disparate, che vanno dall’elettronica alla musica popolare, dal rock “sudato” alla musica classica. La mia più grande ambizione è proprio quella di riuscire ad unire un giorno in modo coerente tutti questi stimoli musicali nella mia musica.

O. “Storie a bassa audience” ha significato tour in tutta Italia, premi e soddisfazioni artistiche. Il 2011 si è concluso in maniera decisamente positiva. Cosa ti aspetti dal 2012, quali sono i tuoi progetti futuri?
M. Il 2012 è iniziato molto bene, con la presentazione del video documentario di “Articolo 1” e la partecipazione al Premio Buscaglione. Nei prossimi mesi gli obiettivi più urgenti sono la presentazione del video di “Insanity show”, una canzone a cui tengo particolarmente ma soprattutto nei miei piani vorrei far uscire il mio secondo album già a fine di quest’anno. Ci sto lavorando insieme ai miei musicisti (che ci tengo a nominare: Andrea Ghiotti alla batteria, Rocco Panetta alla chitarra, Emanuele Pavone al basso e Andrea Nejrotti alle tastiere) e sono molto curioso di come potrebbe essere il risultato finale di questo cd, che prevede alcune novità.

O. Come sono nate le collaborazioni con gli artisti all’interno dell’album?
M. Prima di tutti vorrei citare Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione. Nel momento in cui ho deciso di registrare questo album non ho avuto dubbi su chi scegliere come produttori artistici e il risultato ottenuto ha assolutamente accontentato le mie aspettative. Grazie a loro poi ho potuto contare sulla collaborazione di Elena Diana, sempre dei Perturbazione, al violoncello, un piccolo sogno che avevo nel cassetto, perché lo ritengo il violoncello più dolce d’Italia. Così come per Robertina, che ha una voce che mi ha sempre incantato; in “Brace” ci vedevo benissimo una sorta di dialogo tra una voce maschile e una femminile: semplicemente le ho mandato una mail chiedendole se le andava di partecipare e lei con grande entusiasmo e disponibilità ha accettato. Tutte le altre sono commoventi collaborazioni di amici che hanno deciso di partecipare e darmi una mano nella stesura del disco prima ancora di sentire cosa stessi facendo: in particolare Andrea Ghiotti, tuttora mio batterista, la bravissima Jolanda, cantautrice che ormai ha esportato la sua musica anche e soprattutto all’estero, Giorgio Codias, chitarrista dei Verlaine, gruppo indie torinese che io adoro da sempre, Eros Giuggia, sassofonista dei Merce Vivo, altro gruppo molto apprezzato nel torinese, e Marco Fratta. A loro va un ringraziamento particolare perché forse senza di loro questo cd non sarebbe potuto nemmeno esistere.

O. Quanto è importante l’aspetto del live? Suoni sempre accompagnato dalla band o anche semplicemente “voce e chitarra”?
M. Sto cercando di rendere il mio progetto il più modulare possibile. Mi esibisco in alcune situazioni voce e chitarra, in altre in duo o in trio (due chitarre e tastiera o due chitarre+batteria+ipad), anche se ammetto che la formula che preferisco è quella della band al completo, sia perché vengo dal mondo del rock e mi sento più a mio agio, sia perché ritengo che il live con la band al completo dia l’immagine più completa di cosa sia il progetto Mezzafemmina, musicalmente e non solo.

O. Ti senti più cantautore o poeta “metropolitano”?
Sinceramente non saprei come definirmi e non ci ho nemmeno mai pensato. Ovviamente tutti mi definiscono un cantautore, anche se io non mi sento propriamente un “cantautore”. Alcuni mi hanno anche definito un poeta, in effetti, ed anche invitato a qualche “poetry slam”, molto in voga ultimamente nel torinese.
Ripeto, non saprei come definirmi. So che mi piace tanto leggere e scrivere e non nego che mi piacerebbe scrivere qualcosa anche al di fuori della forma canzone, che per ora ho sempre adottato. Forse sono solamente uno scrittore, che per ora ha trovato la sua miglior espressione nella canzone.

O. Luigi Tenco diceva” scrivo solo cose tristi perchè quando sono felice esco”. Raccontare e denunciare certe quotidianità condendole con l’ ironia e qualcosa che consente di raggiungere lo scopo, toccare il nervo scoperto, suscitare una presa di coscienza?
M. Io spesso dico che nella società odierna “scrivere di cose tristi” è diventato un tabù. Pare che trattare certi argomenti sia segno di rigidità o addirittura di pessimismo, mentre, a mio parere, è esattamente il contrario. Una volta prima di un concerto dissi una frase simile a quella di Tenco; ironicamente dissi “faccio canzoni tristi perché sono una persona felice e me lo posso permettere”.
Una volta una ragazza mi disse che le mie non erano da “canzoni da sabato sera”, come se fosse scritto da qualche parte che il sabato sia vietato dare degli spunti di riflessione. Perché secondo me è questa la funzione di una canzone. Dare uno spunto di riflessione, non spiegare, e nemmeno dare soluzioni. Per quello ci sono i saggi, i politici, i filosofi o i fisici. Il “cantautore” può e deve soltanto lanciare un sasso, a volte con ironia, a volte con intimismo, a volte con critica dura, senza fare politica o dire ai suoi “seguaci” cosa è giusto fare e cosa no. Questa è la vera presa di coscienza.

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