Recensione: The Sickle (Omonimo – 2012)
Toh… guarda che m’ha portato il gatto. Un disco? Molla l’osso!
MEOWWWWWW!
Capperi, gli piace la copertina, non lo molla, figlio di una “felis domestica”!
MEOWWWWWWW! FFFFFT!
…..
Finalmente, molti graffi dopo, ho in mano il disco dei The Sickle del 2012: dopo Hung up to dry, di cui abbiamo ballato tempo fa il bel clip del singolo, torna il rokkerolle padovano di punk veloce e melodico che già c’era piaciuto ed aveva scatenato discussioni in redazione. Essì: Francesca, voce critica, mi rimbrottava così “bel ritmo, bella roba, ma cosa resta poi a orecchie vuote?”: io rispondevo “Fun, Fun, Fun”!
Non sottovalutiamo l’impatto liberatorio di buone canzone veloci, melodiche e intriganti come quelle dei The Sickle, che sin dalla prima traccia (Automatic Drive) spinge sul sentimento elettrico di scuola Blink 182/Greenday per scuotere, divertire. Un buon disco deve piacere; un buon disco non deve essere per forza “fedele alla linea” o “rabbia contro la macchina”; un buon disco di rock, prodotto dall’entusiasmo di chi imbraccia la chitarra e dice vita, può anche avere la sfontata vivacità di Wake me up, break me down e dirti cose, renderti più partecipe del mondo e delle sue contraddizioni, a volte piacevoli.
Insomma, undici tracce, tanto amore per il rock e la necessità di andarsi a comprare delle casse migliori, perché in cuffia il rokkerolle è una bestemmia.

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Hanno sparlato di noi