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Recensione: Metibla, “Hell Holes” (2012)
di Gustavo Tagliaferri
Dando uno sguardo ad una sorta di riproposizione stilizzata de “Il Villaggio Dei Dannati” viene facilmente alla luce uno dei molteplici aspetti della personalità di Riccardo Ponis, videomaker ed ideatore del progetto Metibla. Ma un esordio come “Hell Holes” nasconde anche altro, in quanto fa sì che convivano le tante altre facce appartenenti al nostro e condivise assieme a componenti di band quali Kardia ed Inferno Sci-Fi Grind’N'Roll: non ci vuole molto a passare dall’alt-folk cashiano di “Crack” e rumoroso di “Cross The Rain” ai Nirvana all’acqua di rose di “Pain” ed una “Fool” che sembra il risultato di Therapy? e Minor Threat saltati in padella su un soffritto di elettronica.
Come alle memorie british che mostrano la loro forza più in “Grave Sweet Grave” che nella scontata “Spino”, dai riff banalmente oasisiani ma retta in piedi da un buon ritornello, si contrappone il videoludico memorabilia da retrogamer che va dal cut’n'paste di “Brand New One” all’avanguardia teatrale e diabolica di “You Live, I Don’t!”, per poi giungere al basso di scuola garage che anima le sperimentazioni di “Victory”. Aggiungendo una “Molly” che è l’ideale sunto generale di tutto, il risultato complessivo è un soddisfacente potpourri di idiomi che fanno di Metibla un interessante esponente di una forma di electro-rock quasi etnica, a voler azzardare.
Rrröööaaarrr: Overkill
by DOOM
Dalla Florida ci spostiamo a New York per incontrare gli inossidabili Overkill. Band di thrash metal, nata a New York nel 1980 dalle ceneri della punk rock band “The Lubricunts”, dove militavano il bassista D.D. Verni e il batterista Rat Skates. Ai due si affiancano il cantante Bobby “Blitz” Ellsworth e il chitarrista Bobby Gustafson. Con questa formazione, nel 1984 pubblicano il demo ‘Power in Black’. Il buon impatto del demo su pubblico e critica permette alla band di pubblicare due brani in due compilation: ‘Feel The Fire’ inclusa in New York Metal ’84 e ‘Death Rider’ inclusa nel quinto volume della serie Metal Massacre. La band riesce anche ad assicurarsi un contratto con la piccola Azara/Metal Storm Recording che pubblica nel 1984 l’EP ‘Overkill’. L’ EP Overkill attira l’attenzione di John Zazula, proprietario della Megaforce Records, una tra le più grandi e indipendenti case discografiche heavy metal del tempo. Gli Overkill firmano un nuovo contratto discografico con la Megaforce e rilasciano, nel 1985, il loro primo album ‘Feel the Fire’. Acclamato dai critici e dai fans come un capolavoro del thrash metal. Il 1987 segna l’uscita dell’album ‘Taking Over’, il primo ad essere rilasciato dalla Megaforce in collaborazione con la più grande casa discografica del tempo: la Atlantic Records. L’album è caratterizzato da un miglioramento dei testi e della musica. Sempre nel 1987, pubblicano l’EP ‘!!!Fuck You!!!’.
L’anno successivo gli Overkill pubblicano ‘Under the Influence’. Lavoro frettoloso e poco ispirato. Invece nel 1989 esce l’album che li porta al successo: ‘The Years of Decay’. L’album si contraddistingue per le strutture molto complesse e per le atmosfere epiche, che contribuiscono a creare un disco più professionale e serioso. Nel 1990 Bobby Gustafson, a causa di vari conflitti con D. D. Verni, lascia la band. Viene sostituito da Rob Cannavino e Merritt Gant, entrambi chitarristi. Con la nuova coppia di chitarristi gli Overkill partoriscono nel 1991 ‘Horrorscope’. Grazie ai robusti riff e assoli dei due nuovi chitarristi, Horrorscope si presenta come il lavoro più pesante della band.
Nel 1992, durante il tour promozionale di Horrorscope, Sid Falck abbandona la band, subito rimpiazzato dal batterista Tim Mallare. Nel 1993 pubblicano ‘I Hear Black’. Primo loro disco pubblicato con la Atlantic Records. Lavoro melodico e commerciale. Nel 1994, come risposta alle critiche ricevute per I Hear Black, danno alle stampe l’album ‘W.F.O’, composto da pezzi di thrash metal vecchia scuola, veloci e senza fronzoli. Dopo l’ennesimo cambio di chitarristi immettono sul mercato ‘The Killing Kind’, 1996. L’album presenta elementi innovativi e sperimentali, con forte influenze hardcore punk. Nel 1997 esce ‘From the Underground and Below’ che aggiunge influenze molto più moderne allo stile della band. Influenze che rasentano l’industrial metal. ‘Necroshine’ esce nel 1999. L’album mantiene la vena innovativa e sperimentale del precedente lavoro. ‘Bloodletting’, arriva nel 2000. L’album vede un ritorno al thrash metal vecchia scuola, pur mantenendo influenze moderne. ‘Killbox 13’ esce nel 2003. Questo disco contiene una sorta di mix tra il nuovo ed il vecchio stile. Mentre ‘ReliXIV’, viene pubblicato nel 2005. Con uno stile simile a quello di Killbox 13. Nel 2007 esce ‘Immortalis’, e nel 2010 dopo aver firmato con la Nuclear Blast Records, esce il quindicesimo lavoro in studio intitolato: ‘Ironbound’. La stessa band descrive il nuovo nato come un vero disco di sincero thrash metal. Nel 2012 è uscito il nuovo ‘The Electric Age’.
Puro e incontaminato thrash metal.Gli Overkill sono una garanzia senza scadenza. Meritano un attenzione da parte vostra.
Raffica di Cantautori di Maggio
Indietro tutta! Il vintage si sta prendendo i nostri salotti, le foto dai colori giallastri di Instagram, gli armadi che pullulano dei vestitini ye-ye: attendo solo la cotonatura dei capelli. Niente di strano se lo stereo risenta di questo continuo passo del gambero, di questo cercare orizzonti di senso negli strumenti acustici e le tastiere valvolari, nel vago blues e nei giri di sol, in quell’America che non vorremmo finisse mai.
Dovremmo fare forse un immenso reboot della Storia per poter fare e dire qualcosa di nuovo, per osare, ma dato che ci è rimasto solo parlare d’amore, non ci resta che deporre le armi e arrendersi al sentimento di un mondo rosa confetto e sperare che qualche autore riesca a trovare in questo vuoto di senso una melodia giusta, un giro azzeccato e ci levi via dalla noia. Per un giorno il cinico prova a foderarsi gli occhi di prosciutto e a credere che esistano i sentimenti vagheggiati dai poeti e invocati dai loro carmi, nella speranza di non fare la fine di Jacopo Ortis. Poi evocheremo il cinismo e tutto finirà.
Nicola Battisti, lp omonimo (2013)
Cognome pesantissimo per uno che vuol fare il cantante. Immagino che dovrà convivere con la domanda “ma sei parente di…?” da tutta la vita, come chi si chiama Marina è ossessionata da quelli che cantano loro la canzoncina “Marinaaaa Marinaaaa Marin….aaaaarghhhhh” (tonfo sordo sul pavimento). Il disco vuole essere un inno all’amore e al tempo in cui all’amore ci si credeva, si compravano i 45 giri e si sognava su una nuvoletta rosa (vabbè poi arrivarono i capelloni e tutto cambiò, signora mia…). Strumentazione vintage (pure un mellotron ç_ç), canzoni che raccontano per metafore ed ellissi il sentimento di sentirsi fortunati ad amare o sul bisogno di esprimere i propri sentimenti. I testi sono lineari ed essenziali (ci ritroviamo anche le rime cuore-amore). Interessante l’inserto surf di “Piove” e un’apertura agli stilemi beat che hanno fatto la fortuna del pop italiano e che riemergono dai vecchi dischi degli anni ’60. Bella la voce di Nicola.
Alessandro Romeo, “Tesi di Redenzione” (2013)
È l’ironia bohemien che riscatta un disco che poteva avere altri esiti. Di fronte ad una veste molto essenziale, troviamo invece testi narrativi e divertenti, autoanalisi di chi piange in versi ed ama in musica. Belli gli scorci metropolitani di un’umanità povera e sorniona (“La Casona”) e lo swing (vintage estremo
) di “Karrina”. Metafore (che significheranno i dolenti versi di “Zoo”? il disagio sociale degli anni Zero?), mezzeparole ed ellissi, sorridenti ossimori: “Tesi di Redenzione” prende con dolcezza il suo ascoltatore per mano e lo conduce in un mondo variopinto e dolce dove lo sguardo ad occhi socchiusi del Romeo ci fa fare qualche giro di danza. E meno male, ci vuole ogni tanto.
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
A malincuore, con la Q maiuscola, mettiamo la moderzione dei commenti al blog, dato che gli SpamBot hanno imparato a scrivere anche in italiano e scavalcano i nostri filtri. Sorry…
Recensione: Ground Wave, “Goodbye Neil” + Aeroflot, “Il resto del Cremlino vol.

Eh cari, non si scherza, col Passato, con la Storia… o almeno così credevo.
I rimasugli della storia mondiale stanno accanto a noi intorno a noi, produttivi e mitopoietici come non mai: si annidano nei libri del babbo, nei manifesti con Berlinguer, sul poster LUNA del Messaggero del 1969, negli spot. Sono ancora miti produttivi quelli del nostro Novecento, ma in direzioni impreviste e tristemente barbare: improbabili citazioni di Marilyn Monroe trasformano una discreta attrice in un nuovo Socrate; il Sogno di Martin Luther King smercia sogni telefonici. Mi fermo qui, o chi lo sente il dottore che mi dice di non stressarmi?
Mi arrivano due dischi che scherzano col fuoco, con il Sogno Americano e con la Madre Russia, due robe che hanno segnato la storia individuale e collettiva di generazioni e che ora paiono ingiallite polaroid, utili solo a rinverdire i fasti eroici di un tempo perduto in cui si credeva ancora in qualcosa, giusto a sbagliato che fosse.
Ground Wave, “Goodbye Neil” (2013)
Ecco gli “americani”. Il mito della Luna e del più grande astronauta di tutti i tempi, Neil Armstrong, unico civile ad arrivar lassù e fare battute su Mr. Gorsky. Il disco è un buon esempio di post rock che frulla ottime suggestioni floydiane (bella “Don’t speak, just whistle”, ma inquetantemente vicina a “By the Rivers of Babylon” in quanto a melodia); tocchi genesisiani di dodici corde (?) suonata alla Hackett si mischiano ad un wave che più America non si può, ma si fa particolarmente apprezzare la psichedelia di “Don’t Panic-Shubidubidubà”.
A giustificare il collegamento col mito dell’Apollo 11, qualche campionamento radio qui e là e metafore spaziali, e nulla più. Un disco di un gruppo potenzialmente molto interessante.
https://www.facebook.com/pages/Ground-Wave/45106839101?fref=ts
Aeroflot, “Il resto del Cremlino vol. 1” (2013)
Gli stessi Aeroflot ci mettono sull’avviso di non aspettarci un’operazione alla CCCP: manca il punk, il situazionismo e Fatur che fa le facce buffe. In compenso c’è una interessante ripresa di stornelli popolari che ricordano la lotta partigiana e la vita di popolo sotto l’invasore. Gli Aeroflot, irriverenti sin dal titolo, si rivelano serissimi nel declinare con amore la loro musica, un po’ pop, un po’ folk, sempre esplorando le pieghe del comunismo emiliano, un po’ balera, un po’ eredità della lotta partigiana. Forse li ha frenati il nobile precedente del gruppo di Giovanni Lindo Ferretti, ma con un po’ di coraggio, gli Aeroflot potrebbero divenire davvero un gruppo molto interessante.
Personalmente li ringrazio per aver disinnescato la retorica di gruppi sinistrorsi (e sinistrati) come i Modena City Ramblers, che ti fanno nascere inevitabilmente un amore viscerale per il capitalismo.
Rrröööaaarrr: Morbid Angel & Cannibal corpse
by DOOM
Ritorniamo in Florida, dopo Obituary e Deicide questa volta incrociamo altre due band leggendarie. Si inizia con:
I Morbid Angel, band di death metal proveniente da Tampa, Florida, tra i pionieri del genere estremo. Nati nel 1984 per mano del chitarrista Trey Azagthoth che in secondo momento recluta il batterista e cantante Mike Browning e il bassista Dallas Ward. Pubblicano nel 1986 il demo-album ‘Abominations of Desolation’, dopo questo esordio discografico, Azagthoth arruola, in sostituzione dei dimissionari BrowningeWard, il batterista Pete Sandoval, il cantante/bassista David Vincent e il secondo chitarrista Richard Brunelle. Con questa nuova formazione, nel 1989 esce il debut album, ‘Altars of Madness’, che riscuote grande successo di pubblico e di critica, bissato dal successivo ‘Blessed are the Sick’ del 1991, ultimo lavoro con Brunelle alla chitarra sostituitoda Erik Rutan(Hate Eternal). Nel 1993 è l’ora di ‘Covenant’ (1993), che, secondo Nielsen SoundScan, risulta il disco death metal più venduto nella storia con circa 300.000 copie in tutto il mondo. Secondo solo a ‘The End Complete’ degli Obituary uscito nel 1992 con 350.000 copie in tutto il mondo. Nel 1995 vede la luce ‘Domination’, il lavoro più sperimentale e dinamico del combo floridiano, caratterizzato da un sound freddo e apocalittico. Nel 1996, all’apice del successo, il cantante e bassista David Vincent lascia la band per divergenze musicali, sostituito dal misconosciuto Steve Tucker, con cui vengono incisi tre album: Formulas Fatal to the Flesh (1998), Gateways to Annihilation (2000) ed Heretic (2003). Nel 2004, ritorna a sorpresa David Vincent dopo l’abbandono di Tucker. Dopo sette anni dall’ultimo disco in studio esce nel 2010 ‘Illud Divinum Insanus’ per la francese Season of Mist dopo annidi matrimonio discografico con l’inglese Earache Records. In questo lavoro dietro alla batteria siede Tim “The Missile” Yeung che sostituisce lo storico batterista Pete Sandoval, costretto a uno stop prolungato a causa di un intervento chirurgico alla schiena. Il disco, certamente il più controverso dei floridiani, accanto a classiche sonorità death metal presenta chiare influenze industrial. Band da ascoltare senza pausa!
I Cannibal Corpse, band di brutal death metal statunitense, nati tra Buffalo, New York e Tampa, Florida, nel 1988 dall’ impasto di tre band: i Beyond Death, i Leviathan e Tirant Sin. Al thrash-death degli esordi, influenzato dagli Slayer, Kreator e dai Death, hanno poi aggiunto influenze grind dando così vita ad una delle prime band e più famose al mondo di brutal death metal. Nel 1989, dopo aver pubblicato il demo Skull Full of Maggots, siglano un contratto con l’americana Metal Blade, pubblicando 12 album: ‘Eaten Back to Life’ (1990), ‘Butchered at Birth’ (1991), ‘Tomb of the Mutilated’ (1992) (dopo la macabra e sanguinante triade il chitarrista fondatore, Bob Rusay, abbandona la band, viene sostituito da Rob Barrett ex Malevolent Creation)‘The Bleeding’(1994),(Dopo ‘The Bleeding’, anche il cantante fondatore, Chris Barnes, abbandona la band, attualmente in forza ai Six Feet Under, viene sostituito da George “Corpsegrinder” Fisherex Monstrosity) Vile (1996), ‘Gallery of Suicide’ (1998) ‘Bloodthirst’ (1999), ‘Gore Obsessed’ (2002), ‘The Wretched Spawn’ (2004) (Dopo ‘The Wretched Spawn’ anche l’altro chitarrista fondatore, Jack Owen, abbandona la band, attualmente in forza ai Deicide, viene sostituito da Pat ‘O Brien ex Nevermore) ‘Kill’ (2006), Evisceration Plague (2009), ‘Torture’ (2012). I Cannibal Corpse hanno venduto 13 milioni di dischi in tutto il mondo. Una vera macchina trita timpani, il sound claustrofobico, compresso, morboso e ultra veloce, la voce growl del cantante sono un marchio di fabbrica difficilmente ripetibile. Gli album della band sono stati censurati o banditi in alcune nazioni per via dei testi troppo espliciti. Band da ascoltare senza sosta!
Sulla sperimentazione
“Dichiaro morta la SPERIMENTAZIONE CHE NON SPERIMENTA!”, altro che non voler imparare gli strumenti nascondendosi dietro farlocche pretese dis-imparatorie! Signori, la MUSICA è una parola elevata; quella che intendete voi è la musicoterapia per infanti ritardati che battono i campanellini”.
di COLONEL XS
Con questa spietata e perentoria affermazione, pubblicata alcuni giorni or sono sulla mia pagina FB, volevo porre l’accento sulla faciloneria con cui tanti (sempre più, ahimè) si elevano al rango di musicisti elettronico-sperimentali. Da tempo assistiamo al sempre più ingombrante uso del computer, che sostituisce lo studio di registrazione (costoso e già per questo fonte di una prima scrematura), e al proliferare etichette casalinghe, nel migliore dei casi, quando non addirittura inesistenti o puramente virtuali.
Come può un consumatore differenziare ed orientare i propri ascolti tra una ragionevole offerta via web e la deviazione/distrazione data da una ciurma di “amiconi/perditempo/provocatori”, se non dopo una ragionevole perdita di tempo, per l’appunto?
Spesso purtroppo si uniscono anche musicisti affermati e/o storicizzati, che, fermi nella loro autoreferenzialità non sanno più discernere tra la mera qualità di un suono e la compiutezza di una “composizione”, sia essa canzonettara o puro ambiente sonoro; così come tante labelunderground “ufficiali” che non possono più far altro che sparare nel mucchio e cercare di imbroccarla giusta, sempre che non limitino anch’esse la scelta su parametri “amicali”.
E qui casca l’asino: basta forse la qualità sonora sempre più facile da raggiungere – o, meglio, imitare – (ah, la “cameretta-generation”…)? Serve a qualcosa infestare il web con un’inondazione di gigabyte di cazzate, tra cui è sempre più difficile districarsi?
Nossignori! Non giova a nessuno: né a chi la musica la fa, né a chi ne è un semplice fruitore. L’unico risultato sulla distanza è la disaffezione per la ricerca (in tutte le sue accezioni). Cerchiamo il nuovo nel vecchio, proprio perché il “nuovo” ha cessato la sua spinta verso le “nuove frontiere”, verso un “oltre” che è (era) sempre un po’ più in la, continuando ad attorcigliarsi e contorcersi (al pari di una serpe cui è stata mozzata la testa – si, la testa, notoriamente sede dell’intelligenza e dell’ingegno), perdendosi nel mare dell’ovvietà.
Questo mentre da più parti si corre ad elevare a “nuova” (che palle!) Bibbia il saggio “Retromania” di Simon Reynolds, spesso portato ad emblema proprio da coloro che, come già dall’enunciato, “rinunciano ad imparare l’uso e la pratica di uno strumento” nascondendosi dietro banali citazioni di Tzara o Picasso (roba vecchia di un secolo o giù di lì, dunque), annunciando l’importanza (o piuttosto l’impostura?) del dis-imparare.
Bene. Il dado è tratto, come diceva qualcuno, e il mio punto di vista mi sembra chiaro.
Si apra il dibattito!
Il vostro amato (od odiato che sia)
colonel XS
Recensione: Aidan, “The relation between brain and behaviour” (2013)
by DOOM
La musica dei padovani Aidan non è semplice da ascoltare. Il trio sforna il nuovissimo ‘The Relation between Brain and Behaviour’, lavoro di sludge/post-doom-psichedelico, interamente strumentale e dall’umore mostoso e apocalittico che si sviluppa lungo sette tracce di musica fortemente atmosferica e anche piuttosto avvincente. Esordio cazzuto questo concept album, incentrato su un fatto di cronaca avvenuto nell’800 in America, la storia del macabro incidente accaduta all’operaio Phineas Gage: nel 1848, in seguito ad un incidente, una barra di metallo gli si conficcò nel cranio e gli distrusse una parte del lobo frontale sinistro. Phineas sopravvisse per miracolo all’accaduto, ma la sua personalità mutò drasticamente. In sintesi, è un concept sulla storia dell’operaio.
Ritorniamo alla musica. Lavoro fortemente influenzato da Black Sabbath, Melvins, Torche, Isis, Cult Of Luna, Sleep e qualcosa anche dei Pink Floyd. La brevità dei pezzi aiuta sicuramente a non renderli troppo indigesti, sicuramente l’aggiunta di una voce renderebbe il tutto più digeribile. Produzione ovattata, fangosa come la miglior scuola sludge made in sud degli Stati Uniti insegna. Al mastering troviamo il guru James Plotkin (Khanate, Scorn, Flux, Old) produttore degli ambienti più doom, più drone, più opprimenti in circolazione. Che dire: spariamoci questo viaggio nei meandri più oscuri e complessi dell’essere umano. Le premesse per un ottimo futuro musicale ci sono tutte, basta un pizzico di maturità e personalità in più. Teniamoli d’occhio ed orecchio.
Pagina FB: https://www.facebook.com/pages/Aidan/312454752137706
Rrröööaaarrr: Kreator
Sempre in terra tedesca, questa volta incontriamo i creatori ed iniziatori del thrash metal made in Germania.
by DOOM
I Kreator, band nata nel 1982 ad Essen come ‘Tyrant’, formati dal chitarrista e cantante Mille Petrozza, dal batterista Jürgen “Ventor” Reil, dal bassista Rob Fioretti e, inizialmente, dal cantante Paul Terozza (che fu tuttavia cacciato dalla band dopo poche settimane). I quattro giovani virgulti propongono un thrash metal violento e veloce, influenzato da Venom, Slayer e Metallica. Presto decidono di cambiare nome: prima in ‘Tormentor’, con questo nome rilasciano due demo, e poi definitivamente in ‘Kreator’ nel 1984. Dopo aver firmato il contratto con la Noise Records, la band pubblica nel 1985 il suo debutto, intitolato ‘Endless Pain’, album con un sound grezzo e violento, che influenzerà molti gruppi black e death metal.
Nell’agosto del 1986 esce lo storico EP il rozzissimo e violentissimo ‘Flag of Hate’ . Nello stesso anno esce anche ‘Pleasure to Kill’. Lavoro che tutt’ora viene considerato un classico del thrash metal, ed è il più pesante e veloce lavoro della band. Nel 1987 viene pubblicato Terrible Certainty lavoro che incrementa ulteriormente la popolarità della band. Questi buoni successi a livello commerciale permisero al gruppo di finanziare il loro secondo EP: ‘Out of the Dark…Into the Light’. Nel 1988 i Kreator firmano un contratto con l’etichetta Epic Records, con la quale debuttano nel 1989 con il disco ‘Extreme Aggression’ che prosegue sulla scia dei precedenti lavori mostrando però ulteriori progressi tecnici.
Nel 1990, con il nuovo chitarrista Frank Gosdzik, proveniente dai Sodom, la band incide ‘Coma of Souls’. Lavoro che non viene accolto come i precedenti dai fan di vecchia data, ma riscuote comunque un ottimo successo grazie anche alla canzone People of the Lie.
Con ‘Renewal’ (1992) la band allarga i propri orizzonti verso un pubblico più ampio ottenendo però l’allontanamento dei fan storici che li accusarono di ‘svendita’. La band incomincia a perdere pezzi per via, del lungo tour mondiale, faticoso e poco gratificante, per il responso negativo sulle vendite di ‘Renewal’ e la perdita del contratto con la Epic Records. Nel 1995 viene pubblicato ‘Cause for Conflict’ licenziato per la GUN Records, lavoro influenzato dal groove thrash dei Pantera e dei Machine Head. I Kreator continuano con gli esperimenti musicali nei successivi album come: Outcast del 1997 ed Endorama del 1999 che contengono elementi ambient, campionamenti e un nuovo stile di canto di Petrozza. Le vendite calano e la band tocca il fondo sia a livello di vendite sia di critica. Nel 2001 viene pubblicato l’album ‘Violent Revolution’, che vide il ritorno al loro classico stile thrash metal. Escono tra 2005 e il 2009 ‘Enemy of God’, e ‘Hordes Of Chaos’. Dischi in pieno stile thrash metal. Il 6 giugno 2012 è uscito per Nuclear Blast il tredicesimo album in studio della band, ‘Phantom Antichrist’.
I Kreator sono considerati uno dei tre gruppi più importanti del thrash metal tedesco, insieme a Sodom e Destruction. Date loro un ascolto.
Raffica di LP di Maggio ’13
Sursumcorda, “Musica d’Acqua” (2013)
Comincia con un triste fado il disco dei Sursumcorda, complesso senza genere, ricerca di musica totale. Senza rifiutare le influenze della musica da camera (gli archi che lavorano sulle armonie e incontrano le chitarre), la world music, con i suoni del Medio (“Il sogno di Amir”) e dell’Estremo Oriente (“Tang Lang”, forse la traccia migliore). Una raffinata ricerca sonora, un puntare al gradevole, al bel suonato, a una dimensione totalizzante del suono che non ha molti punti di riferimento, o ne ha troppi.
Come dei Gotan Project meno elettrici e meno argentini, non se ne fanno nulla del dramma delle cose, ricercando una dimensione astorica in cui il suono sgorga senza la ricerca di altre giustificazioni
Come dei Penguin Cafè Orchestra, meno metafisici, però, che sfuggono dal labirinto delle metafore e dall’accorata semplicità dei lavori di Simon Jeffres, senza l’angoscia dell’intuizione della compresenza di morte e gioia nelle stesse note.
Disco lieve, frutto di ricerca della bellezza; piacerà se non avete bisogno di direzioni prestabilite.
https://www.facebook.com/sursumcorda.musica
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Paolo Spaccamonti “Frammenti” / Stefano Pilia “Stand Behind The Men Behind The Wire” (split disc – 2013)
Due chitarristi, un disco. Tre tracce di Spaccamonti, lineare e metodico. Apre con una traccia minimale e interessantissima (“Non lacrimare”) per proseguire in una dimensione più ascoltabile e quasi, quasi, più pop, forse meno efficace.
Più vicino ai maestri degli anni ’80, alla Michael Hedges e Dan Ar Braz per intenderci, il lavoro di Pilia che alterna fingerpicking acustico ad assoli sporchi e deliziosi di chitarra elettrica di godibile lirismo.
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Wildmen, “Haters Gonna Hate” (2013)
Evabbè. mi direte, è un disco di “Shit Music for Shit People”, sei sul loro libro paga, dài loro sempre cinque palle su cinque di valutazione (http://blogdiout.wordpress.com/tag/shit-music-for-shit-people/). Artisti scelti con cura, rock’n'roll d’autore e energia vitale a mille. Post punk e garage, casinari e sfrontati questi ragazzi selvaggi; l’unico difetto che trovo loro è che non si può analizzare ciò che è già semplice in questo “Haters Gonna Hate”, nel suo elementare bisogno di vita senza virtù, di forza senza violenza. HGH va ascoltato e basta.
I
Wildmen, che abbiamo già apprezzato nell’aperitivo/split disc con i Capputtini ‘i Lignu, sono un duo che meriterebbe un pubblico ben più vasto e preparato dell’esiguo seguito che ha il rock in Italia nei patetici anni dei talent show de noantri.






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