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Recensione: Gioventù Bruciata (omonimo, 2014)

by DOOM

Fronte_CoverSi ritorna a recensire band italiane. Che bello! Questa volta facciamo un tuffo nel brodo primordiale del punk-hardcore italiano. La nostra nuotata si ferma a Formia (Latina) fine anni ottanta dove troviamo un gruppo di ragazzacci bruciati dalla rabbia che vogliono demolire ‘l’ipocrita società’ a colpi di musica letale e testi al vetriolo. Il primo vagito-band porta il nome di Waste ma subito cambiato in Gioventù Bruciata.

I nostri pubblicano la prima demo omonima nel 1997 e nel 2000 esce la seconda demo ‘Reazione Violenta’. Dopo aver girato mezza Italia insieme la miglior crema punk-hardcore italiana la band si scioglie. Ritorniamo ai giorni nostri. Il primo di giugno del 2014 edito dalla Brigadisco Records esce il debutto ufficiale della band che porta il titolo di ‘Gioventù Bruciata’. Inserisco play, alzo il volume a palla, di là mia mamma che grida: ‘Abbassa il volume’ io me ne frego. Perché mi piace essere azzannato dalle note di ‘Gioventù Bruciata’. Si spara con l’iniziale ‘33 giri’ subito si ha la sensazione che i nostri aggrediscono il malcapitato ascoltatore con coltellacci spuntati non voglio tagliare ma sfregiare. Mi tiro tutto il disco, 16 pezzi, senza respirare, però ho dovuto abbassare il volume per non essere cacciato di casa. Attitudine nichilista, urla furenti, cantato monocorde e carico di rabbia, linee melodiche praticamente inesistenti, assoli minimali, riff acuminati come pugnali, sezione ritmica spacca ganasce, testi velenosi e taglienti il tutto vomitato con furia hardcore: in sostanza 16 pezzi uno via l’altro che sanno di suoni metallici e voci cartavetro. Il disco contiene anche due cover: ‘Gioventù Bruciata’ dei Bloody Riot e ‘Visioni Meccaniche’ dei Khalmo. Cosa dire, ragazzi, a me piacciono parecchio, anche se i pezzi risalgono a qualche anno fa li trovo freschi ed attuali. Un ascolto lo darei se fossi in voi. Bentornati!

Recensione: Palmer Generator, “Shapes” (2014)

luglio 27, 2014 1 commento

by GALA

Cover - ShapesSe cerchi un modo per poter raccontare i Palmer Generator è meglio non farlo, ed è preferibile stare in silenzio e ascoltare, magari distesi in un prato o con le gambe incrociate e il vento che ti scombussola i capelli e rigorosamente ad occhi chiusi. Ogniuno avrà le proprie visioni e per ognuno non saranno mai uguali. Quando ascolti “SHAPES”, il secondo parto dei Palmer Generator, ogni canzone sarà diversa a seconda del momento della giornata che si ascolterà; se ad esempio ascolto una canzone oggi mentre sto scrivendo, questa stessa canzone sarà diversa domani sempre mentre starò scrivendo, perché è una musica che invece di influenzare il tuo umore  lascia che il tuo umore componga parte della musica. So che non è un discorso facile da fare e soprattutto da capire, ma cosa è facile nella vita? E sono certa che ai Palmer Generator le cose facili nemmeno piacciono. SHAPES esce dalle casse e ti porta ovunque tu voglia andare. Non si può nascondere la psichedelica impressa in ogni nota, perché è intrinsecamente un disco che trasuda visioni allucinogene.
A giugno è uscito SHAPES per la Red Sound Record, una bella scommessa per questi artisti che sicuramente avranno una propria fedele cricca di estimatori che sapranno apprezzare a pieno il gusto di ogni piccolo dettaglio sonoro racchiuso in questo album. Se siete palati fini gradirete questo album, altrimenti passate oltre, ma non venitemi a dire che noi, non ve l’avevamo detto.

Ebook di OUT: Diari di Ascolto, i Beatles (free download)

EBOOK 2 - Beatles coverEd ecco riuniti i diari di ascolto della discografia dei Quattro grandi di Liverpool. Dopo lo splendido libro dei Betty Poison, spero che questo non sfiguri. Copiatelo, distribuitelo liberamente e rispolverate i dischi che hanno fatto la storia del nostro tempo.

 

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Beatles: cosa resta alla fine del viaggio

Tutto era partito dai dubbi nati dalla scheda di Scaruffi sui Beatles.

“I Beatles vennero alla luce all’apice della reazione nei confronti del rock and roll, quando innocui “teen idols” (rigorosamente bianchi) prendevano il posto dei selvaggi rocker neri che avevano scosso le radio e le coscienze di mezza America.”

Col caschetto

Col caschetto

Un giudizio aspro e inatteso per uno che vedeva i Beatles come dei classici, intoccabili come Garibaldi o Le Quattro Stagioni; ho sempre pensato, tuttavia, che l’atteggiamento da fanboy ottunde lo spirito critico e che il giudizio richiede tempo per scavare e riflettere su ogni badilata che affonda nel terreno della Storia. La musica dei FabFour si coglie meglio immergendosi nel loro mondo e nel contesto che li ha visti crescere, cercando di coglierne anche gli aspetti più laterali, perciò andava ascoltato tutto tutto per discernere il vero e il verisimile in questo lavoro lento di mola e acqua. I dubbi sollevati dal critico più criticato del web non sono da eludere, anche se incontrare un demolitore ti fa dubitare che lo stesso edificio che ricordavi sia mai esistito, perdendosi quel senso del sacro e dell’intoccabile che il classico evocava e i rischia una débâcle clamorosa della nostra coscienza di ascoltatori.

Alcuni fatti: all’inizio della loro carriera il fenomeno “Beatles” è stato costruito a tavolini, pensato ed edificato come idol band; si puntava sull’immagine e sulla freschezza di quelle quattro facce da schiaffi, prescindendo da qualsiasi discorso di qualità musicale (e non mi chiedete cosa sia la qualità: “Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta” l’ho letto anche io per non dubitare di chi parla di qualità). Tuttavia, chiediamoci come Lennon e soci, imbottiti di pasticche dal manager per renderli sempre brillanti ed elettrici, finiscano per sviluppare un senso critico e storico della loro opera, rifiutino di suonare per ragazzine urlanti in concerti dove non riescono ad ascoltare se stessi, scoprano nuove vie al pop e rendano universali e diffusissime le forme rock (“Helter Skelter” non è rock forse? La rabbia di “Twist and Shout” non è forza espressiva rock?). Da pupazzi ad artefici del proprio destino. Questa loro liberazione ed autocoscienza è un altro fatto innegabile.

Col pigiamino della nonna

Col pigiamino della nonna

Musicalmente parlando, raffinarono il già esistente (dai Beach Boys alla musica sperimentale con i loop e la manipolazione dei suoni), ma riuscirono anche a comporre pezzi incredibilmente efficaci e talmente sfaccettati da stupirsene ad ogni ascolto e volsero il loro sguardo ad Oriente inglobando nella loro esperienza la musica indiana, senza però avere un atteggiamento da bwana coloniale, ma introducendo semi di dubbio ed autocoscienza in un’Europa ancora totalmente chiusa in se stessa. Figli della borghesia, diedero alla vecchia Britannia una scossa tutt’altro che tranquillizzante, ispirarono generazioni di sperimentatori . Non hanno giocato alla Rivoluzione come certi menestrelli poi divenuti parodie di se stessi con la chitarra elettrica. Si sono suicidati nel momento in cui il sogno lisergico della Primavera dell’Amore si sfaldava sotto il peso delle troppe droghe, anche perché avevano portato al limite il loro discorso che andava consegnato alla storia della musica.

L’unico rammarico sono gli stracci volati dopo fra il Macca e Lennon, che dolcemente gli disse ce ormai Paul scriveva musica per ascensori. Il bello è che McCartney, oscurato dal mito lennoniano più che dalle sue canzoni (risparmiatemi “Imagine”, vi prego), da questi acolti esce fuori come il Demiurgo del gruppo, il compositore più bravo e l’anima rock, il genio manipolatore dei nastri, colui che ha provato fino alla fine a tenere insieme i suoi amici fino a quando l’amicizia ha retto. Ringo si è rivelato un batterista bravo e istintivo, poco accademico, ma duttile e preciso. George, invece, sfornava gioielli rari di rarissima bellezza, perle rare. Grande merito di questa carrellata di ascolti è stata anche rivalutare in pieno il periodo degli esordi e ridimensionare ampiamente l’elemento beat che credevo predominante: già regnava il RnR, Chuck Berry e tanta bella America nera e bluesy.

I Beatles mi si sono rivelati come portatori di tensioni ed idee non solo musicali, humus prezioso per chi ha voluto coglierne il dono. Musica totale, che oscilla tra semplicità assoluta e psichedelia nel suo vero senso letterale: Beatles come ricerca dell’anima.

Versione hipster

Versione hipster

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Raffica bis di Luglio ’14 (ovvero i labirinti)

Sergeant Hamster - stSergeant Hamster (LP Omonimo, 2014)

È cosa nota che nelle aree laterali si sia più conservativi. Nella provincia dell’Impero, dove le cose arrivano con il loro tempo, esse stesse attecchiscono però con piglio tenace, mantenendo l’impronta di ogni fenomeno in maniera tenace. Il rock anni ’70-80 è stato un bacino di suoni e sogni in cui la provincia si rifugiava per scappare dai neomelodici e dalla new wave di Mister Fantasy: i dischi passavano di mano in mano con piglio carbonaro, a diffondere la musica “vera”, i pensieri “vivi”, mentre già in America si cambiava (l’hard rock anni ’80) e in Inghilterra si contestava (il punk del ’77.
L’album dei Sergeant Hammer, palermitani, è un’immersione filologica in quei suoni, in tutto l’immaginario rock di tnto tempo fa. Consigliamo a chi vuole un disco di rock solido e ben suonato, anche per dvertirsi a creare paralleli e ponti con un’epoca che fu, ma che ancora ci nutre profondamente, specie quaggiù nelle aree laterali.

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Lenz1Lenz, “De Fault” (2013)

Curioso disco homemade che a capo al polistrumentista Damiano Lenzi, Rock ed elettronica povera, a volte troppo, ma che cresce con gli ascolti, mixando testi in inglese e stralci di realtà televisiva. Ad un primo ascolto pare una sorta di concept, ma riesco a coglierlo solo a sprazzi, specie nei suoi aspetti più satirici (fulminante “Murder in a small town” condito di cronaca nera televisiva). Diisco labirintico, non amichevole, discontinuo, non mirato, forse da affinare, ma un lavoro con germi interessanti.

 

 

 

KISSES FROM MARS_1440Kisses from Mars, “Not Yet” (2014)

Sempre detto che la musica ambientale è una frontiera, piena ancora di spazi, ma ancora da riempire con gli spettatori: difficile, perché non puoi contare sul pogo facile, sul paraculismo messaggioso del pop. La ricezione del messaggio Ambient rende indispensabile la registrazione, la fruizione solitaria, e il disco dei Kisses from Mars si fa ascoltare languidamente, senza particolari picchi, ma con molto piacere. Manca il guizzo sperimentale, è tutto affidato a tessuti di chitarre e ritmica, mentre le canzoni scivolano via traccia dopo traccia. Interessante, ma ci vuole più coraggio.

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Recensione: Redline Season, “Invictvs” (2014)

REDLINE SEASON AGNELLO OROby GALA

Un vortice che raggiunge il centro della terra composto da fango, lava, filo spinato e chilometri di fili di chitarra. INVICTVS ti schiaccia con tutta la sua potenza. Batteria presente e con un posto d’onore in tutti i brani eccetto :”Phoneix First light” in cui si ha un attimo di pace durante la discesa negli inferi. I Redline Season escono con questo loro secondo album che scotta come una patata bollente e il suo nome è INVICTVS, parola che proviene dal latino e significa “mai sconfitto” e rende bene l’idea del mood che questi artisti volevano e sono riusciti a ricreare.
Le scelte che si possono fare dopo essere stati piegati dalla vita sono due: una è gettare la spugna e l’altra scelta è quella di continuare imperterriti anche se si sta’ sputando sangue e i Redline Season non indietreggiano mai e vanno avanti pieni di graffi e lividi, ma carichi e forti anche nei pezzi più lenti.
Il filo scarlatto che lega la prima all’ultima canzone è un alone mistico e quasi sciamannino fatto di pozioni, sortilegi e trance divinatorie.
Un viaggio dalle note psichedeliche dai toni dark che mi fanno sentire come una cavia da laboratorio senza via di scampo. Copertina da sballo.

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Rrröööaaarrr: Tristania

Tristania

by DOOM


I
Tristania sono una gothic metal band norvegese, fondata nel 1996 dal chitarrista e cantante Morten Veland, dal tastierista Einar Moen e dal batterista Kenneth Olsson in seguito si aggiungono al gruppo i due chitarristi Anders Høvyvik Hidle e Vibeke Stene e il bassista Rune Østerhus. La band registra nel 1997 il demo EP ‘Tristania’. Il lavoro è molto apprezzato dagli addetti ai lavori mentre la furba etichetta austriaca Napalm Records, fiutato le potenzialità della band, batte la concorrenza sul tempo e li mette sotto contratto. L’anno successivo debuttano con ‘Widow’s Weeds’.
I
Tristania, già con l’album d’esordio, rivelano una notevole maturità artistica e uno stile musicale perfettamente delineato, anche grazie alla partecipazione di artisti con maggiore esperienza come il violinista Pete Johansen dei The Sins of Thy Beloved. Il secondo full-lenght, ‘Beyond the Veil’, viene pubblicato nel 1999. Il nuovo lavoro si discosta molto dalle sonorità, doom, che avevano caratterizzato il sound della band. Beyond the Veil presenta infatti un’impostazione più death metal in chiave melodico-sperimentale. Dopo l’uscita Beyond the Veil, Morten Veland, fondatore e il principale compositore della band, a causa di una profonda divergenza musicale e sociale con gli altri membri decide di lasciare. Formando successivamente i Sirenia. Il nuovo album, ‘World of Glass’ esce nel 2001. Lavoro che combina elementi tipicamente ‘tristaniani’ con cori, violini, pianoforti, componenti elettroniche ed industrial. Anche nei i testi il nuovo album si distanzia dai temi romantici delle prime due uscite, incentrandosi principalmente su argomenti religiosi ed onirici. Il quarto album, Ashes, viene pubblicato nel 2005, dalla tedesca Steamhammer Records, che li ha assunti subito dopo la scadenza del loro contratto con la Napalm Records. Questo lavoro vede una decisa diminuzione delle componenti gotiche con sonorità molto più essenziali vicine al doom metal tradizionale. La presenza di cori è nettamente ridotta rispetto ai lavori precedenti; scompaiono anche i violini di Pete Johansen rimpiazzati dalle melodie al violoncello di Hans Josef Groh.

Il 27 febbraio 2007 esce ‘Illumination’ ultimo lavoro targato Steamhammer Records. La band dopo i molteplici problemi di line-up approda di nuovo alla Napalm Records pubblicando nel 2010 Rubicon’ e nel 2013 Darkest White. Lavori che si discostano profondamente dal sound che li aveva resi famosi nei primi dischi. Proponendo un sound molto leggero ed orecchiabile. Il sound dei Tristania fino al terzo album si è quasi sempre focalizzato su elementi tipicamente classici, primo fra tutti la voce lirica femminile, che accompagna le parti più spiccatamente metal spezzandone la ripetitività e dando loro una maggiore profondità ed incisività. Le melodie create attraverso cori e strumenti classici come il violino, il pianoforte e il flauto sono spesso molto ricercate e complesse e si intrecciano perfettamente con i pesanti riff di chitarra e le voci death caratteristici del symphonic black metal(in Widow’s Weeds), del death metal (in Beyond the Veil) e del doom metal (in World of Glass). Diffuso è anche l’utilizzo di tastiere e sintetizzatori. La vena sinfonica viene persa nel quarto album, Ashes. Con Illumination, segna una svolta radicale nel sound della band verso il gothic rock.

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