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Out intervista… Piccoli Omicidi

Out intervista… Piccoli Omicidi
by Claudia Amantini e Francesca Paolini

Prodotti da Paolo Benvegnù e cresciuti in Emilia Romagna: dopo anni di gavetta, eccoli finalmente con il loro primo album “Ad un centimetro dal suolo” (Still Fizzy Records). Dopo avere estorto una splendida puntata di “Press Play on Tape” sul nostro podcast, OUT ha intervistato la band. Enjoy!

Out. Un nome decisamente particolare per una band: Piccoli Omicidi. Come mai questa scelta?
Piccoli Omicidi. 
Il nome della band rimanda ad alcuni titoli di celebri film come quello di Alan Arkin o anche il noto “Piccoli omicidi tra amici” di Danny Boyle. È talmente bello il paradosso che si crea tra le parole “Piccoli” e “Omicidi”, nel senso che un omicidio o lo è, o non lo è, non può essere piccolo, che invoglia alla citazione. In realtà, non ha nulla di macabro. Nella mia visione, tutte le cose che racconto nelle canzoni sono piccoli omicidi. Se diamo un volto alle nostre paure, alle nostra ansie, alle nostre complicazioni quotidiane, forse è più facile combatterle ed ucciderle. Da qui il nome Piccoli Omicidi, non abbiamo intenzione di uccidere nessuno, solo eliminare le cose che turbano la nostra esistenza, giorno per giorno, anche in maniera ironica e dissacrante.

O. Dato il nome, quali sono le tematiche che trattate? Omicidi, vittime, carnefici?
P.O.
Le tematiche affrontate negli undici brani del disco, riguardano la quotidianità, e non siamo andati ad affrontare argomenti insoliti o bizzarri. Il rischio era di raccontare storie in maniera banale e scontata. Lo stesso titolo “Ad Un Centimetro Dal Suolo” sintetizza quelle che sono le possibili interpretazioni della frase in sè: ad un centimetro dal suolo probabilmente ci siamo trovati tutti prima o poi nella vita. Quel giorno che eravamo talmente felici, innamorati e appassionati, che ci sembrava di non toccare terra, oppure quella volta in cui stavamo per toccare il fondo eppure quel piccolo spazio d’aria che ci separava dalla fine, ci dava ancora speranza. Un centimetro è uno spazio relativamente piccolo, ma magari sufficiente e anche necessario per separare l’uomo, che da sempre è istintivo e passionale, dalla concretezza del suolo, che a volte lo intrappola in maniera eccessiva.

O. All’interno dell’album, di imminente uscita, è presente una cover di Luigi Tenco (“Vedrai, vedrai”). I Piccoli Omicidi come si pongono nei confronti della canzone d’autore?
P.O. Crediamo fermamente nella canzone d’autore, tutto il disco ne è un esempio. Abbiamo ancora questo concetto che la musica debba supportare le parole e i messaggi che si vogliono trasmettere, col rischio anche di risultare anacronistici e demodè. Se prendiamo tutto il CD dal punto di vista prettamente musicale, sicuramente non è nulla di rivoluzionario. Per questo, anche nella dimensione live, le parole sono sempre valorizzate e messe in primo piano. Se si deve dire qualcosa, che si capisca chiaramente, non ci interessa essere notati perché picchiamo più forte il martello sulle lamiere.

O. Quali sono i gruppi e le influenze musicali (italiane e straniere) che vi accompagnano?
P.O.
Il discorso delle influenze credo che sia d’obbligo per tutti i lavori pubblicati da quindici anni a questa parte, il nostro compreso. Credo che gli anni ’90 siano stati l’ultimo rantolo di creatività pura espressa dalla musica e, checché se ne dica, nulla di realmente nuovo è mai emerso da allora in poi. Se vogliamo, qualcuno è stato più o meno abile a perfezionare quelle che erano le materie prime prodotte in quegli anni. Potremmo nominare gli stessi Scisma, gli Afterhours, i CCCP, che sono forse, tra gli altri, l’ultima vera iniezione di ossigeno nel panorama della musica italiana, anche se, a loro volta figli di una tradizione anglosassone che come al solito è sempre un passo avanti. Parlo di Radiohead, Blur, per citarne alcuni, dando per scontati i Beatles. Troppo spesso e a sproposito si critica un artista perché “suona troppo” come un altro. Ritengo che ispirarsi ad altri non sia un limite, ma un pregio, se si porta valore aggiunto. È stato dato merito a tanti di aver attualizzato gli anni 60/70, perché non riservare lo stesso trattamento a chi valorizza ora gli anni ’90.

O. Il produttore del disco è Paolo Benvegnù. Com’è nato il rapporto di collaborazione con Paolo? Ci ricordiamo di lui al tempo degli Scisma.
P.O. Ad un certo punto, durante il corso dei lavori, mi sono reso conto che serviva un orecchio esterno, una persona che non fosse così coinvolta nel progetto che potesse sdoganarci da noi stessi ed avere una visione più critica del prodotto. Conobbi Paolo Benvegnù nel 2006, ad un seminario sulla musica e la scrittura, e gli proposi il mio materiale. Pensai che fosse la persona giusta, per capire il progetto e valorizzarlo. Lui stesso ha trovato molto affine il mio modo di scrivere al suo, anche se forse i nostri cuori battono a velocità diverse. Il suo apporto a tutto il lavoro ha permesso di impreziosire tutto il lavoro, senza snaturare l’essenza originale che rimane istintiva e sincera. Ovviamente è stato un vulcano di idee ed intuizioni che abbiamo assorbito, fatto nostre e sviluppate al meglio.

O. Siete un trio: chitarra, basso e batteria: puro stile rock. In Italia, si sa, le etichette vanno per la maggiore… voi siete finiti sotto la dicitura “indie rock”, vi riconoscete in questa “etichetta”?
P.O.
In realtà si, anche se, come dici, le etichette sono quasi più un’imposizione che altro. Ma ci riconosciamo, esclusivamente nella vera accezione del termine. Oramai ci sono artisti e gruppi “Indie” che sfruttano la definizione perché va di moda, ma si appoggiano ad etichette e a sistemi di promozione che sono degni delle major più quotate. Per noi indie non è un genere, ma un modo di approcciare le cose. Un artista può essere indipendente facendo rock, metal, hip-hop, al limite anche liscio e chi più ne ha più ne metta. Noi abbiamo registrato il nostro disco nella nostra sala prove, facendoci prestare o noleggiando le attrezzature, abbiamo coinvolto persone che hanno lavorato al disco, per il puro piacere di farlo. Si l’etichetta ci veste alla perfezione, se considerata per quello che veramente significa.

O. Quanto ha influito nella vostra musica e quanto è stata ed è importante l’Emilia, la vostra regione, terra che ha conosciuto periodi di splendore musicale e che continua a sfornare talenti?
P.O.
Non so, noi emiliani abbiamo sempre avuto questa indole estroversa ed espansiva, quasi mi fa pensare che sia una cosa genetica. Noi non a caso, abbiamo citato in un pezzo dell’album la figura del partigiano, un emblema della nostra regione. Continuiamo a ritenere che quando si ha qualcosa da dire o da fare, la cosa più importante sia quella di agire e di farsi sentire. L’Emilia, come dici tu, di talenti ne ha sfornati tanti, magari un comun denominatore c’è.

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  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. febbraio 22, 2012 alle 11:18 am | #1

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